WU MING.
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L'ARMATA DEI SONNAMBULI.
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Parte 4.
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2014. Einaudi Editore, TORINO.
CODICE ISBN FONTE: 978-88-06-21413-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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SCENA SECONDA.
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La parte smerda.
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Autunno 1794 (anno III della Repubbica)
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I.
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Eh... Adesso bisogna contarti la parte smerda. Tocca farlo. Era smerda pure l'altra, ma era uno smerdo che noi si poteva dire qualcosa, perch in fondo era in nome nostro che s'era fatto quel baraondo, la guerra, il Terrore... Era spinti dalla paura che mettevamo nella cute noialtri, il Sovrano Popolo Sanculotto, che si decideva questo e codesto e ci si mandava l'un l'altri al patibolo e perde chi ci arriva per primo.
- Anche arrivarci per ultimo, mica  stata 'sta grande vittoria...
- L'ultimo ha visto di pi, e almeno se l' goduta.
- L'ultimo chiude la porta, e Robespierre l'ha chiusa in faccia a noi, che come sempre l'abbiamo presa nel barsacco.
- Sbrisga! "Come sempre" un bel zullo! Perch sar anche durata poco, ma durante quelpoco li abbiam fatti tremare, gli aristocchi, i gianfotti, i pierculi...
- Si, ma guarda come siam ridotti adesso...
- Mica credere, mettiamo ancora scago... Mettiamo scago perch ci si  provato una volta, e niente esclude che ci si provi ancora.
- Sar...
- Scommettiamo?
- E che scommetto? I buchi che ho nella gabbana?
Prima era comunque un bello smazzo, si faceva la fame e tutto, ma i giochi erano aperti, mentre dopo... Dopo  andata ben peggio, e peggio ancora. Indiragionperculo, preparati ch arriva la storia del Grande Smerdo, quello che noi non si poteva pi dire niente, perch niente era pi in nome nostro, anzi, era proprio in nome di qualchedunaltro, cio di quelli che non eravamo riusciti ad accorciare. Ci si incazza ancora, a pensarci oggi... Comech la vuoi mettere e comech l'abbiano messa e la metteranno, alla fine la verit  una e una sola: ne avevamo tagliate troppo poche.
Gi, perch ancertopunto sono sbucati fuori dei gecchi che gi prima qualcheduno li aveva occhiati, tipo a Palazzo Egualit o dove si faceva a pacche per soldi, ma poi li si  visti dilagare, diventare sempre di pi, e chi erano lo abbiamo nasato: mentecattume, la schiuma lercia dell'onda, l'onda che ci aveva portati fin l. Mentre noialtri la cavalcavamo, loro stavano sotto, poi sotto ci siamo finiti noi e...
- Loro chi?
Erano giovini aspiranti pierculi ch finch c'era la rivoluzione dovevano tener la cresta bassa per evitare potature, zac!
Erano giancaccole che renitevano la leva e zompavano da una citt all'altra per non essere arruolati, pum! Pum!
Erano garzi della bottega di pap che aspettavano di ereditare l'accaparro, sgraffign!
Erano sfaccendati che, in anni come quelli, si permettevano il lusso di annoiarsi, sbadigl!
- L'ho sempre detto, io, che la noia  controrivoluzionaria.
- Non la noia: gli annoiati. Garzo, diffida di chiunque si lamenti della noia che patisce. Chi ti dice che si annoia  uno stronzo, sempre, uno che ti vuol mettere il gioppino nel retro.
Questiqu ce l'avevano a morte coi sanculotti, e coi giacobini, e con la qualunque, purch fosse a sinistra dei cazzi loro. Aspettavano solo il momento di farcela pagare, per aver osato salire sul palco e bloccare la recita, e intanto vivacchiavano nel foyer, sognavano chiss cosa, vivevano di borsa nera.
Pensa che non dicevano la erre, per non dover dire l'iniziale della rivoluzione. Pa'lavano cos, dicevano cose tipo: "Inc'edibile!" o "Pa'ola mia, oggi  p'op'io una bella gio'nata".
Quand' a'ivato Te'mido'o hanno avuto il via libe'a. Li ha a'uolati la 'eazione pe' bastona'e noialt'i.  cominciata la 'ep'essione...
- Svitoddio, la vuoi finire? Mi fai tornare in mente quelli l, finisce che ti spacco il muso...
Li dovevi vedere, girare per le strade di Parigi con quei ghigni sulla faccia, i randelli e gli abiti sbrilluccicosi... Palandrane multicolori piene di spille e ammennicoli, orecchini, capelli tenuti su con la chiara dell'uovo, per dire che loro potevano pure sprecarle, le uova fresche, mentre nei foborghi il popolino si torceva dalla fame.
- Ma chi li manteneva?
C'era chi aveva uno sgobbo in ufficio, chi aveva i soldi di pap e chi campava col mercato nero. Gli altri erano pagati dai gianfotti termidoriani per fare gli sgherri, e infierire sulla rivoluzione che tirava gli ultimi. Dovevi vederli, coi collettoni verdi, i culotti d'antan, le stivalazze scintillanti, e certi inutili occhiali pinzanaso colorati di rosso, di viola, di blu... Facevano male agli occhi, dal gran che risplendevano. Per questo li chiamavano la Giovent Dorata. Li comandava gente che fino a pochi giorni prima era "terrorista", ecco la parola,  venuta fuori proprio in quei giorni, si dava la caccia al "terrorista". "Terrorista" era chiunque rammentasse al prossimo che anche i ricchi cagano.
Questo fu la Giovent... Termidorata: una sorta di "sanculotteria dei ricchi", il popolo di strada dei reazionari. C'era chi aveva nostalgia del Capeto, ma non era necessario: importanza era odiare i poveri. Per essere chiari: mica gli dispiaceva che ci fossero i poveri, perch cos potevano percularli.
- Se non c' un povero, a chi si sente superiore il ricco o aspirante tale?
- Per il povero deve stare al suo posto, e soprattutto esser privo di favella, o quasi. Deve dire solo "Sissignore", riga.
La pi grossa differenza tra noialtri e lorol era che i sanculotti avevano alzato la testa e non si erano fatti metter sotto facile, nemmeno da Robespierre, mentre i giovini dorati prendevano ordini da gentuzza sminchia come Frron, uno che si diceva avesse un marone solo, che fino a poco prima era "terrorista" pure lui e adesso ci faceva la guerra, che l'asino se lo fotta in Guyana...
- Gli ex terroristi che ce l'avevano coi terroristi. Quelli erano i peggiori.
Com' come non , han cominciato subito a darci gi che ci davan gi. Protetti dalle guardie  facile, puoi fare quel zullo che vuoi: braccare la gente cento contro uno, pestare le donne e i vecchi, ammazzare di pacche i mendicanti, dar fuoco agli ultimi club giacobini rimasti...
Tanto, eravam tutti te'o'isti.


2.

Una piccola azione teppistica reca in s i germi della grandezza. Uno di quei casi in cui la forza non dipende dalla forza e la grandezza prescinde dalla statura degli interpreti, o meglio, degli esecutori.
La Forza, la Grandezza, la Bellezza sono su un piano anteriore, originario.  la visione del grande a conferire aura, a ordinare corpi in fondo grotteschi in configurazioni efficaci, ad attribuire a forme di vita non compiutamente umane una missione.
Il cavaliere d'Yvers osservava il gruppo, l'embrione in opera della sua armata di sonnambuli, e respirava l'odore delle strade. Si sentiva bene. Effettivamente, nel suo corpo e nella sua mente si era prodotto qualcosa di simile a una guarigione. Udiva i passi cadenzare con precisione il tempo che separa dalla morte, i polmoni ritmare con la forza di mantici il tempo dei respiri, e i muschiatini, molto avanti a lui, gli parevano ombre cinesi incaricate di avviare, sul fondale di quelle vie, la trama che avrebbe portato alla risoluzione, alla guarigione collettiva. Un organismo  sano se la colonia di organi che lo compone rispetta funzioni e gerarchie: che l'apparato escretore cachi, le gambe camminino, le braccia lavorino e il capo comandi.
Al suo fianco, Malaprez. Davanti a lui, andatura ballonzolante, il senzanaso La Corneille.
- Rallentiamo il passo, signore, - disse, volgendosi, il latore di quel viso mutilato. - Lasciamo che l'armata ci preceda di un bel po'. Dobbiamo sembrare passanti.
Il cavaliere d'Yvers, di umore olimpico, sorrise a s stesso mentre ascoltava il servo ripetere a modo suo i concetti e le istruzioni che aveva ascoltato dal padrone solo qualche ora prima. Si senti come quando passeggiava coi cani, nella tenuta paterna, insieme a stupidi e fedeli molossi e bracchi bavosi e abitudinari. Rallent e vide i sonnambuli, pronti all'azione, distanziarsi e svoltare l'angolo. Malaprez, per chiss quale ragione e seguendo chiss quali pensieri, sbuff. La Corneille comp una specie di veronica e si accod, come a nascondersi dietro le spalle del capo.
Voltarono l'angolo. Una cinquantina di passi davanti a loro, di fronte all'osteria, i sonnambuli si erano schierati, e invitavano a uscire con vocalizzi sguaiati. E i prossimi avversari uscirono, interdetti, dalla porta di quella fabbrica di ebbrezza e idee fallaci. Alle prime urla di risposta e ai primi insulti, si vide gente dirigersi a passo veloce verso il gruppo che gi veniva alle mani. I muschiatini, a una sola voce, intonarono il nuovo inno antigiacobino, Il risveglio del popolo.

Il popolo. Astrazione assurda, eppure forza reale, primigenia. Yvers sorrise ancora. Dormienti che intonavano canzoni di risveglio e di riscossa, di fronte ad altri che avevano fatto del popolo un dio, un idolo. Pens che il prossimo soggetto a comparire sulla scena, quello che avrebbe ristabilito un ordine risonante con l'ordine del mondo, si sarebbe forse presentato come un campione della generalit delle persone, o meglio come l'incarnazione delle assurde superstizioni e circonvoluzioni dei pi. Per perseguire l'ordine, si sarebbe presentato come campione della mediet. Un condottiero capace di passare per uno della truppa. Un demarca.
Era un concetto nuovo, che meritava una riflessione ponderata. Intanto, l davanti, la mischia si accendeva. I muschiatini, insensibili al dolore, mulinavano braccia e bastoni, gambe e ginocchia e gomiti e testate. Gli avversari, giacobini abituati allo scontro, si avventavano con rabbia ma con scarsi risultati. La mesmerizzazione conferiva non solo insensibilit, ma anche l'abilit automatica di intuire colpi e azioni dell'avversario. Per strada c'era gi mezzo foborgo. La danza somigliava a una buffa rissa tra burattini e, subito dopo, a uno di quegli scontri che costruiscono l'epica dei poveri, quella dei torti da ripagare, delle bastonate date e ricevute, dei soprannomi pronunciati col rispetto e la venerazione che un tempo altri popoli avevano tributato a ettori e achilli, o magari a qualche atleta o gladiatore.
Ormai gli avversari dell'armata erano troppi. Bench la truppa si portasse bene, il divario numerico fra arti e teste degli uni e degli altri cresceva sempre pi. Alcuni, accorrendo verso l'epicentro degli scontri, chiesero a Yvers e ai suoi perch non s'unissero alla pugna.
- Sono convalescente, - rispose il capo. - A stento mi reggo in piedi. E i miei compari, - indic Malaprez e La Corneille, - non hanno tutti i venerd.
Gli sguardi si fissarono su Malaprez e La Corneille. Senza fare motto, il gruppo di sanculotti si allontan in fretta, verso l'osteria.
Dall'altra parte della strada, Yvers not un gruppetto di gendarmi. Parlottavano, indecisi, e gesticolavano. Guardandosi attorno, lasciarono la scena.
Yvers lo sapeva, erano quelle le istruzioni, quando la Giovent Dorata - o chi per essa - si manifestava per vessare giacobini e plebaglia. I gendarmi avevano l'ordine di lasciar passare, lasciar accadere. L'apparente disordine di una sera contribuiva a edificare il nuovo ordine, non vi era tutore dell'ordine che ne fosse ignaro. N vi era chi ignorasse che a prezzolare e comandare la Giovent Dorata erano proprio i nuovi capi termidoriani, in primis Louis-Marie-Stanislas Frron. Colui che, da infuocato montagnardo, era divenuto il pi feroce persecutore dei vecchi robespierriani.
Situazione ideale, per l'Armata dei Sonnambuli.
- Ora, - intim Yvers.
Il terzetto ripercorse i propri passi e svolt l'angolo, in modo da uscire dalla visuale. La Corneille estrasse dalla tasca un fischietto da marinaio trovato da un rigattiere e soffi forte.
L'armata, fra insulti, lanci di pietre e gli ultimi focolai di rissa, si ritir. I difensori rinunciarono all'inseguimento, anche perch tra le file dei sonnambuli alcuni avevano spianato pistole e persino un fucile da caccia.
- Perch ritirarsi, mio signore? - La Corneille si era tolto il cappello e lo torceva tra le mani. Sembrava un contadino di fronte al prete.
Il cavaliere d'Yvers sogghign.
- Grande, grande vittoria. Domani tutta Parigi parler degli scontri. Diranno che una schiera di coraggiosi  penetrata in uno dei covi della marmaglia e ha tenuto testa a un numero soverchiante di aggressori. Dir che i sonnambuli se ne sono andati tutti con le loro gambe, a testa alta e intonando inni. Provvedi a che i feriti siano curati, e distribuisci il denaro. Ora  la nostra forma di terrore che deve battere le strade.
La Corneille, gli occhi lucenti di gioia servile, annu col capo. Malaprez, per motivi indiscernibili, sbuff come un cavallo da tiro. Ora bisognava uscire dal quartiere, ma il pi era fatto. L'attacco dei sonnambuli a San Marcello era ormai storia.


3.

L'isolato al numero 4 di via del Traghetto aveva una facciata di aspetto nobile, ma appena D'Amblanc penetr nel primo cortile, si rese conto che gli edifici avevano conosciuto tempi migliori. Il muschio si inerpicava fin sui muri e un odore di intonaco ammuffito stagnava sui carri e sugli attrezzi.
Un uomo era intento a spaccare legna. Piant l'accetta sul ceppo, sput per terra e, senza attendere domande, inform l'intruso che il dottor Gallonnaire stava al quarto piano della scala di destra.
D'Amblanc si inerpic per gradini che parevano schiantarsi a ogni passo. Lo spazio era appena sufficiente per passare con le spalle.
Buss e si ritrov di fronte un grosso cinghiale sovrappeso, con una pancia monumentale e il naso da alcolizzato. I capelli giallastri gli stavano appiccicati alla testa in un elmo unto e compatto. L'occhio destro era sigillato dietro la palpebra. Il sinistro fiss l'estraneo. La bocca gli intim di presentarsi.
- Mi chiamo Orphe d'Amblanc, anch'io sono medico. Avrei bisogno di consultarmi con voi a proposito di un vostro vecchio paziente.
L'uomo stese il braccio destro, col palmo della mano rivolto in su.
- Sono trenta franchi, - disse in attesa del conquibus. Poi, vedendo che l'altro esitava: - Pagamento anticipato, - ragli.
- Di questi tempi,  l'unica garanzia... Dico bene, collega?
D'Amblanc vers la cifra richiesta e soltanto allora l'uomo lo invit ad accomodarsi a un tavolo di legno, ancora mezzo ingombro dei resti del pranzo.
- E allora, - attacc fregandosi le mani. - Di chi stiamo parlando esattamente?
- Auguste Laplace, ricoverato a Bictre il 26 gennaio 1793.
Il dottor Gallonnaire rimastic il nome sottovoce, scroll il capo, quindi scomparve in un'altra stanza e ne riemerse pochi minuti dopo, con una risposta secca e senza appello.
- Mai sentito nominare.
D'Amblanc sfil dalla borsa un pacco di fogli e li appoggi sul tavolo, l'aria di chi  costretto a giocare una mossa scontata.
- Eppure la richiesta di ricovero  firmata da voi, vedete? L'uomo allung la mano sul plico e lo fece ruotare di mezzo giro. Le carte si allargarono a ventaglio davanti a lui.
- "Il cittadino Auguste Laplace", - lesse ad alta voce, -"nato a Aurillac, eccetera eccetera, soffre da tempo di una grave forma di melancolia, dalla quale non riesce ad avere alcun sollievo. Chiedo pertanto che egli venga ricoverato come pensionante per un periodo minimo di mesi tre e fino a completa guarigione. Firmato..." - Sollev dalla pagina l'occhio buono e stropicciandosi l'altro dichiar che la firma era contraffatta. - Mi  gi capitato altre volte, - comment, mentre riempiva un bicchiere di vino rosso e ne mandava gi una buona met. - Specie coi melancolici, vero, collega? Si convincono di aver bisogno di un ricovero, e pur di ottenerlo sono pronti a fare carte false.
D'Amblanc non si scompose e pass alla mossa successiva.
- Gli altri fogli, - disse indicando il plico, - sono rispettivamente la minuta della lettera che l'economo di Bictre vi spedi per informarvi che Auguste Laplace era stato accettato e la vostra risposta autografa con alcune informazioni aggiuntive sul vostro paziente.
L'uomo questa volta lesse le carte con la voce della mente, sorseggiando il vino che non aveva nemmeno offerto al collega. Sfogli l'intero fascicolo, compuls le annotazioni di Pussin e del dottor Pinel.
- Dunque? - domand alla fine, come se la conversazione fosse appena iniziata. - Che genere di consulenza vi serve, collega?
D'Amblanc era piuttosto infastidito da quel continuo ricorso alla parola "collega". Tuttavia, cerc di mantenere l'espressione asettica che si era riproposto di sfoggiare.
- Vorrei sapere se davvero conoscevate da tempo il cittadino Laplace e le sue patologie.
- Mi pare evidente di no, collega, - disse l'altro mentre riordinava i fogli davanti a s. - Purtroppo non posso esservi d'aiuto.
Spinse il plico verso il centro del tavolo e si alz, per segnalare che il colloquio era terminato.
D'Amblanc senti che la rabbia cominciava a interferire con la sua mimica controllata. Pens alla magnetizzazione contro la volont e a quanto gli sarebbe piaciuto usarla per far parlare quel farabutto. Per la prima volta, prov per il cavaliere d'Yvers una punta d'invidia.
- Perch allora avete mentito, scrivendo che conoscevate da tempo la sua malattia?
- Questo io non l'ho scritto, collega.
- Per avete chiesto di ricoverarlo come se fosse un folle.
- Perch, non lo era? Correggetemi se sbaglio, collega, ma mi pare di aver letto in quelle carte che l'esimio dottor Pinel, a un certo punto, decise di trattare il Laplace come un internato e non pi come un pensionante. Tant' che Laplace  poi fuggito dall'ospizio di Bictre. Dunque la mia diagnosi si  rivelata corretta.
- Gi, corretta. E qual  la vostra tariffa, per un'analisi tanto brillante? - sbott D'Amblanc. - Se trenta franchi  il prezzo per una consulenza, allora un documento falso deve costare almeno il triplo.
- Dite, D'Amblanc, voi siete un medico o un poliziotto? - Ora era il dottor Gallonnaire a mostrarsi impassibile di fronte alla collera dell'altro. - Giusto per capire se mi state offendendo oppure accusando. Perch nel primo caso vi sfido a ripetere quel che avete appena detto. Nel secondo, a provare contro l'opinione mia e del dottor Pinel che Auguste Laplace non era un alienato e che dunque io dichiarai il falso per farlo internare. Per quale scopo, poi?
- Voi avete aiutato un pericoloso controrivoluzionario a nascondersi tra i folli, per sottrarsi alla giustizia.
- Ah, dunque  di questo che mi si accusa! - disse Destouche sghignazzando di gusto. - Allora posso dormire sonni tranquilli. Non so se ve ne siete accorto, D'Amblanc, ma la caccia ai controrivoluzionari imboscati non va pi di moda.
Al contrario, si loda chi contribu a salvare certi aristocratici innocenti, brissotini senza colpa, sacerdoti fedeli al papa... Sento che anche per me potrebbe esserci dietro l'angolo una bella medaglia, eh? Che ne dite, collega? Volete brindare alla mia salute?
E mentre l'altro riempiva per la prima volta due bicchieri, Orphe d'Amblanc raccolse il fascicolo su Auguste Laplace e se ne and dalla casa del dottor Gallonnaire, senza salutare e con trenta franchi di meno nel portamonete.


4.

- Si chiamava Carlo Coralli e di professione era il segretario del marchese Albergati, ma nel tempo libero si dilettava col teatro, recitava. Bravino, ma non eccelso. Ha recitato pure qui a Parigi, al Teatro degl'Italiani... Adesso  morto, puvrz. Aveva sei, sette anni pi di me. Io quattordici e lui una ventina. Questo Coralli s'era innamorato della nipote di Antonio Sacco, un grande attore. E siccome voleva starle vicino, aveva convinto il marchese a scrivergli pi d'una raccomandazione, grazie alle quali si era fatto assumere nella compagnia del Sacco, a Venezia, e io per questo lo amavo come la scabbia. Invidia? Certo. Ma per quel calcio in culo, mica per il talento. Insomma il Coralli  in partenza per Venezia, e prima di congedarsi dalla Villa, come ultima prova d'attore, domanda al marchese di recitare una commedia di Goldoni: La burla retrocessa nel contraccambio. "Perch proprio quella?", chiede l'Albergati. " un Goldoni mal riuscito. Il maestro l'ha pure riscritta, in veneziano e col titolo cambiato, ma il pubblico del San Luca l'ha fischiata con le quattro dita". Coralli ribatte che l'opera invece  sopraffina, tutto sta nel recitarla in un certo modo, e lui quel modo lo ha colto, dopo mesi di studio. Il marchese allora accetta, fanno le prove, e io devo ammettere che mi sbudello dal ridere, e quando poi la mettono in scena, per i pierculi amici dell'Albergati,  tutto un complimentarsi col Coralli e un dirsi certi che far gran carriera. Da quel giorno, La burla  diventata il mio chiodo. L'ho letta e riletta, e ogni volta mi veniva in mente una nuova trovata, una nuova mimica o un'intonazione, per recitarla meglio di Coralli, e tirar fuori il comico da indove lui non c'era riuscito. Ho letto il testo in veneziano, I chiassetti del carneval, una fatica bestia. Ho piluccato un po' qua e un po' l, ho mescolato alcune battute, le ho provate per anni quasi tutte le sere, e quando il marchese ha cominciato a darmi delle particine, dei ruoli da servo e da comparsa, ho sognato che prima o poi ce l'avrei fatta, a recitare La burla, e a dimostrare a tutti che ero pi bravo del Coralli. Per capisci, non  che potevo andare dal marchese cos, a bruciapelo, e domandargli se avesse voglia di mettermi alla prova su quel testo, gi era molto se mi faceva salire sul palcoscenico ogni tanto. E cos sono passati gli anni, finch un giorno vengo a sapere che in un teatro di Bologna si recita una commedia veneziana di Carlo Goldoni: Chi la fa l'aspetta, o sia, La burla vendicata nel contracambio fra i chiassetti del carneval. Vacca boia, mi son detto, questa non me la perdo sicuro, e raggranello i danari per due mesi interi: perch di solito andavo alle prove, mica alle recite vere, e invece stavolta no, stavolta voglio vedere la prima, a costo di dormire sotto un portico e di tornare a Zola la mattina. Insomma vado. Entro. Mi piazzo in mezzo al pubblico in piccionaia. Si apre il sipario. Nel ruolo del protagonista c' Norberto Rizzi, mai sentito nominare. Io sono l, rapito dall'emozione, pronto a recitare col cuore ogni battuta, e a misurare lo scarto tra l'interpretazione di Rizzi e i mille segreti che soltanto io, nel mondo, ho saputo cogliere in quel testo cos bistrattato. Io sono l, Norberto Rizzi  sul palco, d le prime battute, e mi rendo conto da subito che il suo stile, la mimica, i gesti del corpo, il tono della voce, sono proprio i medesimi che ho visto e rivisto nello specchio in tanti anni di recite a me stesso! Con una differenza: Norberto Rizzi  veneziano, dosa il dialetto alla perfezione, mescola l'italiano della Burla col vernacolo dei Chiassetti, e la sua pronuncia  un canto di sirena. Seconda differenza: Rizzi, al posto del mio specchio, ha una platea di gente che ride a pancia sbottonata, si diverte, applaude, fa chiamate a scena aperta, e a ogni nuovo incidente l'ilarit si fa pi clamorosa.  come se Rizzi avesse carpito i miei segreti! Io lo ammiro in preda alla febbre, sbigottito, straziato dalla scoperta che quel tizio sul palco sono io, ma io non posso essere quel tizio sul palco. Giunti all'ultimo atto, dimostra pure di saper danzare e cantare, laddove io, da regista di me stesso, avevo pensato di omettere balli e canti perch mi vengono male. Un trionfo. Un quarto d'ora di battimani. Le signore della Bologna nobile, i gianfotti delle smerde famiglie senatorie, tutti si domandano come mai una pice cos fenomenale sia rimasta sepolta per vent'anni. Io tremo, ho la bocca secca, mi sento come se il Reno in piena mi avesse trascinato per dieci miglia in balia della corrente. Decido, in uno slancio di passione, che devo incontrare Norberto Rizzi, devo parlargli, abbracciarlo, dirgli che  mio fratello gemello. Fuori dal teatro c' calca. Si attendono soprattutto le attrici, anche loro superbe nelle parti delle varie siore e della serva. Scorgo Rizzi e provo ad avvicinarmi, domando permesso, passo negli spiragli fra un corpo e l'altro, attratto come polvere di ferro da un magnete. Quando sono a tiro, allora mi sbraccio, dico: "Signor Rizzi, signor Rizzi!" Provo di farmi notare, ma tutto quel che ottengo sono le attenzioni di un signorino azzimato che mi intima di non rompere i maroni. Ma io brisa, non desisto, sento che se non parlo con quell'uomo finir per svenire, spingo ancora, ci metto i gomiti, e tutto quel che ottengo  una manata in faccia da un altro signorino, pi grosso del primo, che mi domanda se per caso deve spiegarmelo meglio lui, che non devo rompere i maroni. Io vorrei rispondere, reagire, ma in quella, il manipolo che attornia Rizzi si stacca dal resto della folla e si avvia sotto il portico, mentre io faccio giusto in tempo a sentire che son diretti a Palazzo Ranuzzi, per festeggiare il successo del primattore. Decido di seguirli, di corsa, affianco il manipolo e di nuovo mi rivolgo al mio idolo gemello, lo chiamo, quello si volta, ma un terzo signorino mi molla una spinta, mi manda per terra e con un calcio in culo dice di lasciar perdere e di tornarmene in campagna a spalare letame. Te credi che gli ho dato retta? Col zullo! Mi tiro in piedi e questa volta decido di precederli davanti al portone di Palazzo Ranuzzi, e appena li vedo comparire in fondo alla via, riprendo a sbracciarmi: "Signor Rizzi, signor Rizzi!" Il grande attore mi vede, e stavolta, distintamente, sento che esclama: "Oh, cancar! Ancora queo!" Ma uno dei signorini che ho gi conosciuto gli fa segno di star tranquillo, ci pensa lui, e mi viene sotto con l'aria truce, mentre gli altri si infilano per lo scalone tra lazzi e risate. Restiamo soli io e il signorino. Lui mi offende, mi d dello zotico, mi ordina di sparire. Gli rispondo che invece intendo aspettare Rizzi li per strada, che nessuno me lo pu impedire, ma quello, per tutta risposta, alza il bastone e me lo stampa su un fianco. Io reagisco e il signorino dimostra di essere una mezzasega: le prende secche. Due belle noci alla mascella e poi un cartone al fegato, come m'ha insegnato mio padre, che poi non era proprio mio padre, ma insomma, quel colpo li me l'ha spiegato lui, e gi l'avevo usato soquante volte, nelle risse in strada, e mai m'era successo quel che m' successo li, cio che il signorino va gi come un sacco svuotato. Forse batte la zucca sui sampietrini, perch quando mi chino per mollargli altri due ceffoni, vedo che piscia sangue da dietro l'orecchio. Stecchito. Allora via, gioco di gambe dritto filato, scappo e corro fino a Porta Saragozza e me la faccio a piedi infino a Zola, alternando corsa e marcia, come mi ha insegnato sempre il Mingozzi, cinquanta passi corri e cinquanta cammini, cinquanta corri e cinquanta cammini, avanti cos per un paio d'ore. Arrivo, entro in casa, sveglio il Mingozzi e gli racconto tutto. L'ho accoppato, gli dico. Lui si stropiccia gli occhi e fa: "T' prpi un pajz", sei proprio un pagliaccio. Non dice altro, non mi tira dietro le solite bestemmie, le lagne per quanto sono sgrazi, no.  come se tutti quei cancheri li ha condensati dentro l'ultima vocale della frase: pajz, con quella a lunga, dolorosa e cattiva. Domanda dettagli, vuol sapere se penso che qualcuno m'ha visto, mentre m'accapigliavo con quello. Io rispondo che no, non mi pare. Non mi pare proprio. Lui si alza, butta un panno sul tavolo, ci mette sopra una forma di pane, una salsiccia passita, tre-quattro monete. "Prendi la tua roba e vattene, - mi dice. - Al padrone ci racconto che sei partito a cercar fortuna con una banda di quei comici che ti piacciono tanto". E poi basta. Si rimette a letto, tira su la coperta e si gira verso il muro. Io faccio fagotto, aspetto la prima luce e vado, dove non so, ma vado, e il resto pi o meno lo sai: di come sono arrivato fin qua, di come ho incontrato il Goldoni, di come sono diventato attore e del perch poi non sono tornato a Bologna, una volta che la buriana si  chetata e nessuno aveva sospetti sul mio conto. Il punto  che ora, di nuovo, son qua che dovrei far fagotto, perch una banda di signorini col trucco ha deciso di mettermi le vesciche al culo. Be', ecco la mia risposta: una volta basta e avanza. Basta fuggire. Basta mandar gi amaro. Basta farsi dare la battuta dagli altri, come una comparsa qualunque. Io sono nato primattore. Primattore nel vecchio teatro, quello che si recitava al chiuso delle sale; primattore nel Nuovo, quello della rivoluzione; primattore alla barriera dei combattimenti e primattore pure adesso, in questo teatro che  cambiato ancora ma non cambia la solfa: i signorini cercano sempre di mettermi i piedi in testa. Ma stavolta si va a mostrare ai tacchini con che legna mi scaldo. Tu mi hai detto che non c' alternativa: o mi dileguo o li metto sotto. O smetto di combattere, o combatto da solo contro cento. Io rispondo che le due cose non si escludono. Non sono le strade di un bivio. Sono il lancio di due dadi. Mi dileguo e li metto sotto. Mi dileguo, perch bonal con gli incontri di pugilato, e li metto sotto, perch non lo sanno mica, contro chi si sono messi!

Bernard intu che Lo aveva terminato.
- Se ho capito bene, li vuoi colpire tu prima che ti colpiscano loro.
- Proprio cos.
- E sospendi i combattimenti per non essere dove loro ti aspettano.
- Precisamente.
Bernard si alz dallo sgabello dove aveva trascorso l'ultima ventina di minuti. Fiss Lo, poi scosse il capo, lento e grave, tanto che l'attore si immaginava la solita sentenza, l'antico verdetto, il giudizio che aveva temuto: Sei proprio un pagliaccio.
Quel che Bernard disse fu invece:
- Se non combatti, tocca che paghi l'affitto.
Il marsigliese salut e prese la porta senza aggiungere altro, quasi che volesse contrapporre un pugno di parole alla logorrea dell'altro.
Lo cont quanti soldi gli restavano in tasca, infil gli stivali, cuci un bottone sul pastrano e poi anche lui usc, nell'ultima luce che sfiorava Parigi.

Sul far della sera, Pontenuovo aveva un che di lugubre.
I lampioni proiettavano ombre oblunghe sull'acciottolato e il lungofiume appariva come un oscuro oltretomba. Nondimeno, Lo pens che fosse l'atmosfera giusta. Il tempo della commedia era finito da un pezzo, e ora anche la ghigliottina, con il suo terrore equanime e pulito, menava il pubblico alla noia. Il nuovo-Nuovo Teatro sarebbe stato un impasto di dramma e...
- Ehi! Bolognese, dico a te!
Lo si gir e si trov davanti Rota, l'uomo del carretto di libri. L'ultima volta che l'aveva visto era stata... Alla barriera dei combattimenti, il giorno che aveva steso Jean-Do e conosciuto Bernard.
- Ancora sul ponte a quest'ora, bergamasco?
- Stavo appunto andando via, - rispose il bouquiniste indicando la sua libreriola, tomi e lunari gi dentro le casse.
- Non mi dire che sei di nuovo finito qua!
- No, no... - disse Lo. - Sono venuto a recuperare qualcosa. Qualcosa che avevo lasciato qui. Come ti va?
- Oh, - fece Rota, muovendo la mano come uno scaccia-moscerini, - riesco a stento a non affogare. A te come va? Fai ancora il pugile?
- Pi o meno, - rispose Lo, guardando l'acqua scura del fiume. Acqua passata, si diceva del tempo trascorso. Pens ai suoi primi giorni a Parigi, ai sogni, alle illusioni... - Di' ben su, Rota... Io non ti ho mai chiesto una cosa: come ci sei finito in Francia?
Rota emise una sorta di risolino sbuffato.
- Eh, caro mio! Tu non ci crederai, ma son venuto qui a fare il gondoliere.
Lo aggrott la fronte.
- Mi stai perculando? Un gondoliere bergamasco a Parigi?
- Non proprio a Parigi. A Versailles.
Lo guard l'omarino che gli sorrideva, e cap.
- Tu eri uno dei gondolieri della Piccola Venezia a Versailles? Veramente?
- Uno di quei dieci, per servirvi, - rispose Rota con un inchino scherzoso.
- Pensavo foste tutti veneziani... Della laguna, intendo...
- I primi quattro erano tutti veneziani. Poi la corte compr altre sei gondole e si rivolse all'ambasciata per assumere i gondolieri. Quelli partirono da Venezia, ma all'altezza di Bergamo uno si infil in una rissa e si ritrov sgozzato, proprio nella locanda dove facevo il cameriere. Io mi ero gi rotto le balle, avevo deciso di andarmene, partire alla ventura. Loro non potevano presentarsi a Versailles in cinque, per giunta con la notizia di uno morto com'era morto, e non potevano neanche tornare indietro. A quel punto, mi sono offerto. Non ero anch'io un cittadino della Serenissima? Se mi coprivano, a Parigi potevo ben passare per veneziano -. Il bergamasco si rabbui. - Adesso a Versailles non c' pi niente. Mi han detto che il Gran Canale e il Bacino d'Apollo sono pozze fangose...
A Lo, che aveva ascoltato il racconto pendendo dalle labbra dell'amico, esplose in testa un pensiero.
- Hai mica conosciuto Carlo Goldoni?
- Macch. Io sono arrivato a Versailles nell'8o, lui era gi venuto via da un pezzo.
E fu allora, quasi al termine di quella giornata dedicata ai ricordi, che Lo narr del suo incontro col maestro, al Caff meccanico di Palazzo Egualit, e dell'immortale lezione di vita ricevuta: "Un mo de importansa se conosse dal codasso de mone che'l se tira drio".
Alla fine dell'aneddoto, Rota rimase in silenzio, serio serio. Sembrava imbarazzato.
- Cosa c'? - chiese Lo.
- Mi sa che ti ha dato del coglione.
All'improvviso, il mondo di Lo si affoll di punti di domanda. Fluttuavano nell'aria a sciami, come tafani.
- Come sarebbe a dire?
- Sarebbe a dire che in veneziano mona vuol dire anche idiota, imbecille, mentecatto... Goldoni ti ha detto che un uomo importante si porta sempre dietro un codazzo di idioti. Tu hai idea di quante persone lo fermavano ogni giorno per chiedergli qualcosa, un favore, una spintarella, e magari gli raccontavano la loro storia? Soprattutto italiani come noi. Io stesso ne ho conosciuti un paio. Tu eri uno dei tanti... Ma guarda che sei fortunato, almeno ti ha dedicato un motto di spirito!
Tutti i punti di domanda caddero a terra con strepito di vetri infranti.
Dunque  cos, pens Lo.
Cosi termina questa giornata.
Anche l'ultimo sogno doveva essermi sottratto.
E sia.
Davvero riparto da zero.
Il nuovo-Nuovo Teatro sorger su una tabula rasa.

Cont i mattoni del pilone e individu quelli che cercava, quindi con un punteruolo li liber dalla calce. Li sfil con facilit ed estrasse l'involto che aveva nascosto tempo addietro. Puzzava di umidit. Si sbarazz della tela di iuta e rimase a contemplare la maschera come se si trattasse di uno specchio o del volto di un'amante ritrovata.
Mentre saggiava il rostro, ancora duro e acuminato, un ratto usc dal buio. Aveva la stessa corporatura, le stesse movenze sfrontate del vecchio Capitan Fracassa. Dritto sulle zampe posteriori, muso all'aria, sembrava in attesa del destino.
- Riscatto. Redenzione, - lo apostrof Lo. - Questo  quanto, sul palcoscenico di Parigi, vi rappresenteremo nei prossimi giorni. E se a esso prestar vorrete orecchio, pazientemente, noi faremo in modo, con le risorse del nostro mestiere, di sopperire alle manchevolezze, all'angustia di questi nostri tempi.
Un inchino al pubblico di Pontenuovo. Un ghigno a storcere la bocca.
Non un bivio, ma il lancio di due dadi. Lo il lottatore poteva sparire dalle strade. Darla vinta ai muschiatini. Sottrarsi di giorno alle loro angherie. Di notte, Lo l'attore, l'uomo in maschera, avrebbe cercato vendetta e messo sotto i suoi nemici.
Di nuovo in scena, un'ultima volta.
Prima della fine, prima che la storia facesse il suo giro, prima di andarsene al diavolo o in gloria.
L'ultimo spettacolo di Scaramouche.
Il pensiero gli strapp una risata, ma quello che usc fu piuttosto un ringhio, che risuon basso sotto le volte del ponte e si perse sull'acqua cupa della Senna.
Capitan Fracassa si ritir impaurito, o forse sazio di quella prova d'attore.
Lo nascose la maschera sotto la giacca e risali verso le strade.


5.

Era come scivolare per terra e accorgersi di non essere pi in grado di rialzarsi. Sai cosa dovresti fare: flettere il ginocchio, appoggiarti sul gomito, puntare il piede, fare leva con i muscoli... ma non ci riesci. Forse perch in fondo non vuoi farlo. Perch all'orizzonte non vedi nulla. Nessun motivo valido per rimetterti in piedi.
Era cos che Marie si sentiva. Dormiva quasi tutto il tempo, stesa sul divano sfondato di Claire, con i vestiti addosso. A volte andava nel guardaroba, indossava uno degli abiti di scena e si guardava allo specchio, per fingersi un'altra. Spendeva gli ultimi soldi per comprare vino, anzich pane. Vino scadente, che bruciava in gola, ma stordiva a dovere. Cosi riusciva a non sognare il vecchio padrone. A non sognarlo con la faccia da faina di Duval, o peggio... con la faccia di Bastien. Bastien pi grande, uomo fatto. A volte erano i conati di vomito a svegliarla, rischiando di soffocarla.
A mano a mano che i giorni passavano e diventavano settimane, i giri in cerca di un qualunque lavoro si fecero pi corti e sporadici. Alla fine cessarono. Prese a elemosinare dagli osti i fondi delle botti, la risciacquatura del mosto, qualunque cosa l'aiutasse a spegnere i ricordi e i pensieri il pi in fretta possibile. La mente inizi lunghe circonvoluzioni che la portarono lontano, in territori dove anche il pensiero di Claire inizi ad assopirsi e Jacques non era che un fantasma dai tratti indistinti. Una notte - o forse era giorno - sogn Scaramouche, con un naso enorme, il mantello spiegato come le ali di un rapace, che aggrediva uomini imparruccati, colpendoli con il rostro e cavando loro gli occhi. Assomigliavano tanto ai gecchi che stazionavano a Palazzo Egualit. Marie li vedeva quando faceva il giro delle osterie. Le avevano perfino allungato qualche spicciolo, una volta, coprendola di sfott. Uno le aveva chiesto quanto volesse per una sveltina nell'androne accanto. Marie gli aveva ringhiato contro. E quando si era vista riflessa in una pozzanghera aveva riconosciuto il viso di Throigne de Mricourt, scarmigliata e folle: lo stesso sguardo perso, il mento che tremava.
Ogni sera tornava nella soffitta di Claire, a consumare il poco che aveva raccolto. A volte piangeva, pensando a s stessa, poi anche le lacrime finivano, e restava silenziosa, al buio, a chiedersi perch Nostra Signora della Ghigliottina non la chiamasse a s, accanendosi a risparmiarla.


6.

Piovoso per il periodo pi freddo dell'anno. Frimaio per il pi piovoso. I rivoluzionari avevano preso un abbaglio, pens Lo.
La pioggia annegava tigli e aiuole. Dietro la colonna di Palazzo Egualit, Lo osservava avventori stringersi sotto il porticato, mentre i vialetti si mutavano in torrentelli fangosi.
Altro che abbaglio. I rivoluzionari non si erano limitati a porre etichette diverse sotto gli oggetti e i fatti di un tempo. Avevano chiamato Basso l'Alto e Uguale il Diverso. Che rivoluzione sarebbe stata, altrimenti?
Si, altro che abbaglio. Invertire molti pi nomi bisognava, compresi i propri. Se fai una cosa, chios, falla bene. Alla Gengis Khan, alla Tamerlano, che non lasciavano dietro di s spazio possibile a vendette. Loro l'avevano avuto, il fegato di lasciarsi alle spalle montagne di teschi, nessun nemico vivo.
Perch infatti eccoli, i muschiatini. Persi in gozzoviglie, sotto il porticato, fuori del solito ritrovo, le vesti sempre pi sgargianti, arroganti, acconciature a orecchie di cane, cravatte a nascondere il mento tirate su fin sotto la bocca, bicorni amplissimi, randelli come bastoni da passeggio. Le voci suonavano alte, ghigne e accenti artefatti foravano l'atmosfera diaccia e giungevano a ferirgli le orecchie.
Brindarono alle baldracche delle madri loro, poi, infine, due gecchi si accomiatarono dal resto della ghenga.
Lo attese il rituale dei saluti. I fecciosi amavano scambiarsi strani inchini: un colpo secco del collo, il mento che si abbatte sul petto, come se la ghigliottina li avesse appena fulminati. Geniale ironia, grasse risate. I due si mossero verso l'uscita sul retro.
Lo li precedette nell'ombra, una corsa leggera, un balzo in strada, sotto l'acqua fitta. A destra tutto tranquillo, a sinistra pure. Raggiunse l'angolo del palazzo e strinse la mano sul manico del badile. Pens al muratore a cui l'aveva sgraffignato: se avesse potuto spiegargli l'uso che intendeva farne, di certo quello glielo avrebbe prestato volentieri e gli avrebbe augurato buon lavoro e piena soddisfazione. Invece gli aveva tirato dietro solo cancheri e bestemmie.
Cal la maschera, attento che il rostro calzasse bene sul naso.
Non per un pubblico, non pi.
La vecchia stagione del Nuovo Teatro era finita, chiusa a doppia mandata, epoca abbandonata alla polvere e ai fantasmi. Spettri di attori falliti, rintanati in mille cunicoli. Signori delle botole. Fantasmi in vedetta, in agguato dietro vecchie scenografie. Uomini ombra, come Scaramouche.

Fradicio ma incurante della pioggia, Lo vide uscire i due muschiatini. Solo uno era armato di randello. Lo utilizzava proprio come un bastone da passeggio, aiutando affettata-. mente, ogni qualche passo, un'andatura artefatta, sussiegosa. L'altro si riparava sotto un parapioggia all'inglese. Li lasci sfilare, nascosto dietro un angolo, poi assest un colpo violentissimo sulle gambe di uno dei due. Il secondo si volse, un'imprecazione sulle labbra, ma venne raggiunto da un cazzotto in piena faccia, tra naso e bocca, e si port le mani al viso. Il parapioggia cadde e gir sul perno offerto dal puntale, la pancia verso l'alto, a raccogliere il diluvio.
Quello colpito alle gambe faticava a rialzarsi. Il suo bastone era rotolato via, distante qualche passo. Lo sferr un calcio con la punta dello stivale sul mento. Senti il rumore dei denti che gemevano un'arcata sull'altra. Quello del parapioggia provava, intanto, a estrarre qualcosa da sotto la giacca. Una pistola, di quelle con una lama di coltello saldata sulla canna. Fa'ola mia, ebbe appena il tempo di dire prima che il manico di badile si abbattesse tra capo e collo con un tonfo smorzato. Tramortito, l'avversario scivol a terra come un sacco vuoto.
La pistola cadde. Bench il cane fosse armato, non spar. Polveri bagnate. Lo ringrazi il diluvio, estrasse dal tascapane una corda da barcaiolo e si gir verso l'altro, che era riuscito a mettersi in ginocchio e tendeva la mano verso il suo randello, ahilui troppo fuori portata. Lo lasci un braccio di corda tra le mani e strinse con quella il collo del muschiatino. Fu solo allora che il bicorno, calzato a fondo sul capo, cadde a terra, dondolando sulla tesa come una barchetta sul mare agitato. Il muschiatino intanto implorava con lo sguardo, il volto ormai cianotico. Lo allent la presa con un ghigno di disprezzo. Il merveglioso si port le mani alla gola, tossi. Poi cadde, tramortito da una bastonata secca.
Lo guard i suoi nemici. Respir forte, allargando le froge come uno stallone. Niente pubblico, no, ma certo un trionfo.

Leg i corpi in modo che sedessero, le schiene appoggiate, le gambe lunghe distese sulla pavimentazione fradicia. Medit se fosse il caso di spogliarli, ma pens che non occorreva strafare. Era andata sin troppo bene. L'occhio gli cadde sul bastone di uno dei muschiatini, poi sulla pistola, ma ad attrarlo era il bastone. La forma della testa ricordava un volto umano. L'altra estremit sembrava quella di un osso, di una tibia. Pens che quell'oggetto doveva essere suo. Pi efficiente di un manico di badile, e il legno era stato trattato con resina, in modo che non prendesse umido e non si deformasse. Lo raccolse, lo rigir tra le mani. La consistenza e il peso intimidivano, ma si trattava di un attrezzo estremamente maneggevole. Scaramouche aveva trovato un'arma adatta, pens. Ironia della sorte, l'arma di elezione dei suoi avversari. Bottino di guerra.

DA UN RAPPRESENTANTE
DELL'ARMATA DEI PIRENEI ORIENTALI
AL COMITATO DI SALUTE PUBBLICA

Montpellier, 24 brumaio, anno III (14 novembre 1794)

Ho ricevuto l'altroieri una lettera, la cui prima busta era al mio indirizzo e la seconda ai rappresentanti del popolo presso l'armata dei Pirenei Orientali; l'ho aperta e ho visto che la lettera era di Simonin, riscattatore dei prigionieri di guerra francesi in Spagna.
Voi, cittadini colleghi, non potrete leggere senza la pi grande indignazione i tre seguenti articoli, racchiusi nella lettera di Simonin, che vi allego in copia.
"La Spagna, - si dice, - riconoscer il sistema o la forma di governo che la Francia ha adottato o vorr adottare". Oh, quanta bont!
"La Francia, metter a disposizione della Spagna i due figli del fu Luigi XVI".  buffo vedere un nemico sconfitto usare un simile linguaggio. Spetta al solo popolo francese decidere la sorte dei due figli del Capeto. E senza dubbio, dal momento che si trova nella posizione di dettar legge ai suoi nemici, non accetter ordini da nessuno, tantomeno da una nazione orgogliosa, vigliacca e perfida.
"La Francia, - continua, - render al figlio di Luigi XVI le province limitrofe alla Spagna, nelle quali egli regner e governer come unico re". Ammetto che ci vuole molta flemma per leggere questo articolo mantenendo il sangue freddo. Ma come? Dacch il popolo francese si  liberato per sempre delle catene della schiavit e ha proclamato la Repubblica, gli si propone di rendere al figlio di Capeto le province limitrofe alla Spagna? Si pensa dunque che gli abitanti di tali province, amanti gelosi della libert, che hanno giurato di vivere liberi o morire, chinerebbero di nuovo il capo sotto il giogo di un despota?
Si pu pensare che la Francia vittoriosa, le cui armate occupano il territorio nemico, consentirebbe mai che la minima parte del suo venga deturpata dalla presenza di un tiranno?
Nella vostra saggezza, voi soppeserete il partito che  meglio prendere; ma, nell'attesa, persisto nel credere che ogni corrispondenza tra uomini liberi e schiavi debba cessare, dal momento che costoro osano proporre leggi, quando invece sono fatti per subirle.
L'unica corrispondenza che vi pu essere  quella del cannone e della baionetta.
Saluti e fraternit,

Vidal

 SCENA TERZA
 L'Ammazzaincredibili
Novembre - dicembre 1794 (frimaio, anno III)


I.

L'arma di Scaramouche era lo spirito di Marat. Soquanti dicon che era una sbarra di ferro, qualchedun altro ricorda che era un femore d'uomo, un femore placcato d'argento. Qualcheduno lo ha pure visto nella bottega di un trovarobe.
- Chi, Scaramouche?
Sei scemo? Il femore. Dice che il cugino di qualcheduno faceva il facchino, si smazzava mobili e cazzi vari. Ancertopunto vede l'osso in una bacheca e chiede al titolare: cos' quel robo li? E il gecco gli fa: oh, quella  roba che vale, non si tocca!  l'arma di Scaramouche, l'Ammazzaincredibili.
- Figurarsi se quello aveva lo spirito di Marat sottovetro! Sar stato un osso rubato a un cane, coperto con del ferro e un velo d'argento, per venderlo al primo gonzo che...
Per la verit uno Scaramouche s'era gi visto nel '93, a Sant'Antonio, aveva sbregato il culo a due o tre accaparratori, poi s'era infognato chissadove. Dicevano che fosse un saltimbanco italiano.
- Mi ricordo. Infatti anche il saltimbanco era svanito dal foborgo.
- Pure perch, diciamocelo, quando Madama Ghigliottina macinava che macinava, c'era ben poca bisogna di un eroe mascherato.
- Per poi  tornato fuori.
Ma mica lo sai se era sempre l'italiano, concesso e non ammesso che la prima volta fosse lui. Che poi chi era 'sto italiano?  esistito davvero o l'ha inventato qualcuno?
Insomma, le strade erano zeppe dei pierculi armati che ti dicevo, quelli che Frron... Te lo ricordi Frron?
- Girava voce che fosse evirato, ma che in compenso aveva tre balle...
- Seee, le aveva in testa, le tre balle...
Frron aveva assoldato quei gianfotti a guisa di cagnaccia, ma eran peggio della cagnaccia... Si, loro, quelli che non dicevano la erre, che giravano coi calzari tipo Giulio Cesare con il zagno che faceva quell'inverno, e avevano diciassette bottoni sulle palandrane in onore di Luigi XVII, che poi sarebbe il delfino...
- E la sciarpazza fino alle labbra per dire: a me non m'avete decollato!
- E la coppa rasata e scoperta per dire: tie', questa  ancora qui!
- E avevano ragione, dovevamo accopparli tutti.
C'erano pure quelli peggio ancora, che potevi dargli una zoccolata sui maroni e manco una piega, nemmeno abbassavano lo sguardo. Quelli che poi hanno fatto quel gran buridone.
- Chiamalo buridone!
- Per quelli son venuti fuori dopo.
Insomma, noi all'epoca s'era ben mesti. S'era mesti fin da termidoro. Nelle nostre stamberghe si gelava. La panza era vuota. Il governo faceva cacare. I merdegliosi pistavano e mazzavano i nostri compagni, un giorno si e l'altro perch no? Eravamo perseguitati e quelli, mentre ce le davano, ci ghignavano pure in faccia. Era proprio una brutta roba prenderle da simili facce di piercazzo, agghindati e sbrillucchi e olezzanti d'essenze.
- Certuni erano delle donne.
- E certuni finocchi.
- Giravano mezze nude a febbraio, con abiti di garza che si vedevano le tette...
- Soquante son morte di freddo, infatti.
- Se  vero ben gli sta, saloppe maledette.
Insomma, dicevo, noi s'era ben mesti, e s' continuato a esserlo, madancertopunto qualche soddisfazione, qualche buona notizia ci ha fatto almeno sorridere, perch  saltato fuori Scaramouche, e chissenefotte se era quello di prima o un altro ancora o addirittura pi di uno. Scaramouche portava una maschera di cuoio con un naso aguzzo e lunghissimo, un becco come un pugnale. Lo ficcava negli occhi dei pierculi.
Scaramouche era una macchina ammazzacattivi. Il primo che ha beccato era un certo Grisaille, che lo chiamavano "il Mago". Uno di quelli che bazzicavano Palazzo Thellusson.
- No, mica era il primo, ne aveva gi stesi soquanti...
- Grisaille andava in giro con una coda di leone, una vera coda di leone, penzolante dalla culotta. Portava sulla zucca un cappello giallo con la tesa larga larga e alto mezzo braccio, allacciato sotto il mento da una corda di raso che finiva con dei campanellini a forma di teschio. Dentro il cappello, appeso al soffitto, ci teneva il randello, il "pote'e esecutivo". Quando attaccava a slacciarsi sotto il mento, voleva dire che stava per menare. Scaramouche lo ha beccato una sera sul boulevard degli Italiani, anzi no, si chiamava gi boulevard Cerutti. C'erano altri muschiatini, ma nessuno ha fatto in tempo a dir beo. Scaramouche sbuca all'improvviso, gli si para innanzi e fa:
"GRadevole seRata, nevveRo, pezzo di meRda?"
Il Mago resta a bocca aperta e perlappunto sbam!, si prende lo spirito di Marat sulle labbra, una svirgolata sinist-dest che gli fa saltare il cappello e schizzare via soquanti denti da sotto la sciarpa. Aquelpunto, Scaramouche gli spara un discorsetto.
"Voil, Razza di Ripugnante iRRedimibile stRonzo! Non dovRai pi compieRe alcuno sfoRzo, oRa, peR evitaRe di diRe la eRRe. AppRezzi o non appRezzi il soccoRso dello spiRito di MaRat?"
Astopunto il Mago  annebbiato...
- Solo annebbiato? Merda, io sarei stato gi dall'altra parte...
Il Mago non ha nemmeno urlato, per  confuso forte, vede ghignare la morte, rognaccia! In un battito di ciglia gli han cambiato mezza faccia, sente il sangue che scende e gi cola nella mutanda... Aquelpunto, gesto futile come tutta la sua vita miseranda, prova a prendere il cappello per pigliare il manganello, ma Scaramouche gli sferra un calcio sull'uccello, proprio in segno di dispregio, e il tipo strilla, come uscito da un sortilegio, e sputa sangue e ancora qualche dente, poi si accascia, perdente, tutto storto, gi quasi morto. Scaramouche si guarda intorno: i compari del Mago son delle caccole, becchi mosci di mezze taccole, e com' ovvio sono in preda allo scago. Provano a pigolare qualcosa, ma Scaramouche gli mostra la mazza spaventosa, lo spirito di Marat slercio di sangue, che di notte  ancor pi una brutta roba, perch  nero. In pi, l'uomo col rostro ringhia vapore, sembra un animale, e ci ha una musta da matto, infino col buio si vedono gli occhi rossi nei buchi della maschera e il sorrisetto da ti-strappo-i-visceri-e-ci-faccio-una-fionda. Tutti si azzittano. Scaramouche afferra il Mago per la coda di leone e lo strascina via, con la faccia che gratta per terra. Mentre si dilegua col bottino di guerra, dice a chi resta:
"Mi Raccomando, anzi, ve lo oRdino: RifeRite ai vostRi compaRi, ai vostRi padRoni e alle vostRe baldRacche meRdegliose che a RiduRRe cos il vostRo amico  stato ScaRamouche, l'AmmazzaincRedibili! ScaRamouche  toRnato, e peR voi bastaRdi saRanno cazzi amaRi!"
Questo a mo' di saluto, poi svanisce, il tutto  durato meno di un minuto. I muschiatini non saprebbero manco dire com'era vestito. Ricordano solo la maschera, il rostro... e lo spirito di Marat. Soquanti dicono che Scaramouche era un mostro, grosso come un armadio. Altri dicono no, anzi, era un piccoletto, tarchiato e muscoloso. Grisaille lo han trovato poco distante la mattina dopo, stoccafisso, appeso a un albero a zucca in gi. Scaramouche gli ha mozzato entrambe le recchie.
Qualche sera dopo, Scaramouche branca un muschiatino, nei pressi di Palazzo Egualit. Quando lo ritrovano, lo riconoscono dai vestiti, perch la cartola non ce l'ha pi. Anche a questo ha mozzato le recchie, e c' un cartello:

TREMATE, SGHERRI DI TERMIDORO
LO SPIRITO DI MARAT VI COLPIR A UNO A UNO

Scaramouche incantona un muschiatino, ancora nei pressi di Palazzo Egualit. Quando lo ritrovano, non possono riconoscerlo dai vestiti, perch  ignudo come una larva. Come al solito, niente recchie, e c' un nuovo cartello:

TREMA ANCHE TU, FRRON
IO VENGO A RESTITUIRTI UN PO' DEL TUO TERRORE

Una foresta di erre, per percularli di brutto. Anche se a quel punto, a soquanti muschiatini gliene fotte poco di pronunciare o non pronunciare la erre, sono troppo indaffarati a chiedersi: chi cazzo  'sto Scaramouche?


2.

I tre merdegliosi avevano un secchio di vernice nera e un grosso pennello. Uno li portava e ogni tanto si fermava a scrivere, gli altri facevano da scorta. Di rado incrociavano qualcuno. Se capitava, lo guardavano torvo e quello girava al largo, rapidissimo. Prima uno sgraziato, poco dopo una battona. Della cagnaccia, nessuno. Giravano indisturbati dall'autorit, in ossequio alle disposizioni di Frron.
Scaramouche li seguiva a distanza da almeno mezz'ora, avvolto nel mantello per essere tutt'uno col cuore della notte, ogni tanto prendendo scorciatoie per attenderli pi avanti, passando nelle vie pi strette e oscure, tra rifiuti, escrementi, carcasse di gatti macilenti.
Gi da un po' Lo aveva adocchiato quelle scritte. "Arriva l'Armata dei Sonnambuli", "Viva l'Armata dei Sonnambuli". Si era chiesto che volessero dire, e chi mai le stesse scrivendo. Sinceramente, non avrebbe mai pensato ai muschiatini. Che cazzo avevano in mente?
I tre si fermarono e ripresero a scrivere. "Viva l'A..."
E p bon!, pens Lo, che ne aveva abbastanza. Era il momento di entrare in azione.
- Non saR oRa di andaRe a doRmiRe, scRibacchini?
I tre si girarono di scatto, ma - strano a dirsi - non sembravano stupiti. In viso avevano espressioni impenetrabili.
Nondimeno, Lo scatt.

Scaramouche esordi entrando con il rostro nell'occhio di uno dei tre. Senti il bulbo esplodere, pop. Quello per ebbe solo un istante di esitazione: fece un passo indietro, poi riprese a mulinare i pugni avanti a s. Scaramouche arretr e colp con lo spirito di Marat le gambe dell'avversario. Un colpo al centro della coscia in grado di azzoppare un mulo. Il gecco lo assorb, ugh!, buttando fuori giusto un po' di fiato in pi, ed ecco che gli furono addosso.Lo stava per finire sotto il mucchio quando ebbe l'idea di utilizzare il bastone in una traiettoria montante, dal lastricato al mento di uno dei lezzosi. La mascella schiocc e il collo frust all'indietro, giusto in tempo perch Lo uscisse di corsa dal mucchio di corpi e dalla tempesta di colpi, ma quello, il muschiato, anche dopo aver subito un calcio in bocca continu ad avanzare, barcollando un passo o due. Scaramouche arretr ancora e si mise in guardia. La paura c'era, l'avvertiva, era in fondo al coccige, ma se rimaneva li poteva essere un motore. Infatti, Lo si scopri lucido come uno specchio. Se invece la paura sale e tocca le viscere, ecco che ti caghi addosso.

Mentre lottava per non far salire la paura dal perineo alla pancia, Lo ebbe un'intuizione.
Automi.
Esseri caricati a molla.
Del resto, per imitare alla perfezione i movimenti di un uomo, basterebbe un buon orologiaio. La cute si fa con qualche pelle ben conciata. Gli occhi, con gemme o pezzi di vetro, a seconda di chi sei e che posto hai nel mondo.
E quegli occhi somigliavano davvero a pezzi di vetro.
Lo senti i peli della schiena rizzarsi. I colpi, i gesti, i respiri, i corpi, i minimi atteggiamenti delle membra sembravano eseguire una coreografia. Forse i muschiatini erano in preda all'effetto di qualche droga o farmaco che li rendeva capaci di intuire i colpi altrui e ignorare il dolore.
Eran disposti a triangolo. Quello al centro avanz. Scaramouche gli sferr sul ginocchio un coup depied bas. Bernard glielo aveva insegnato alla perfezione e lui lo portava in modo sciolto, lungo, cos che la parte interna della scarpa, di taglio, segasse la gamba sul molle, sul cedevole dell'articolazione.
Il muschiatino cadde in avanti. Prese a trascinarsi con le braccia, l'arto colpito piegato in modo contrario al disegno divino. Lo si diede del coglione, si, era stato un coglione solenne a lasciare sdegnosamente a terra la pistola, notti prima, arma che avrebbe costituito una parte legittima del suo bottino di guerra. Ora l'avrebbe usata, eccome. Perch la guerra  guerra, e se la cominci o ti ci trovi in mezzo devi andare fino in fondo e vincerla, quale che sia lo spiegamento di forze o la crudelt che il nemico possa allestire o mettere in atto.
Lo bestemmi, deciso a vincere in ogni modo. Perch la morte, sua, sarebbe stata l'altro esito probabile dell'impresa.
Z bot!, pens nel suo dialetto. Lo spirito di Marat si abbatt sulla tempia dell'avversario di destra, che cadde tramortito. Esistono punti colpiti i quali la macchina implode. Sferr un calcio poderoso al basso ventre dell'altro. Nemmeno una piega. L'avversario mostr solo una piccola titubanza nel compiere il passo successivo, per finire per investito da una gragnuola di mazzate. Il muschiatino non pot reagire, ma continu a rimanere in piedi finch gli avambracci a protezione del volto non cedettero e la faccia scomparve, sepolta, maciullata.

Lo respir affannosamente. I suoi avversari erano battuti. Anche quello con la gamba rotta fu raggiunto e finito a bastonate, rumore da far gelare il sangue.
Li guard come si guarda un prodigio nefasto. Senti, improvviso, il dolore dei colpi subiti. Collo, costole, braccia. Uno dei muschiatini biascicava qualcosa, mandando bava dalla bocca. Lo si avvicin e tese l'orecchio. Sembrava una serie di numeri, una sciarada ritmica di cui non si coglieva sillaba. Si, erano macchinari rotti, difettosi. A renderli umani, solo l'odore, il lezzo dei corpi, il ricordo di com' fatto un uomo visto da fuori.
Mentre riguadagnava il fiato, vide che uno dei tre corpi si muoveva. Non erano gli spasmi di un moribondo: si stava rialzando, nonostante la fronte squarciata si stava rialzando, mani puntate a terra si stava rialzando.
Lo senti la paura montare dal coccige e invadere le viscere. Avrebbe potuto finire anche quello, ma era esausto, schifato, atterrito da quel che aveva visto.

A fatica, Lo armeggi con la chiave. La stava ancora girando nella toppa quando l'uscio si apr e, nel chiarore dell'alba, apparve Bernard. A quell'ora usciva per comprare da mangiare. I due si guardarono e, per la prima volta da da quando Lo lo conosceva, il marsigliese ebbe un sussulto di sorpresa. Non doveva essere un bello spettacolo: pallido come zuppa di latte, mezzo storto e visibilmente dolorante, in mano un fagotto lercio. Avrebbe dovuto lavare a fondo il costume, se voleva tornare in azione.
Del resto, aveva tempo. Il corpo aveva bisogno di riposo, e la mente di quiete per riflettere.
- Facciamo che io non so quello che fai di notte, - disse Bernard. - Siamo intesi?
- Siamo intesi, - rispose Lo, poi scost il suo padrone di casa e si trascin oltre la soglia.


3.

In piedi accanto alla finestra, l'uomo osservava una vespa ronzare contro il vetro. L'insetto sbatteva testardo, incapace di accettare che il mondo esterno, pure cos nitido, fosse irraggiungibile. Probabile che avvertisse l'affievolirsi del fluido magnetico, il diminuire della temperatura... Ci si inoltrava nell'autunno e la vespa non sarebbe sopravvissuta a quell'ultima stagione. Cosi si accaniva contro il vetro e il suo ronzare suonava come rabbia.
Yvers avverti, a pochi passi da s, la presenza dell'uomo senza naso. Aveva la discrezione di certi uccelli, zampettava in silenzio, occhieggiando di qua e di l, fino ad arrivarti accanto.
- Mio signore... - gracchi.
Il cavaliere d'Yvers lasci cadere su La Corneille uno sguardo distratto. Strana cornacchia senza becco, pens. Tanto orrida quanto fedele. Troppo vicina. Dovette fare un mezzo passo indietro per scostarsi dalla deformit di quel volto.
- Ti ascolto.
La Corneille si schiari la voce per darsi contegno.
- Tre dei nostri sono stati attaccati nottetempo. Due sono morti, l'altro  conciato molto male. Potrebbe rimetterci la buccia.
Yvers assimil la novit senza battere ciglio. Torn a osservare la vespa che ora camminava lungo il bordo del vetro.
- Scaramouche?
La Corneille annu. Puzzava forte e Yvers si scost ancora un po'.
- Un agguato. A colpo sicuro.
L'espressione imperturbabile del capo fu attraversata da un'ombra. L'ombra di un rapace notturno.
Da giorni e giorni l'uomo mascherato attaccava i muschiatini di Palazzo Egualit. Era solo questione di tempo perch entrasse in collisione con l'Armata dei Sonnambuli.
Quando per la prima volta gli avevano riferito di un'azione di Scaramouche, Yvers si era subito rammentato dell'eroe dei sanculotti. Era dal tempo di Bictre che non lo sentiva pi nominare.
Cio dal tempo del "cittadino Laplace".
Cio dal tempo di Robespierre.
Scaramouche, il vendicatore della plebe.
Quante ne aveva udite raccontare sul suo conto. Matti, inservienti, visitatori.
Poi, di punto in bianco, non aveva pi udito nulla. L'eroe straccione era svanito.
Una rondine non fa primavera, si disse Yvers, ma un gufo che ritorna fa brutto tempo.
Perch tornare in scena adesso? Per chi pugnava? Il suo mondo era in pezzi.
Quale profonda disperazione doveva muoverlo...
La vespa percorreva il lato della finestra. Yvers la blocc tra pollice e indice con un gesto rapidissimo e la osserv contorcere l'addome nel tentativo di pungerlo. Il pungiglione roteava come una spada, arrivando a sfiorargli la pelle. Era ammirevole come quell'infima forma di vita lottasse contro il proprio destino con tutte le sue ultime forze.
- La strada dell'ideale  ricca di ostacoli, - disse. - E questo  un bene: esso altrimenti sarebbe un fetido pascolo di greggi.
La Corneille si avvicin, pendendo dalle sue labbra, e di nuovo il fetore penetr nelle belle narici del cavaliere.
-  quasi giunto il momento. Tieniti pronto.
- Quando, mio signore? - chiese trafelato La Corneille.
La risposta giunse secca.
- Per il secondo anniversario del Capeto.
Gli occhi di La Corneille brillarono d'eccitazione.
- Nel frattempo, - aggiunse Yvers, - manda i nostri a esercitare il potere esecutivo sui sanculotti.
La Corneille si freg le mani e annu vistosamente.
- A proposito di questo, mio signore... Stamane sono venuti da me quelli di Frron.
Yvers sollev la vespa in controluce.
- Che vuole il nostro deputato? - domand sprezzante.
- Chiede di colpire a Sant'Antonio. Quel foborgo  l'ultimo bastione dei sanculotti. Li continua a riunirsi l'estrema sinistra...
Il cavaliere alz la mano e gli impose il silenzio. Strinse le dita, finch il pungiglione della vespa non schizz fuori dall'addome, insieme a parte delle interiora. Quindi deposit sul vetro l'insetto, che ancora si muoveva.
- Parlami di quell'osteria, La Corneille.
L'uomo senza naso annu.
- La Gran Pinta.  uno dei loro ritrovi. E c' di pi: rapporti di spie dicono che l'anno scorso, quando Scaramouche agiva in quel foborgo, l'osteria era il suo quartier generale:  il loro eroe.
Si, pens Yvers. L'ultimo eroe dei pezzenti.
- Riferisci a Frron che ci pensiamo noi.
La Corneille prese congedo con vari inchini.
Yvers rimase a studiare l'agonia della vespa come un entomologo. O piuttosto come un demiurgo, che osserva l'esito del proprio agire. Per qualche ragione gli venne in mente Jean. Si domand che fine potesse avere fatto. Non per interesse verso di lui, ma per la curiosit di sapere se era sopravvissuto alla prova. Certo, rispetto a ci che stava per realizzare, quello di allora appariva come un piccolo esperimento, un pallido tentativo di approssimarsi alla perfezione, all'affermazione assoluta della volont. Adesso stava per farlo e quel pensiero lo riempi di orgoglio. Avrebbe dimostrato la verit davanti agli uomini. Avrebbe sancito una vittoria inoppugnabile, di fronte alla quale non sarebbe potuto esservi altro che un silenzio sacrale.
La vespa smise di muoversi. Yvers apr la finestra e con un dito la spazz via.


4.

L'agente Chauvelin sembrava invecchiato di anni, pens D'Amblanc una volta entrato nella grande stanza. Il volto era teso, sudato. Era in piedi dietro la scrivania, un fascio di carte serrato nella mano a mo' di mazza. L'uomo si ricompose, deponendo i fogli e stirandoli sul tavolo.
- Le mosche mi fanno dannare, - disse il funzionario. - Ne girano un paio da stamattina, e sono torturato dall'emicrania. Il ronzio dei dannati insetti mi fa impazzire. Prego, accomodatevi.
D'Amblanc sedette rispondendo all'invito. Guard gli occhi dell'interlocutore. Erano infossati, stanchi.
- Dunque siete tornato. Alla fine avete scoperto che il vostro posto  qui a Parigi, - disse Chauvelin.
D'Amblanc non aveva alcuna intenzione di riprendere le schermaglie e non colse la provocazione. Era li con uno scopo preciso.
- Sono tornato perch il mio lavoro non  ancora finito.
- Se vi riferite a me, - disse Chauvelin portandosi una mano alla fronte, - credo di essere un caso disperato.
D'Amblanc scosse la testa.
- A dire il vero non ero nemmeno sicuro di trovarvi ancora qui.
Chauvelin annu.
- Qualcuno  stato allontanato, - ammise.
- Non voi.
- No, infatti. Intendo servire la Francia e la Repubblica finch sar in grado di farlo. Credo sia questo il dovere di ogni buon rivoluzionario.
D'Amblanc pens che in quell'ufficio avrebbe preferito trovare qualcun altro, uno di quei funzionari usciti dal colpo di termidoro. Eppure al contempo era proprio Chauvelin, il giacobino della prima ora, che sperava di incontrare.
- I rivoluzionari sono quasi tutti morti, - disse.
Chauvelin gli lanci un'occhiata sconsolata.
- L'orgoglio finir per essere la vostra rovina, dottore. Ancora pensate che la rivoluzione debba adeguarsi alle vostre aspettative. Chi vi credete di essere? Ve ne andate, restate lontano per mesi, tornate... Vi comportate come un amante stagionale. Restare fedeli alla rivoluzione anche se non  quella che ci aspettavamo, ecco la vera impresa -. Lo sforzo d parlare parve averlo stremato. Strinse gli occhi e si asciug il viso con il fazzoletto. - Cosa siete venuto a dirmi? - domand, poi subito aggiunse: - Sempre che siate ancora intenzionato a dirmelo...
D'Amblanc esit un istante, prima di parlare.
- Ho buone ragioni di credere che il magnetista del quale ho scoperto le tracce in Alvernia, il cavaliere d'Yvers, si trovi a Parigi in questo momento.
- Non mi sorprende, - comment Chauvelin. - Molti partigiani monarchici si annidano ancora a Parigi.
D'Amblanc scosse di nuovo il capo.
- Lasciatemi concludere. Dalla fine di gennaio del '93 al termidoro di quest'anno, costui ha risieduto sotto falso nome all'ospedale di Bictre, dove ha continuato i suoi esperimenti sul sonnambulismo. Il dottor Pinel lo ritiene capace di controllare la volont altrui, anche a distanza.
Il funzionario ebbe un sussulto, difficile dire se a causa di una fitta di dolore o della rivelazione di D'Amblanc. Parevano trascorsi secoli da quando il commissario Chauvelin aveva sventato il complotto per sottrarre Luigi XVI alla ghigliottina, lasciandosi sfuggire la mente della congiura.
- Grazie alle false dichiarazioni di un certo dottor Gallonnaire, - aggiunse D'Amblanc, - costui  riuscito a farsi ricoverare come pensionante il 26 gennaio 1793. Cinque giorni dopo il tentativo di liberare il Capeto. Potrebbe essere uno degli uomini che vi  scappato allora.
D'Amblanc lasci che Chauvelin facesse le proprie valutazioni. Colse una luce nuova nel suo sguardo, ma proprio in fondo, un barlume sopravvissuto ai rivolgimenti e all'emicrania.
Riprese.
- Avrete sentito parlare dell'Armata dei Sonnambuli.
Chauvelin annu serio, agitando la mano davanti al volto. Puro automatismo, perch a D'Amblanc non era parso d'udire alcun ronzio.
- E immagino sappiate, - continu, - che si parla di una loro innaturale resistenza al dolore, di un'espressione assente, lontana. Sui muri della citt vi sono scritte che inneggiano a quella banda.
- Se Brissot fosse ancora tra noi, - disse Chauvelin con uno sforzo, - potremmo dargli soddisfazione. A quanto pare, la controrivoluzione dei sonnambuli  incominciata.
D'Amblanc accolse quelle parole con gelo. Sembravano contenere sarcasmo, ma l'espressione di Chauvelin era invece pesante, profonda. Guardava in basso, verso il piano della scrivania, come a cercare qualcosa. Forse il filo smarrito dei propri pensieri.
- Dietro le azioni di questi sonnambuli ci sono i muschiatini di Palazzo Egualit, - prosegui il poliziotto. - Ne conosciamo nomi, cognomi e soprannomi. Non si tratta di una misteriosa armata, ma di una banda fra le molte che si agitano in citt in questi tempi burrascosi. Fanno capo a uno dei custodi del palazzo, un certo La Corneille. Non sappiamo se le scritte sui muri siano un'idea sua. Di sicuro, hanno aggiunto al profilo della banda un certo non-so-che....
Gli angoli della bocca di Chauvelin lottarono per alzarsi e formare un sogghigno, ma si arresero dopo un istante, come vinti da un peso che nessun altro poteva sentire.
D'Amblanc acquisi la nuova informazione, deglut l'orgoglio prima di ribattere.
- Perch non arrestate questo La Corneille? Potrebbe portarvi all'uomo che ho in mente, lo stesso uomo con cui avete un conto in sospeso da quel 21 gennaio. Oppure potreste incastrare il dottore che gli ha firmato la richiesta di ricovero. Tempo fa mi diceste che un uomo solo non era un pericolo urgente, a paragone dei complotti che agitavano Parigi. Oggi quell'uomo potrebbe essersi unito ad altri uomini, che agiscono impuniti per le strade grazie ai suoi insegnamenti.
Chauvelin si decise a guardarlo in faccia.
- Ci sono ordini superiori, - disse. - Questa sedicente Giovent Dorata non va perseguita. C' chi ne ha in mano le briglie.
D'Amblanc non si trattenne.
- Chi? Frron? Thuriot? Quelli che prima hanno maneggiato con Danton, poi hanno tradito Robespierre, e adesso vogliono riportare le cose allo status quo ante?  questo che voi chiamate restare fedeli alla rivoluzione? Prendere ordini dai voltagabbana?
Chauvelin si strinse le tempie con le dita e respir a fondo. Quindi si alz e si mise di tre quarti, verso la finestra, osservando l'autunno che incedeva inesorabile su Parigi.
- La rivoluzione ci ha insegnato che la differenza fra un patriota e un criminale pu essere sottile quanto quella fra una guida illuminata e un tiranno. Da una parte Frron, dall'altra i sanculotti oltranzisti... Chi difende la Repubblica, chi la minaccia? I terroristi che non si rassegnano, perch pi della Repubblica amavano il Terrore. Costoro sono un pericolo. E quella specie di... - Chauvelin cerc le parole, - giustiziere da commedia dell'arte, che vuole far le veci dello stato... Un guitto che afferma di combattere i nemici della Repubblica, e intanto fa del repubblicanesimo una farsa...  un patriota? O piuttosto un delinquente?
D'mblanc trattenne a stento la rabbia.
- Dunque i sanculotti e Scaramouche sono i veri nemici, e la Giovent Dorata ha un salvacondotto per combatterli. E questo non  far le veci dello stato? Non  dare la Repubblica in mano a buffoni?
- Vi ho detto come la penso. Ognuno sceglie il proprio destino.
Mesi prima, D'Amblanc avrebbe provato compassione per l'uomo che aveva davanti. Non era che un burocrate, avrebbero detto gli economisti, schiacciato dal peso di un tempo del quale si sforzava d'essere all'altezza. Come tutti. Adesso invece lo sentiva complice della sua sorte. Aveva scelto. O meglio, aveva lasciato che altri scegliessero per lui, scambiando il coraggio per rassegnazione. La rassegnazione non  mai rivoluzionaria.
Sulla scrivania, qualcosa attir l'attenzione di D'Amblanc. Da sotto il bordo di un fascicolo spuntava un biglietto. Sembrava un invito. Nella prima riga si poteva leggere a chiare lettere: "La Signoria Vostra  invitata al Ballo delle Vittime".
"Signoria Vostra". Era davvero cambiato tutto.
Nell'intestazione c'erano una data e un indirizzo: Palazzo Thellusson, via di Provenza. D'Amblanc provvide a stamparseli nella mente.
- Avreste un gran bisogno di una seduta di magnetizzazione, - disse D'Amblanc quando Chauvelin torn a voltarsi verso di lui.
L'altro si concesse un sorriso tirato.
- Lo so. Vi assicuro che la tentazione  forte. Ma ormai ho imparato a fare senza di voi e a sopportare stoicamente. Altrimenti non sarei pi al mio posto. Meglio lasciarsi cos.
D'Amblanc capi l'antifona e si alz.
- Avete ragione. A ciascuno il suo destino.
Non disse nemmeno addio. Lasci la stanza gravato dal peso di un pessimo presentimento.

LEGGE DEL 4 NEVOSO, ANNO III
(24 dicembre 1794)

Art. 1. Tutte le leggi riguardanti la fissazione di un maximum sul prezzo delle derrate e delle mercanzie, cesseranno d'aver effetto a contare dalla pubblicazione della legge seguente.
Art. 2. Tutte le requisizioni ordinate fino a quel giorno, per il vettovagliamento delle truppe di terra e di mare e per l'approvvigionamento di Parigi, saranno eseguite.
Art. 4. Le derrate cos sottratte verranno pagate al prezzo corrente del capoluogo di ogni distretto.
Art. 9. A mezzo del presente decreto, la circolazione dei grani sar completamente libera all'interno della Repubblica.
Art. 14. Tutte le procedure cominciate per violazioni fatte alla legge sul massimo sono annullate; i cittadini detenuti in virt di tali giudizi saranno messi in libert senza alcun rinvio.
Art. 15. Tutte le requisizioni di derrate o mercanzie, eccetto quelle sopra elencate, sono annullate a partire dalla pubblicazione del presente decreto.

 SCENA QUARTA
 Il Ballo delle Vittime
Dicembre 1794 -gennaio 1795 (nevoso, anno III)


I.

Gli restava un solo abito elegante, cimelio del tempo prima della rivoluzione. Non lo indossava da allora. Gli sarebbe sembrato ridicolo sfoggiarlo in quei tempi di penuria, e poi non voleva rischiare di rovinarlo in caso avesse dovuto impegnarlo o venderlo. Certo non avrebbe mai pensato che sarebbe tornato utile per quell'occasione.
Jean lo osserv mentre indossava la giacca. Gli stava appena un po' larga. Negli ultimi mesi era dimagrito. Come tutti, del resto.
- Siete molto elegante, signore.
- Grazie, Jean.
D'Amblanc si spost davanti al piccolo specchio appeso alla parete per sistemare la cravatta.
- Dove andate di bello?
- A una festa alla quale non mi hanno invitato.
Il ragazzino assunse un'aria pensosa.
- Non  una cosa corretta, vero?
- Decisamente no, - rispose D'Amblanc con il mento in alto, mentre armeggiava col nodo.
- Pensate che vi lasceranno entrare grazie al vestito?
D'Amblanc sorrise.
- Non credo proprio -. Fece qualche passo nella stanza per riprendere confidenza con quell'abbigliamento, simul un inchino. Jean rise. - Dovr inventarmi qualcosa.
- Perch non mi portate con voi, signore?
D'Amblanc gli scompigli i capelli con la mano.
- Non credo proprio che i ragazzini siano ammessi... E smettila di chiamarmi signore.
Jean si scus e and a prendergli il cappello.
Lui lo calc sulla testa. Poi guard Jean dall'alto in basso.
- Non aprire a nessuno. Torner presto.

Palazzo Thellusson era la dimora di una famiglia di banchieri svizzeri. Inconfondibile: al giardino all'inglese della villa si accedeva attraverso un enorme arco che campeggiava di fronte all'imbocco di via d'Artois. Le carrozze passavano sotto la volta e scaricavano gli ospiti davanti al colonnato.
D'Amblanc raggiunse il luogo a piedi e rimase a lungo a studiare la fauna che scendeva dalle vetture, imbacuccata nei pastrani eleganti, che riparavano dall'aria pungente d'autunno. Erano facce di mercanti, investitori di borsa, e - avrebbe scommesso - nobili appena reintegrati o risarciti dei propri beni e delle confische della Repubblica.
Nei giorni precedenti, D'Amblanc era andato in cerca delle voci di strada e aveva scoperto che per ricevere l'invito al Ballo delle Vittime era necessario avere avuto almeno un parente ghigliottinato. Si rendeva omaggio ai propri morti, ma al tempo stesso si festeggiava lo scampato pericolo.
D'Amblanc pensava che ci fosse qualcosa di osceno in tutto ci. Tuttavia la domanda che lo assillava era perch Chauvelin avesse ricevuto l'invito. Era certo che non avesse avuto parenti ghigliottinati. E soprattutto era un funzionario del comitato di sicurezza generale. Che c'entrava con quella gente? Era scampato alle epurazioni dopo la caduta di Robespierre, e si era subito riciclato con il partito vittorioso. La rivoluzione continua, non  successo niente.
Il sospetto di D'Amblanc si era fatto strada e si era trasformato nella volont di trovare una risposta ai suoi dubbi.
C'era qualcosa in Chauvelin, una reticenza che aveva colto fin da quando era tornato dalla missione in Alvernia, e che adesso gli appariva come l'indizio di una colpa.
Si avvicin all'ingresso senza fretta, rimanendo discosto, in attesa di accodarsi ad altri. Oltre la grande soglia, gli invitati mostravano l'invito al maggiordomo e consegnavano pastrani e cappotti ai domestici.
D'Amblanc not che gli uomini portavano una fascia nera al braccio, oppure vestivano di nero dalla testa ai piedi, come se, anzich a un ballo, stessero andando a un funerale. Le dame erano acchittate in fogge curiose. Alcune avevano al collo un nastro rosso sangue; altre avevano il volto e il petto talmente cosparsi di cipria bianca da sembrare cadaveri ambulanti. Tutte avevano le spalle scoperte e i capelli raccolti in alto sopra la nuca. Gli uomini avevano tagliato il colletto della camicia e anche il codino, in favore di acconciature alla Bruto. O piuttosto alla Tito, come si era preso a chiamarle adesso.
Non era difficile capire quale fosse il tema della serata.
La decollazione.
Nell'andito, D'Amblanc not che gli invitati si salutavano inclinando il collo con uno scatto brusco. Un altro macabro sberleffo alla ghigliottina.
Da una delle carrozze scese un uomo corpulento, con un cappello sul quale spiccava una coccarda tricolore. Appena lo riconobbe, D'Amblanc pens che non avrebbe avuto un'altra occasione. Lo affianc e si esib in un mezzo inchino.
- Il cavaliere di Sauvigny...
L'uomo strizz gli occhi e si fece pi vicino, quindi allarg un sorriso.
- Buon Dio, Orphe d'Amblanc... Siete proprio voi?
- In persona, - rispose D'Amblanc nel tono pi affabile.
- L'ultima volta che ci siamo visti  stato prima...
La frase si spense davanti all'incertezza del ricordo, o piuttosto, pens D'Amblanc, all'eventualit di nominare gli anni trascorsi senza conoscere come li avesse spesi l'interlocutore.
- Prima che Mesmer lasciasse Parigi, - termin D'Amblanc, togliendo l'altro dall'imbarazzo.
- Buon Dio, si, - ribatt il cavaliere con sollievo. - Sono almeno sette anni. Da tanto non mi immergo in una vasca magnetica. Chi l'avrebbe detto che ci saremmo ritrovati qui! Anche voi avete avuto una perdita?
D'Amblanc sper di non essere del tutto cane come attore.
- Mio fratello Homre.
L'altro si esib in un'espressione di profondo rammarico.
- Ne sono addolorato. Capisco il vostro stato d'animo. Ho perduto mio cognato appena l'anno scorso.
D'Amblanc non comment, e annu con aria grave.
- Venite, entriamo insieme, - disse il cavaliere di Sauvigny.
Ci siamo, pens D'Amblanc. Era il momento di ritirare l'amo.
- Purtroppo ho perso il mio invito. Temo che dovr rinunciare.
L'omone lo prese a braccetto.
- Volete scherzare? Entrerete con me. Conosco personalmente la famiglia Thellusson. Sono un loro devoto debitore. Venite.
D'Amblanc si lasci trascinare dentro, senza darsi il tempo di ringraziare la buona stella di Franz Anton Mesmer e il sacrificio di un fratello che non aveva mai avuto.
Si inoltr in mezzo agli invitati che affollavano la grande sala da ballo, chiacchierando amabilmente con il cavaliere di Sauvigny, e insieme a lui and a presentare i propri omaggi ai padroni di casa.
Lo spettacolo di tutte quelle persone vestite a lutto, o meglio, travestite da aspiranti cadaveri, era inquietante. Le risate, su quelle bocche pallide o violacee, erano ghigni, ragli, ruggiti, e sembravano voler dire: "Siamo ancora qui, guardate i nostri candidi colli, guardate le nostre testacce ancora bene attaccate, siamo vivi, siamo sopravvissuti al Terrore e adesso il Terrore siamo noi"..
La musica suonava stonata ed era come se i ballerini seguissero un altro ritmo, che martellava solo nelle loro orecchie. Danzavano una carmagnola, imitando i poveracci che avevano danzato sotto la ghigliottina.
D'Amblanc attese che il cavaliere di Sauvigny venisse distratto da altri ospiti, poi si defil. Vag tra smorti lazzi e sorrisi macabri. Infine si ferm accanto a una colonna.
Fu allora che colse un profumo.
Non lo aveva dimenticato. Anche se era trascorso molto tempo dall'ultima volta che l'aveva sentito.
Gelsomino.
Inconfondibile.
Pens che poteva ancora andarsene senza voltarsi. Bastava puntare l'uscita e nessuno si sarebbe mai accorto di nulla. Invece si gir sapendo in anticipo che il presentimento che lo aveva spinto fin l stava per trovare conferma. Colse il riflesso delle luci sulla chioma castana. Anche lei lo stava guardando, ben salda al braccio del suo cavaliere. Incredula.
D'Amblanc avanz verso di loro.
Ccile Girard indossava un abito grigio, sobrio ed elegante. I tratti del viso apparivano appena induriti. Dai tempi pi che dal tempo, avrebbe detto D'Amblanc. La scollatura lasciava scoperta la parte superiore del seno e il collo eburneo, cinto da una sottile sciarpa di raso rosso.
Ecco una persona che aveva diritto a stare li. Al contrario dell'uomo che l'accompagnava. Quest'ultimo, evidentemente, aveva ricevuto l'invito in quanto suo cavaliere.
D'Amblanc piant gli occhi in faccia a Chauvelin, che impallidi senza bisogno di cipria.
Decise di ignorarlo e torn a guardare la signora Girard.
Lei parl in tono fermo.
- Mio caro Chauvelin, volete essere cos gentile da lasciarci per qualche istante?
Il commissario non parve nemmeno cercare un motivo per protestare. Si allontan, limitandosi a non perderli di vista.
D'Amblanc gli diede le spalle, non lo voleva nel campo visivo.
- Siete sempre rimasta a Parigi, dunque, - disse rivolto alla donna.
- No, - rispose. - Vivo in una casa poche miglia fuori citt, nei pressi della foresta di Fontainebleau. Mio marito l'aveva acquistata prima di essere arrestato.
D'Amblanc registr l'informazione come fosse il sintomo di un paziente.
-  li che ricevete le visite del vostro cavaliere?
La donna tacque, valutando la freddezza della domanda.
- Voi siete svelto a giudicare, - disse infine.
- I tempi lo richiedono, - ribatt D'Amblanc.
- Richiedono anche che una donna abbia qualcuno che la protegga, - si difese lei.
D'Amblanc non intendeva cedere di mezza spanna, non dopo essere giunto fin li, per smascherare l'imbroglio.
- Qualcuno come il persecutore del proprio marito?
La signora Girard ricevette l'affondo senza mostrare alcuna pena per s stessa. N per l'uomo che aveva davanti.
Tutt'attorno la festa proseguiva, ma come fosse in un altro luogo, i tetri cachinni degli invitati giungevano sordi.
- Ditemi: chi altri? - disse la signora Girard. - Voi ve ne siete andato. Non mi avete chiesto di venire con voi n di aspettarvi. Mi avete detto addio invece di dirmi la verit.
- Quale verit? - chiese D'Amblanc.
- Che mi amavate, - rispose lei. - Non  cos? E adesso volete solo condannarmi, come un qualunque spasimante deluso.  la storia ad avervi deluso, amico mio. Non scaricatene il peso su di me. Ho gi il mio da sopportare.
D'Amblanc strinse i denti. Il prurito alle cicatrici era fastidioso, costante.
- Voi non sapete nemmeno cosa sia portare un peso, -sibil. - Tenetevi il vostro protettore. Festeggiate d'averla scampata. Ma quelli che sono stati ghigliottinati, fossero nel giusto o nel torto, sono morti per un buon motivo, non sono vissuti per... - Indic la scena che li circondava e da cui erano temporaneamente avulsi. - Per niente.
- Forse dovrei rimpiangere di non essere finita al patibolo con mio marito, - rispose la vedova Girard. - Dio solo sa quanto avrei voluto essere Olympe de Gouges. Sono riuscita soltanto a essere la vedova Girard. E voi? L'avete trovato il vostro buon motivo?
D'Amblanc non rispose, ma impresse bene il suo volto nella mente. Voleva ricordarla cos. Altera, triste, meravigliosa.
- Vi auguro la miglior fortuna, - disse secco. Quindi prese congedo, attravers la sala, satura di musiche e voci, per raggiungere l'uscita. Non sopportava pi di stare li dentro.
Recuper il pastrano e proprio nell'andito venne raggiunto da Chauvelin.
L'occhiata che D'Amblanc gli lanci dovette essere eloquente, perch il commissario si mantenne a una certa distanza. Nondimeno D'Amblanc dovette riconoscergli un certo coraggio a presentarsi ancora davanti a lui.
- Ora  chiaro il motivo della vostra reticenza, - disse.
Il commissario si avvicin di mezzo passo.
- Mi chiedeste di fare ci che era nelle mie possibilit per salvarla, - disse.
D'Amblanc senti montare la rabbia e la voglia di colpirlo al volto. Strinse i pugni. Le cicatrici adesso bruciavano.
-  cos che tenete a bada la vostra coscienza? - disse.
- La verit  che mi avete tenuto all'oscuro della sua sorte. Ognuno dunque scelga la propria.
Chauvelin scosse la testa.
- Ascoltatemi, D'Amblanc. Per quanto adesso possiate disprezzarmi, quello che vi d  un consiglio sincero. Non andate a caccia di guai. Un ingegno come il vostro  sprecato dietro la pista che seguite. Potete solo danneggiare voi stesso. Non servir a niente.
S, pens D'Amblanc, il tono era sincero. Era quasi disposto a credere alle sue intenzioni, sebbene nascessero dalla cattiva coscienza.
- Vi sbagliate, - disse. - Restiamo soltanto quell'uomo e io. Se lui esiste  perch quelli come me e voi non hanno voluto vedere. Non commetter lo stesso sbaglio due volte.
Ecco un buon motivo, pens, mentre girava sui tacchi e usciva da Palazzo Thellusson senza pi voltarsi indietro.


2.

Erano andati a chiamarlo per la vecchia consuetudine: quando all'orizzonte c' buriana, dillo a Treignac. Anche se lui, Treignac, non era pi quello di prima. La testa dell'Incorruttibile aveva trascinato con s nel cesto la sorte di molti. A Parigi, i poliziotti amici dei giacobini erano stati sbattuti fuori e lo stesso accadeva in tutti i dipartimenti di Francia. Tirava una brutta aria per chi era stato coi fratelli Robespierre e con Saint-Just. Come a dire che c'era poco da protestare, meglio accontentarsi di non aver perso, insieme all'incarico, anche la testa. Si, perch le teste non avevano mica smesso di rotolare, solo che adesso rotolavano da un'altra china. Cosi, a Treignac era rimasta solo la bottega.
Aveva messo in mano a Bastien cuoio, forbici e ago. Imparare un mestiere non era una brutta alternativa a starsene in giro tutto il giorno per raccogliere spiate. Eppure il garzotto non aveva perso il vizio: appena aveva una pausa dal lavoro, correva all'osteria di Frault.
Ecco perch Treignac era preoccupato e trottava spedito sulla via per La Gran Pinta. Sapeva che Bastien doveva essere l. E l stava succedendo qualcosa. Erano andati a chiamarlo, a dirgli che da Frault era arrivata della gente. Brutta gente.
Sbuc dal vicolo proprio in faccia all'osteria, e quel che vide non gli piacque per nulla.
Un cordone di tizi armati di bastoni schierati davanti alla Gran Pinta.
Facce ottuse, sguardi fissi. Treignac senti un brivido.
E dire che ne aveva viste tante. Insomma, era stato in mezzo ai tumulti del 10 agosto, aveva legnato a destra e a manca, e quand'era in servizio di polizia ne aveva grattate di rogne all'apparenza anche peggiori. Allora perch sentiva accapponarsi la pelle davanti a quelle facce?
Si avvicin e si ritrov accanto alla magliara Georgette. Era li con le sue amiche, i ferri del mestiere ancora in mano.
- Che succede? - chiese Treignac.
Georgette fece scattare il mento in direzione dell'osteria.
- Ci sono questi fecciosi. Alcuni dentro, a fare non si sa. Questaltri fuori, a tenerci alla larga.
- Chiamo un po' di gente e li sbaracchiamo.
Georgette fischi l'aria tra i denti e mostr il ferro da maglia.
- Mica facile. Madeleine ha piantato uno di questi nella coscia di uno di quelli, - indic i tizi in linea davanti all'osteria. - Non ha detto nemmeno ahia. Fermo come un albero. Mi sa che doveva mirare agli occhi.
Treignac non disse nulla, ma pens in fretta. Ne aveva sentito parlare, di gecchi brutti che se li colpivi non sentivano dolore. La prima volta, dopo il buridone al foborgo di San Marcello. I muschiatini avevano cantato II risveglio del popolo davanti a un crocchio di sanculotti, e apriti cielo! Una battaglia di strada di quelle grosse. Il giorno dopo tutti dicevano che quei mervegliosi erano strani: potevi spaccargli a mezzo un labbro e loro niente, nemmeno un zigolio, e tornavano a venirti sotto. Alla fine gi ci andavano, dio prete, ma dovevi proprio tritargli le ossa, o spegnergli il cervello come un lume. Ed era facile che lo spegnevano prima loro a te.
Questi qui, per, non erano vestiti da muschiatini. Da pierculi si, ma niente che desse troppo nell'occhio.
Dopo San Marcello e qualche altra apparizione, qualcuno aveva detto a Treignac che forse c'entrava la scritta sui muri, apparsa in molti foborghi ma non a Sant'Antonio: "Arriva l'Armata dei Sonnambuli".
Di chiunque si trattasse, la faccenda era smerda. E in giro nemmeno una guardia. La nuova cagnaccia si teneva alla larga.
Treignac inizi a guardarsi intorno in cerca di facce note. Adocchi un paio dei suoi, che come lui erano tornati a sgobbare in proprio. Con un fischi li richiam e li mand a cercarne altri.
- Avete visto Bastien? - chiese alle magliare.
In risposta ricevette smorfie e spallucce.
Treignac imprec tra s. Vuoi vedere che  proprio l dentro?
Dall'interno esplose un rumore di legno fracassato. Qualcuno grid, e pareva proprio la voce di Frault.
Non c'era tempo di aspettare rinforzi. Treignac si lanci contro il ceffo pi vicino e lo travolse. Aggrovigliato a lui, men cazzotti alla cieca, ne prese uno sull'occhio che gli fece sbattere la testa per terra. Moll un altro pugno, ma il tizio che gli stava sopra sembrava non sentirli. Eppure lo zigomo gli sanguinava mica male.
Treignac prov a scrollarselo di dosso, e invece gli arriv un altro cazzotto in faccia. Poi il ceffo recuper il bastone e lo sollev per calare il colpo letale.
Buonanotte, si disse Treignac, un attimo prima che il bastardo si ritrovasse uno spillone da maglia piantato nell'occhio. Non grid, ma salt in piedi. Mosse la testa in cerca dell'avversario, con lo spillone che gli spuntava dall'orbita. Georgette affianc Treignac.
- Visto? Puntare agli occhi!
Sophie, Madeleine e Armandine travolsero il ceffo e lo pestarono bene bene sotto gli zoccoli, prima di stringersi a fianco a loro due. Gli altri energumeni circondarono il gruppo. Perfino l'accecato si rialz, pesto e sanguinante com'era. Questa volta Treignac rabbrivid di brutto. Da dove saltava fuori gente cos?
Pens che avrebbe fatto una morte da minchione: in mezzo alle donne, e senza manco uno spillo per difendersi.
Non fin di elaborare quel pensiero che Georgette gli ringhi nelle orecchie: - Guarda te se dovevo rimetterci la buccia per uno sbirro!
- Consolati. Non sono pi uno sbirro, - rispose lui con un ghigno storto.
Uno schianto proruppe dall'osteria, accompagnato da una vampata di fuoco dalle finestre e dal camino.
L'odore di bruciato investi tutti quanti. Dalla Gran Pinta corse fuori una mezza dozzina di altri ceffi mazzamuniti. Treignac sapeva riconoscere la gerarchia: c'era uno, un energumeno biondo, che doveva essere il capomanipolo.
- Bastien! - url Treignac, e si avvent contro gli avversari a testa bassa. Il biondo gli cal la mazza sul collo, un colpo secco che lo mand per terra. Da terra, Treignac riusci ad azzannare una caviglia. Strinse con tutta la forza, sentendo il sangue in bocca e i tendini che si laceravano. Poi un ultimo colpo lo costrinse a mollare la presa. Prov a sollevare la testa, ma non ci riusciva, il collo era un groviglio di dolore. Con uno sforzo immane rotol sulla schiena e rimase cos, come una tartaruga rovesciata. Vide un viso stagliarsi contro il cielo. La faccia di un negro. Chiamava il suo nome, da lontanissimo.
Perch quel negro conosceva il suo nome?
Poi si accorse che sotto i solchi lasciati dalle lacrime la pelle era chiara e riconobbe Bastien, con la faccia coperta di fuliggine e la tosse che gli spezzava la voce. Il ragazzo era salvo. Poteva morire in santa pace, adesso.


3.

Non c'era bisogno di fare domande.
Bastava passeggiare lungo la gran via, fermarsi agli angoli con le strade laterali, entrare nelle botteghe di ebanisti e tessitori, mettersi in fila per un cartoccio di carote bollite.
I dettagli sul rogo della Gran Pinta volavano intorno a D'Amblanc come coriandoli nel vento. Al suo fianco, Jean li attraversava naso all'aria, senza capire bene quale motivo li avesse spinti fin li.
"Tu tieni sempre gli occhi aperti, - gli aveva detto il dottore, - ch se ti capita di riconoscere il cavaliere d'Yvers, gli facciamo una bella sorpresa".
Jean si era ormai abituato a quel gioco di rimpiattino. D'Amblanc glielo proponeva ogni volta che uscivano insieme. Diceva che il cavaliere non gli aveva ancora dato un appuntamento, ma di sicuro era a Parigi e poteva anche darsi di incontrarlo per la via. Quel mattino, per, Jean era pi distratto del solito, come se le voci di Sant'Antonio fossero davvero coriandoli, o farfalle.
Le fiamme. Gente strana. Come a San Marcello. No, peggio che a San Marcello, l c'erano state solo pacche, mica il fuoco.
I nostri li bastonavano e quelli niente. Frault  morto arrosto. Bastien si  salvato perch si  buttato nel pozzo. Erano tanti, almeno una quarantina. Seee, almeno un centinaio! L'Armata dei Sonnambuli. Quella delle scritte. Ma chi cazzo sono? Fortuna che l'incendio non s' allargato. Ma chi diavolo sono 'sti gecchi bastardi? Treignac ha rimediato una brutta botta. Giovent Dorata. I fecciosi di Palazzo Egualit. A Syran dovranno tagliargli un braccio. Te lo ricordi, Syran? Bisogna fargliela pagare. Ci vorrebbe Scaramouche. Ci penser Scaramouche. Mi sa che cercavano Scaramouche. Dov'era Scaramouche? Hanno sfidato Scaramouche.

Quella mattina, al caff, D'Amblanc aveva sentito leggere la notizia dell'incendio a Sant'Antonio. I giornali ancora non avevano fatto in tempo a stamparla, ma gi circolava su quei fogli scritti a mano che portavano le informazioni da un quartiere all'altro, nel giro di poche ore. Tutti parlavano dell'Armata dei Sonnambuli.
Prima della rivoluzione, un medico mesmerista di nome Malin aveva compiuto diversi esperimenti sull'anestesia magnetica. Aveva sonnambulizzato un uomo di quarant'anni e lo aveva operato di cataratta senza che sentisse alcun male. I suoi scritti avevano suscitato grande interesse. Nessuno, per, era mai riuscito a ottenere analoghi risultati. I sonnambuli avevano una percezione attutita del dolore, questo era noto, ma quel che si diceva dell'Armata dei Sonnambuli era tutt'altra pietanza. Subivano le bastonate come fantocci di carne, continuavano a battersi con un occhio maciullato da un ferro da calza...
- Nemmeno un urlo.
- Li colpivi e andavano dritti per la loro strada, come se quel che avevan da combinare era pi forte delle botte che gli mollavi.
- Solo a spezzargli le gambe andavano gi.
- L'Armata dei Sonnambuli.
- Cazzo, si! Le avete viste anche voi le scritte, vero?
- "Arriva l'Armata dei Sonnambuli". Dici che sono gli stessi gecchi?
- E chi altri, senn? Gli stessi di San Marcello.
- 'Sti qui per non eran pomponnati da teste di cazzo...
- Si saranno vestiti pi sdozzi per arrivare fino all'osteria senza dare nell'occhio...
Coriandoli o farfalle, fu inseguendo lo svolazzare di voci che Jean e D'Amblanc giunsero di fronte alla carcassa nera della Gran Pinta. Il tetto di legno era crollato, ma i due comignoli in pietra erano rimasti in piedi, dritti e composti come sentinelle del disastro. Sulle pareti delle case attigue si allargava un'ombra scura, ma le strutture apparivano intatte. La strada era un andirivieni di uomini e donne, come parenti nella camera di un defunto. C'era chi voleva toccare la salma e annerirsi le dita e chi si toglieva il cappello in segno di rispetto. Qualcuno aveva addirittura lasciato il suo sui gradini dell'ingresso. Un capannello di anziani fissava l'osteria, forse nel tentativo di riedificarla con lo sguardo.
Probabile che nelle loro teste quella ricostruzione stesse gi avvenendo, pens D'Amblanc. E per crederla pi vera, ci versavano sopra lunghe sorsate di vino, la bottiglia girava tra le mani, i pensieri afferravano assi e piantavano chiodi. Pochi passi pi in l, un tizio teneva banco raccontando di come s'era salvato la pelle e descrivendo la morte dell'oste Frault straziato dal fuoco. Una voce domand se gi si sapeva per quando fosse il funerale. Un'altra chiese quanto ancora si sarebbero trattenuti.
- Hai freddo Jean? Vuoi tornare a casa?
- Questo posto non mi piace, - spieg il ragazzino. - E poi avevate promesso di insegnarmi come si usa la macchina elettrica.
- Non te lo avevo promesso, Jean. Ti avevo soltanto detto che lo avrei fatto,  una cosa diversa.
Il piccolo alverniate tacque. D'Amblanc avrebbe voluto avere pi tempo per prendersi cura della sua educazione. Invece, tra gli impegni coi pazienti, la caccia ai sonnambuli, lo screzio con Chauvelin e la riapparizione della signora Girard, non era riuscito a dedicare molte energie al suo nuovo ospite. Spesso gli toccava lasciarlo da solo o in compagnia della cuoca nell'osteria sotto casa. Altre volte lo coinvolgeva in un'attivit interessante, ma presto si vedeva costretto a sospenderla, per poi riprenderla quando ormai l'entusiasmo di Jean era spezzato. Gli aveva mostrato le meraviglie del folgoratore, usandolo per produrre scintille o anche per drizzarsi i capelli sul capo con una carica leggera. Jean si era molto divertito e aveva espresso il desiderio di imparare tutto sull'elettricit. Quando la richiesta di apprendere viene dall'allievo, rimuginava D'Amblanc, per il maestro  un successo, ma non bisogna farsi fuggire l'occasione.
Il dialogo tra due uomini che contemplavano i resti dell'osteria lo distolse dai ragionamenti pedagogici.
- Era come se si muovevano senza bisogna di guardare, -diceva uno col braccio fasciato. - Come se erano ciecati, per colpivano sempre il punto giusto.
- Cio dove?
- Non un punto preciso, scemo. Era come se sapevano prima quello che avresti fatto. Giusto un attimo prima.
- Allora non erano ciecati.
- Col zullo, ci vedevano eccome. Per tenevano gli occhi mezzo chiusi, come quando uno ha trincato troppo e non gli sta su la zucca.
- Quindi erano sbronzi?
- Macch sbronzi, se erano sbronzi li cacciavamo nella Senna a pedate. Quelli erano svegli, per avevano l'aria di chi si vuole imbrandare.
- Non ci capisco un zullo.
- Perch sei uno scemo, va'. Te lo spiego da capo.
D'Amblanc decise che ormai non aveva bisogno di altre conferme. Tutti i dettagli rafforzavano l'idea che l'Armata dei Sonnambuli fosse formata di veri sonnambuli. Insensibili al dolore. Capaci, come lo erano i sonnambuli, di prevedere le azioni altrui. Tutti mossi da un'unica volont, come membra di un solo cervello. Un cervello che era in grado di metterli in quello stato per poi mantenere il contatto a distanza di tempo e di spazio. Come questo fosse possibile, ancora non l'aveva capito. Ma era chiaro che il cavaliere d'Yvers - o il "cittadino Laplace", come s'era fatto chiamare a Bice tre - praticava magnetizzazioni di gruppo. Altrimenti, per sonnambulizzare uno alla volta decine di uomini, avrebbe impiegato una giornata intera.
D'Amblanc ripens a quel che gli aveva raccontato il dottor Pinel: una cinquantina di folli, schierati nel cortile di Bictre e determinati a tenere la posizione a ogni costo. "Gli inservienti hanno dovuto bastonarli e sollevarli di peso".
- Vieni, Jean. Possiamo andare, adesso.
- Davvero? E mi farete vedere...
- S, Jean. Ti mostrer come produrre il fulmine, contento?
- Evviva! - batt le mani il ragazzino.
Perch chiaramente, ricominci a ragionare D'Amblanc, il vantaggio di un'armata di sonnambuli stava proprio in questo: per formarla bastava una magnetizzazione collettiva, mentre per sgominarla bisognava colpirne i soldati uno alla volta. Bastonarli alle gambe per farli cadere. O magari smagnetizzarli. Di solito non  difficile svegliare un sonnambulo: basta distrarre il magnetista che lo controlla. Ma se quel magnetista  lontano, se il suo dominio agisce a distanza, allora diventa impossibile spezzarlo.
-  vero che col folgoratore si pu uccidere un topolino? Mi piacerebbe provare. Potremmo catturarne uno lungo la Senna e poi fare un esperimento.
- No, Jean, - rispose D'Amblanc soprappensiero. - Non  divertente veder morire un animale.
Nel teatro della mente, rivide la scena di un ciarlatano che torturava un passerotto con l'elettricit. Rivide Chastenet che folgorava Jean del Bosco per interromperne la crisi. A dispetto di quei medici che cercavano nelle scariche una terapia, D'Amblanc era convinto che usare l'elettricit contro un essere vivente fosse sempre assai rischioso. Rivide ancora Chastenet, il folgoratore in mano...
- Ma poi, quando mi avrete insegnato, potr adoperarlo da solo?
Il folgoratore usato per liberare Jean del Bosco dagli effetti di una crudele magnetizzazione a distanza.
- Anche quando voi non ci siete, intendo.
"A mali estremi", aveva detto Chastenet, e il folgoratore si era dimostrato capace di interrompere l'antico dominio del cavaliere d'Yvers sul piccolo Jean.
Capace di disinnescare l'ordigno.
- Vi potete fidare, sapete? Quando imparo una cosa non me la dimentico pi. Se aveste una spinetta vi dimostrerei che la so ancora suonare, come quando stavo con il cavaliere.
Le magnetizzazioni collettive sono molto potenti, ma sono anche fragili. "Basta che nur einer, uno solo si disconecta, - disse la voce di Mesmer, - perch alle siano egalmente interupti. Per questo non  buono fare magnetismi colectivi con persone ancora troppo distratte e inesperte".
Dunque, pens D'Amblanc, se il folgoratore aveva liberato Jean del Bosco, allora poteva anche liberare un soldato dell'armata. E se l'armata era ottenuta da una magnetizzazione collettiva, allora la libert di uno voleva dire la libert di tutti. Cio la distruzione dell'intera armata.
- Dottor D'Amblanc, ma non dobbiamo svoltare a destra? Andiamo a casa, giusto? Vi stavo dicendo del folgoratore...


4.

Per la maggior parte del tempo Treignac dormiva. Anzi, se non fosse stato per il leggero sollevarsi del petto sotto la camicia, sarebbe sembrato morto. Con la testa bendata, gli occhi pesti e il braccio al collo, era come se fosse un altro. Bastien aveva pianto nel vederlo ridotto cos. Poi si era dovuto vergognare di quello che provava: delusione, rabbia. Per lui Treignac era sempre stato invincibile. Non poteva essere battuto da un avversario. Anche se questi avversari non erano come gli altri. Bastien aveva visto le loro facce da morti, attraverso la finestrella che dava sul cortile della Gran Pinta. Non si erano accorti che li spiava, ma lui aveva visto tutto. Avevano cacciato fuori la gente, picchiato Frault che si era messo in mezzo, poi l'avevano legato a una trave, prima di dare fuoco a tutto quanto. Quando le fiamme avevano sfondato i vetri e si erano proiettate fuori, con un ruggito di drago, mangiando l'aria della sera, Bastien aveva pensato di morire. Il fuoco gli aveva bruciacchiato i capelli e azzannato la manica della giacca. Allora si era gettato nel pozzo, all'istintiva ricerca dell'acqua. Per fortuna era riuscito a tenersi attaccato alla catena e poi, un po' alla volta, a risalire, fradicio da non attirare pi le fiamme. Cosi era sgattaiolato fuori, in tempo per vedere Treignac lottare come un leone, prima che il gigante biondo lo abbattesse.
E adesso era inerte sul letto. Bastien lo aiutava a mangiare e gli vuotava il pitale. Lo portava alla latrina con fatica. Per fortuna Georgette e le altre magliare del foborgo gli davano una mano, cucinavano, pulivano, e cos lui poteva portarsi un poco avanti con il lavoro a bottega.
Anche il suo braccio era bendato. Doveva spargerci sopra un unguento ogni sera. Non era bella a vedersi, la pelle morta e bruciata. Forse sarebbe rimasto cos per sempre. Chiss.
I capelli invece sarebbero ricresciuti, erano soltanto un po' pi corti su un lato, ma poco male.
Quel mattino aveva preso la decisione e si era messo a frugare tra le carte di Treignac, nel vecchio quaderno che teneva quand'era sbirro e al quale mai e poi mai l'avrebbe lasciato avvicinare. Era cos che aveva beccato l'indirizzo di Marie. Dopodich si era trattato di domandare la strada alle persone che incrociava lungo il cammino. Non gli era capitato spesso di lasciare il foborgo e quella lunga passeggiata fu come un viaggio in terra straniera. Quando finalmente trov la strada e capi qual era l'edificio, sali le scale titubante, fino alla soffitta, ed ecco la porta di Marie.
Buss a lungo senza ottenere risposta, al punto che si rassegn a scendere e ad aspettarla dabbasso. Ma proprio in quel momento senti il chiavistello girare e la porta si apr.
Impieg qualche istante a riconoscerla. Per lei dovette essere lo stesso. Sua madre era nel peggiore arnese, i capelli sciolti, gli occhi arrossati, e con addosso l'odore di vino e fuliggine. Non sembrava davvero lei, la donna che lo fronteggiava accigliata.
- Che ci fai tu qui? - gli chiese infine Marie.
- Hai saputo cos' successo al foborgo?
- No. Cosa?
- Hanno bruciato La Gran Pinta, hanno ammazzato Frault. Treignac  rimasto ferito e io...
- Chi? Chi  stato? - Sollev una mano per farlo tacere.
- Aspetta, aspetta... Vieni dentro.
Bastien la segui all'interno. Fece pochi passi, guardandosi cauto attorno e rimanendo poi impalato in mezzo alla stanza. Vide la coperta sul divano, la cenere del camino sversata sul pavimento, vestiti di scena sparsi ovunque.
Marie riemerse trangugiando un bicchiere d'acqua.
- Chi ha ucciso Frault?
- I sonnambuli, - rispose il ragazzino. -  cos che si fanno chiamare. A noialtri ci odiano. Io ero l quando hanno incendiato l'osteria. Ho visto tutto...
Fece per mostrare alla madre il braccio fasciato sotto la camicia, poi si trattenne, accorgendosi della sua espressione distante.
- Treignac  messo malaccio, non riesce nemmeno a parlare. L'hanno conciato, quei mangiamerda.
D'istinto, attese uno scappellotto che non arriv.
Marie sedette su una sedia sbilenca guardandosi la punta delle scarpe.
- Mi dispiace, - disse con voce roca. - Treignac  un buon diavolo -. Sollev gli occhi su di lui, osservandolo da chiss dove. - Non posso aiutarti.
Bastien si strinse nelle spalle. Non era andato li per chiederle aiuto.
- Sei malata?
Marie scosse la testa, seguitando a fissare le linee del pavimento.
- Perch te ne sei andata? - insistette lui.
Lei sospir, cosa che le strapp alcuni colpi di tosse. Bevve ancora dal bicchiere.
- Non lo sopportavo pi quel posto, - disse quando ebbe ripreso fiato. - Pu darsi che quando sei pi grande lo capisci. Magari te ne vai pure tu. Non ci hai rimesso niente.
Non sono buona come madre, io. Non sono buona, no. Mi dispiace.  meglio che te ne vai, adesso.
Il ragazzino non si mosse.
- Perch non mi vuoi pi? - chiese.
Lei parve valutare la risposta prima di parlare.
- Perch ogni volta che ti guardo  come guardare il tempo di prima. Quando ero una serva. Non  colpa tua. Ora piantala. Lasciami perdere.
Bastien senti di nuovo la rabbia provata davanti a Treignac immobile nella sua branda.
-  come se sono solo, adesso.
Marie incroci le braccia sullo stomaco, incurvandosi leggermente in avanti.
-  cos per tutti. La gente se ne va, muore, finisce in galera. Alla fine si resta da soli. Meglio per te che lo impari presto.
Bastien ebbe una gran voglia di scappare, di correre via di l. Si trattenne fino a che non fu in fondo alle scale, poi lasci libere le gambe di portarlo il pi lontano possibile, secche e veloci, fino al vecchio foborgo. Il luogo dove si era sempre sentito al sicuro e che era stato violato, ferito a morte. Ridotto a uno straccio su una branda.


5.

Louis-Marie-Stanislas Frron, l'ex terrorista a capo della marmaglia muschiatina, aveva un accenno di doppio mento. Tutto il suo profilo tendeva verso il basso: il doppio arco delle sopracciglia, le palpebre pesanti, la lunga rampa del naso, le labbra che sembravano tenute all'ingi da una zavorra di parole mai esclamate.
Il cavaliere d'Yvers lo vide entrare nel confessionale, al posto che, prima della Grande Parodia, spettava a un ministro di Dio. Dopo un minuto, si alz dall'inginocchiatoio dove - ancorch a modo suo - aveva pregato, e and a sedere al posto del peccatore.
- Non si era parlato di un incendio.
La voce di Frron era un bisbiglio. Oltre la tenda, uno avrebbe potuto credere davvero che un prete stesse comminando penitenze. Attraverso la grata che li divideva, Yvers scorgeva il timido luccichio di un bottone. La luce delle candele filtrava da una fessura e si rifletteva sul metallo dorato.
- L'indicazione era: colpire a Sant'Antonio, - rispose Yvers. -  quel che abbiamo fatto.
- Avete attirato l'attenzione dell'intera citt! - Il tono del sussurro di Frron si alz di scatto. - Un conto  bastonare sanculotti, altra faccenda  rischiare di mandare a fuoco un intero quartiere.
Yvers ribatt senza scomporsi: - Abbiamo piegato la volont della plebaglia, l'abbiamo annichilita, colpendola dove essa era usa radunarsi. Nonch... - si avvicin alla grata fin quasi a toccarla con la punta del naso, - dove si dice sia nato il cosiddetto "eroe" Scaramouche.
Dall'interno del confessionale giunsero uno schiocco di lingua sul palato e un fischio d'aria che passa tra i denti.
Yvers immagin mandibole serrate. Tre secondi di silenzio, poi Frron butt fuori il fiato.
- Non  solo l'esito immediato di un'azione quel che ci preme, - disse il deputato. - Atti del genere non possono essere presentati come iniziative spontanee di giovani facinorosi, ancorch animati da buoni propositi e da istanze condivisibili. Il vostro livello di organizzazione  tale da non lasciar dubbi in tal senso: se c' un'armata, devono esserci dei comandanti.
- Le strade di Parigi vi indicano da tempo come il protettore, se non il mandante, delle gesta di molta teppaglia, - ribatt Yvers. - Non si pu dire facciate molto per smentirle.
- La strategia  affar mio. Io dispenso denaro e protezione, io indico gli obiettivi e il modo consono di raggiungerli.
- E io non sono un vostro subordinato. Il nostro rapporto  nato dalla reciproca convenienza. La vostra ambiguit mi disgusta. Spacciate la reazione come un proseguimento della rivoluzione. Sapete bene di mentire, non siete che bottegai in cerca del tornaconto.
- O vi attenete alle direttive, o non avrete pi alcun supporto!
Dall'esterno del confessionale, uno avrebbe colto una strana concitazione nella cadenza del prete. Il bisbiglio del fedele, invece, si mantenne calmo.
- E allora ci procacceremo il soldo altrimenti. Posso mettere le strade a ferro e fuoco. Io combatto per lo spirito di Francia, cittadino. Come Rolando e Giovanna d'Arco.
- Finirono male entrambi, - disse Frron. - E i loro eserciti erano veri. Se pensate di proseguire senza di me, la vostra Roncisvalle sar un vicolo sudicio. A voi la scelta.
Il cavaliere d'Yvers senti lo sportello aprirsi. La sagoma oltre la grata svan, passi risuonarono nella chiesetta abbandonata.
Rimasto solo, non si alz dall'inginocchiatoio, ma giunse le mani in preghiera.
Sancte Michal Archangele, defende nos in prlio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militi clestis...


6.

Il sibilo del rampino che fendeva l'aria attravers il silenzio notturno. L'ampio gesto circolare del braccio precedette il lancio verso il ciglio del muro, poi un rumore secco quando il ferro agganci i mattoni. L'uomo mascherato saggi la tenuta della corda, quindi prese a salire, puntando i piedi sulla parete e issandosi a forza di braccia. Una volta in cima si mise in equilibrio sul muro, ritir la corda e fece ancora volteggiare il rampino per lanciarlo sull'edificio accanto. Il primo tentativo and a vuoto, ma al secondo agganci il cornicione. Riprese la scalata.
Da qualche tempo Scaramouche esplorava percorsi attraverso i tetti, che gli consentivano di spostarsi al di sopra del livello stradale. In un paio di occasioni dileguarsi in verticale non solo gli aveva evitato d'essere inseguito, ma aveva anche contribuito a incrementare la leggenda di Scaramouche. Qualcuno giurava di averlo visto saltare su un tetto, grazie a speciali molle applicate sotto le suole.
Quella sera, per, Lo sentiva anche il bisogno di guardare le cose dall'alto, indisturbato. Ne era passato di tempo, da quando si esercitava col rampino nel cortile della Gran Pinta. Adesso era pi forte, pi agile, saliva senza esitazioni. Merito degli allenamenti di Bernard la Rana, e forse anche di una rinnovata acutezza dei sensi e della mente. Questa volta non c'era alcuna effrazione da compiere, nessun monopolatore da castigare. E non c'era nemmeno pi La Gran Pinta. Frault ci era morto dentro bruciato. Era un buon diavolo, uno di quelli che l'avevano aiutato quando stava col culo per terra, dandogli vitto e alloggio. Una fine orribile.
Bastardi.
Raggiunta la cima, ritir la corda, la arrotol e la leg in cintura. Riprese fiato, contemplando la distesa dei tetti di Parigi. La notte era limpida, la luna mostrava la sua faccia tonda, appena velata da rade nuvole. Una brezza lieve muoveva i lembi del mantello. Lo cammin con cautela fino a un piccolo gruppo di comignoli. Li in mezzo si sent al sicuro, indistinguibile dalle ombre della notte, come un gatto o un uccello notturno.
Stavolta i sonnambuli avevano fatto le cose in grande. Avevano colpito il cuore di Sant'Antonio. Un morto. Frault. Svariati feriti. Persino un ragazzino, Bastien.
Il figlio di Marie Nozire.
Bastardi.
Laggi da qualche parte, oltre la selva di comignoli, riposava Madama Ghigliottina. Di giorno seguitava a funzionare, ma a cadere non erano le teste dei muschiatini. La Macchina non aveva pi la stessa presenza scenica, riflett Lo. Era come se... Come se ci si fosse assuefatti alla sua presenza. Le cose mutavano in fretta, lo scenario cambiava, e perfino gli attori, ma la ghigliottina non era in grado di variare l'unica battuta, quel suono sordo e greve, che tutti ormai conoscevano sin troppo bene.
Si sfil la maschera e la tenne fra le mani, rimirando il profilo minaccioso del rostro, gli occhi tondi come quelli di un gufo.
Si figur il cartellone: "Scaramouche contro l'Armata dei Sonnambuli". Da solo contro cento. Le sue Termopili. Del resto, non si chiamava Leonida?
Sollev lo sguardo sulla citt. Parigi come palcoscenico, forse per l'ultima volta.
Si chiese quanto ancora sarebbe riuscito a variare sul canovaccio che stava seguendo, prima che lo ammazzassero.
Si trovava forse nell'angolo? Incantun? Si chiese se l sotto, da qualche parte, non vi fosse qualcun altro disposto a unirsi a quella causa persa.
Forse no. Perch a rifletterci bene, Lo doveva ammette- . re che la sua era una partita privata. Non era la rivoluzione ad averlo deluso, come era capitato a tanti, ma la vita stessa. Tutte le aspettative - i sogni di quand'era bambino a Villa Albergati, fin dal giorno in cui si era ritrovato sulle ginocchia del maestro Goldoni - erano sfumate. Alle sue spalle si dipanava una sequenza di volti perduti. Mingozzi, Goldoni. .. le persone che gli avevano dato qualcosa li a Parigi: Colette, Frault, la sartina Marie, Andria, e poi Bernard la Rana, Adle; i suoi avversari sul quadrato: Jean-Do, Soncourt; infine i nemici: gli odiosi giovani dorati... e l'Armata dei Sonnambuli.
Eccolo li, in cima a un tetto, a studiare il modo di aggredire e rapinare. In nome di cosa?
Guard il cielo nero. Chiss se esisteva un destino fissato negli astri. Chiss quale finale l'Essere Supremo aveva in serbo per lui. La coscienza gli diceva che non sarebbe stato niente di buono, ma la testaccia - il nominepatris, come dicevano a Bologna - ribatteva che il colpo andava restituito, proprio come sul quadrato, e doveva essere all'altezza di quello subito. A buon gatto, buon ratto. Alla battuta dell'antagonista, il protagonista doveva rispondere riprendendosi la scena.
Lo si mosse. Si spost agile sulla costa del tetto e procedette cos, in cerca di un confine da superare.

CONVENZIONE NAZIONALE
Estratto dalla seduta del 12 frimaio, anno III

MATHIEU Cittadini, a nome del comitato di sicurezza generale, intendo dare
la pi formale smentita ai resoconti calunniosi e monarchici inseriti nei fogli pubblici da alcuni giorni. Il comitato viene rappresentato come se avesse dato dei precettori ai figli di Capeto, prigionieri nel Tempio, e offerto loro cure paterne per assicurarsi della loro sopravvivenza ed educazione.
All'epoca del 9 termidoro, il comitato ha piazzato al Tempio un secondo guardiano fisso, perch uno solo gli  parso insufficiente. E poich la permanenza di due individui allo stesso posto pu far nascere il rischio della corruzione, il comitato ha stabilito che ogni giorno le quarantotto sezioni di Parigi forniscano un loro membro per assolvere, nel corso di ventiquattr'ore, alle funzioni di guardiano insieme agli altri due. Da ci si deduce che il comitato di sicurezza generale non ha mirato ad altro che a un servizio di sorveglianza e dunque  estraneo all'idea di migliorare la cattivit dei figli di Capeto, o di dar loro dei precettori. Il comitato e la Convenzione, infatti, sanno come si fa cadere la testa dei re, ma ignorano come educarne la prole.

CONVENZIONE NAZIONALE
Estratto dalla seduta dell'8 nevoso, anno III

LEQUINIO Gi da diversi giorni  chiaro a tutti che i malintenzionati e
perfidi monarchici preparano una nuova azione. Voi non imporrete mai il silenzio ai realisti, se non li priverete dell'unica speranza che resta loro: sto parlando dell'ultimo rampollo della razza impura del tiranno, che sta al Tempio. [Applausi] Gi altre volte si  chiesta l'espulsione del fanciullo dalla Francia; io domando che i nostri comitati ci presentino un rapporto sul modo di purgare il suolo della libert dall'unica vestigia regale che vi resta.

 SCENA QUINTA
 Alleanze
Dicembre 1794-gennaio 1795 (nevoso, anno III)


I.

Il cavaliere d'Yvers termin la lettura del foglio quotidiano, e subito volle ricominciarla daccapo, partendo da testata e frontespizio. Era necessario soppesare e valutare ogni parola, ogni punto, ogni virgola. Non solo necessario, ma doveroso: quel lungo articolo era stato scritto per lui. Il giornale stesso era andato in stampa per lui. Mille copie in giro per Parigi, vendute al freddo e al gelo da un esercito di strilloni, affinch una raggiungesse lui.
Quale sperpero, pens Yvers. Quale onore, da parte di gentaglia che d'onore era priva. Era ancora soltanto un avvertimento? O era gi la dichiarazione di guerra? Nell'un caso o nell'altro, tutto procedeva. Il grande giorno era in arrivo.
Si mise pi comodo in poltrona, e torn a studiare la missiva inviatagli dal potere termidoriano, al tempo stesso in segreto e coram populo.

"L'ORATORE DEL POPOLO"
di Frron
deputato alla Convenzione nazionale

----------------------------------------------------------------------------
Che ai cenni della mia voce la Francia si risvegli
Senato, sii attento. Popolo, porgi l'orecchio
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Prezzo: tre soldi                n. LVIII del 3 nevoso

MEZZI astuti impiegati dai faziosi per assicurarsi l'impunit dei loro crimini.
CONFUTAZIONE delle seguenti dichiarazioni gravi: esiste una fazione dittatoriale dell'opinione pubblica; l'opinione pubblica  in controrivoluzione.
PERICOLI di agitazione monarchica in seno alla coraggiosa giovent di Parigi, contro la quale  necessario vigilare.

- Mio signore...
Yvers alz lo sguardo dal giornale. Sull'uscio c'era La Corneille. Anche l'uomo senza naso aveva in mano un foglio, ma arrotolato e legato da uno spago. Nessun sigillo.
- Si?
- Questa  la pianta che avete chiesto. C' ogni dettaglio. Non solo della Torre, ma di tutto il complesso.
- Molto bene, La Corneille, - disse il cavaliere. Si alz e prese il rotolo. - Puoi andare.
Rimasto di nuovo solo, Yvers pos l'oggetto sul tavolo, senza aprirlo. Tempo al tempo. Dopodich, torn a sedersi e riprese la lettura.
Le frasi erano fuochi d'artificio inumiditi, che stentavano a prendere il volo e scoppiavano a un palmo da terra. Era lo stile di Frron. In superficie, il deputato si difendeva dagli attacchi delle altre correnti termidoriane, colpiva a destra e a sinistra, faceva professione di fedelt alla Repubblica; sotto il primo strato, diceva a lui, a Yvers, che aveva tirato troppo la corda.
L'Armata dei Sonnambuli era crudele.
L'Armata dei Sonnambuli seminava il caos.
L'Armata dei Sonnambuli metteva in grave imbarazzo i politici che usavano i muschiatini come milizia.
E il grave imbarazzo si stava trasformando in grave pericolo.

Torniamo a quella che  stata definita "la fazione dittatoriale dell'opinione pubblica". Sotto questo nome si vogliono indicare principalmente questo giornale, "L'oratore del popolo", e i suoi amici nella Convenzione nazionale e nella giovent. Vi  chi opera per farci desistere dall'onorevole e doloroso compito che ci siamo imposti di fronte ai nostri concittadini. Per ottenere ci, non si rinuncia a un solo mezzo e ogni trucco viene impiegato. Mentre si interviene a gran voce contro di noi alla Convenzione, in segreto si cerca di dividerci. Traditori e mestatori ci accerchiano, per alienarci gli uni dagli altri, gettando discredito sulle persone che le circostanze ci portano a impiegare nella nostra intrapresa. Piccoli Machiavelli da anticamera, macchinatori mediocri e gelosi, essi vogliono disunire i patrioti. Costoro sfruttano alcuni sfortunati eccessi compiuti dalla giovent nella sua opera mondatrice, nel suo lavoro quotidiano di mozzare le velenose code del robespierrismo, dopo che la giustizia repubblicana ne ha mozzato le teste; essi ingigantiscono tali eccessi e sbraitano la ridicola accusa, l'odiosa accusa: "L'oratore del popolo" d ordini alla feccia! Dalle sue pagine il deputato Frron invia monarchici e addirittura criminali mesmerizzati a incendiare, terrorizzare i foborghi, uccidere impunemente!
Quale turpe rovesciamento della verit, quello di rinfacciare il terrore a chi si impegna a ripulire le strade dal terrorismo. E quale mancanza di vergogna, nel ripristinare all'uopo vecchi allarmi, vagheggiando di controrivoluzioni dei sonnambulisti, per aizzare contro di noi i buoni abitanti dei foborghi.

Ipocrita commediante, pens il cavaliere d'Yvers. Per ogni dove, uomini in maschera e pagliacci. Gli ultimi atti della Grande Parodia.

Sappiano i traditori che tutto questo non servir a niente. Il popolo di Parigi sa riconoscere le serpi, e le schiaccer, come va schiacciando, giorno dopo giorno, l'irriducibile robespierrismo.
 senz'altro vero, lo abbiamo detto, che vi sono stati eccessi. Azioni che hanno recato danno alla nostra causa e alla lotta della giovent; azioni che vogliamo definire spropositate, perch non vorremmo mai sospettare in esse un proposito, un intento inconfessato: gettare sulla nostra opera il manto dell'ignominia.
Se davvero per le strade della capitale, nelle file di quella che  stata chiamata Giovent Dorata, vi fossero fautori del restauro della monarchia, e addirittura nuovi o vecchi fedeli del prerivoluzionario credo mesmeriano, si tratterebbe di una cospirazione ancor pi viscida e serpentina di quella che stiamo denunciando.
Sia chiaro a tutti: noi esortiamo a vigilare e, se necessario, epurare. Noi siamo i primi e pi grandi difensori della Repubblica sul fronte interno. L'abbiamo difesa e la difendiamo dal robespierrismo; l'abbiamo difesa e la difenderemo da monarchici e quant'altro.

Presto il governo si sarebbe mosso contro i sonnambuli. Il cavaliere d'Yvers lo aveva previsto, e perseguito, e aveva gi pronta la nuova mossa.
La Francia intera si sarebbe fermata, sbalordita e sconvolta, all'arrivo della pi grande notizia dalla morte di Luigi. Il mondo sarebbe rimasto a bocca aperta.


2.

Palazzo Egualit non era mai stato il genere di luogo che D'Amblanc amasse frequentare. L'amore mercenario lo rattristava, il lusso dei ristoranti gli pareva uno spreco, il gioco d'azzardo risvegliava le sue cicatrici. A maggior ragione, dopo tutto quel che era accaduto.
Ma Chauvelin gli aveva rivelato che l'Armata dei Sonnambuli faceva capo a un custode del palazzo, l'uomo col naso di cuoio. Sicuramente La Corneille era solo un intermediario tra il cavaliere d'Yvers e le sue milizie. Immaginava che i due si incontrassero, di quando in quando. E il cavaliere aveva certo bisogno di una base per le sue magnetizzazioni collettive. Da un monarchico che aveva eletto a rifugio l'ospizio di Bictre, ci si poteva ben attendere che scegliesse Palazzo Egualit come sede dei suoi intrighi. Nascondersi nel luogo pi ovvio era una strategia di cui aveva gi verificato l'efficacia.
Ecco perch, da un po' di tempo, D'Amblanc frequentava i caff sotto le arcate e i tavoli sparsi nel giardino. Trovava penoso muoversi tra muschiatini e mervegliose, con la loro parlata demenziale, la violenza che accumulavano e avrebbero scaricato al calar del sole, la nostalgia per un tempo ingiusto e vigliacco. Non era che una versione diurna del Ballo delle Vittime.
No, cos non andava bene.
Non andava bene che quasi ogni catena di pensieri portasse infine a quella sera. Alla donna a braccetto con Armand Chauvelin. A Ccile che gli diceva: "Dio solo sa quanto avrei voluto essere Olympe de Gouges. Sono riuscita soltanto a essere la vedova Girard".
Per distogliere la mente da quelle frasi, D'Amblanc si concentr su chi aveva intorno. L'attenzione divenne un temperino, col quale intagli e acumin il proprio disprezzo verso gli Incredibili.
Per alcune settimane erano sembrati confusi, quasi sul punto di sbandare. Scaramouche ne aveva messi fuori combattimento almeno una ventina, notte dopo notte, storpiati, mutilati, uccisi in un susseguirsi di imboscate. Tuttavia, negli ultimi tempi, le azioni dell'uomo in maschera si erano fatte pi rade. Precisamente, dopo l'attacco dell'Armata dei Sonnambuli alla Gran Pinta di Sant'Antonio, ovvero: proprio nel momento in cui veniva pi invocato.
Bisogna fargliela pagare. Ci vorrebbe Scaramouche. Ci penser Scaramouche. Mi sa che cercavano Scaramouche. Dov'era Scaramouche? Hanno sfidato Scaramouche.
Non vi era dubbio che Yvers avesse alzato il livello dello scontro. Forse l'eroe col mantello stava meditando su come rispondere.
Quale che fosse il motivo, i muschiatini avevano t'atto un sospi'o di sollievo, ed e'ano to'nati a sta'nazza'e.
- Occhi aperti, Jean. Vedrai che questa  la volta buona.
- Dite sempre cos, - protest il ragazzino. - Comincio a pensare che non lo incontreremo mai.
- Ma no, ma no.  solo che deve aver cambiato indirizzo e cos non riesco pi a contattarlo. Sta' tranquillo, lo troveremo. Intanto cosa prendi, una cioccolata?
D'Amblanc fece segno al cameriere e gli affid le ordinazioni.
Mentre attendevano, una donna si avvicin al loro tavolo strascicando i piedi. Era molto pallida e dava l'impressione di reggersi sulle gambe in equilibrio precario. Con un filo di voce, domand se, per favore, potevano lasciarle qualcosa da mangiare. D'Amblanc si rese conto alla prima occhiata che la donna aveva bisogno di un medico, oltre che di cibo. Le indic una sedia vuota, la preg di mettersi comoda, ma fu interrotto dalle grida del cameriere.
- Fila via, non disturbare i clienti, - sbraitava l'uomo, senza tener conto che proprio il cliente lo stava invitando a non allontanare la poveraccia. Quella per gi scappava, come un topo sorpreso in dispensa, e quando D'Amblanc le and dietro e la tocc sulla spalla, ebbe in cambio una sbracciata nel petto e un lasciatemi stare.
Torn al tavolo e di nuovo sedette accanto a Jean, che gi esibiva un bel paio di baffi color cioccolata.
- Io non credo che il cavaliere verrebbe in questo posto, - disse scuotendo la testa.
D'Amblanc gliene domand il motivo.
- Perch questa gente... - Jean cerc le parole. - Secondo me finge di essere nobile, ma si vede bene che non lo . Guardate quegli uomini, per esempio -. Il dottore si volt. Un gruppo di muschiatini si era radunato intorno alla mendicante che li aveva appena visitati. - Vedete come ridono, parlano ad alta voce. I loro modi sono volgari. Per questo trattano male una donna del volgo. Perch sanno di essere peggiori di lei.
I muschiatini erano quattro, accompagnati da un paio di mervegliose, che per si tenevano due passi indietro. Avevano circondato la mendicante e battevano i bastoni sul pavimento del porticato. D'Amblanc non capiva quel che stavano gridando, ma la scena era eloquente. Si alz e si diresse verso il drappello.
Mentre camminava, le voci gli arrivarono pi chiare.
- Te l'abbiamo gi detto che qua non ci devi veni'e.
- La tua vista ci schifa, puah.
- Se ti di una lavata, maga'i t'ovi il modo di guadagnaci la pagnotta.
- Ma cos conciata, ti si pu tocca'e giusto col bastone.
D'Amblanc vide alzarsi uno dei randelli nodosi che quella feccia chiamava "potere esecutivo". La donna grid e si ripar la testa con le braccia. Il bastone si abbass senza colpirla.
- Pau'a, eh? - sghignazz il muschiatino.
- Buh! - gli fece eco un altro.
- Smettetela, - intim D'Amblanc. Gli uomini gli riservarono uno sguardo distratto. - Sono un medico, fatemi passare. Quella donna ha bisogno di cure.
- Ma ce'to, dotto'e. Infatti noi ci stiamo p'endendo cu'a di lei. Non vedete?  lei che non vuole.
La donna aveva estratto tre ferri da calza e li stringeva fra le dita come artigli. Graffiava l'aria intorno. Ringhiava in preda a una crisi nervosa.
II muschiatino capobanda le sput addosso.
La donna scatt, ma fu sufficiente uno spintone per buttarla col sedere per terra.
- Pa'ola mia, dotto'e, - disse quello, - se a te piace il gene'e, goditelo tu questo fio'ellino. Noi non ci spo'chiamo le mani con una mentecatta puzzolente.
E cos dicendo alz una mano e indic agli altri che era tempo di andare.
Il gruppo obbed scancherando, e l'ultimo della schiera, abbracciato alla sua mervegliosa, moll un calcio nella schiena della poveretta.
D'Amblanc la vide accasciarsi.
Si precipit su di lei e le sollev la testa.
Aveva perso i sensi.
I ferri da calza rotolarono via con un tintinnio metallico.


3.

La prima parola che raggiunse Marie nella nebbia del dormiveglia fu un nome.
- Yvers...
A pronunciarlo era una voce infantile, e il pensiero corse a Bastien, mentre un brivido la scuoteva. Forse stava ancora sognando. Perch aveva sognato, anche se non ricordava cosa. Di certo erano stati incubi, perch la sensazione che l'avvolgeva era terribile. La voce parl ancora. No, non era la stessa, era quella di un uomo adesso, calma, profonda. Marie attese che i brividi passassero e prov a tirarsi su. Si ritrov seduta su un letto, in una stanza sconosciuta.
Tese l'orecchio: le voci provenivano da un ambiente attiguo, attraverso la porta socchiusa. ,
- Non mi ricordo, signore.
- Non sono il tuo signore, Jean.
- Il cavaliere era il mio signore.
- Ti ha abbandonato, per.
Segu un lungo silenzio. Nell'accento del bambino, Marie aveva riconosciuto qualcosa di familiare.
- Lui era buono...
- Lo ritroveremo, devi avere pazienza.
Marie si alz, incerta sulle gambe, e riusc a raggiungere la porta. Rimase ancora qualche istante in attesa, prima di aprirla piano.
Seduti a un tavolo, l'uomo e il bambino si volsero insieme. Il primo si alz e le and incontro senza foga, come se temesse di intimorirla.
- Ben svegliata. Prego, sedete qui.
La accompagn a una seggiola standole vicino, pronto a sorreggerla. Il bambino la segu con gli occhi grandi e scuri. Quando si fu seduta, l'uomo le porse un piatto con due patate bollite.
- Mangiate qualcosa. Dovete recuperare le forze.
Il volto dell'uomo appariva segnato dalla preoccupazione, forse dimostrava pi dei suoi anni. Lo sguardo era sincero.
- Chi siete? - chiese Marie riconoscendo a stento la propria voce.
- Sono il dottor Orphe d'Amblanc. Vi ho soccorsa a Palazzo Egualit... Avete avuto un mancamento, ricordate?
Marie frug nella nebbia che andava dissipandosi e lasciava intravedere qualcosa. Era svenuta, s, dopo che quei ceffi acchittati e profumati l'avevano presa in mezzo.
- I miei ferri da maglia...
D'Amblanc, imbarazzato, si guard attorno, ma fu il ragazzino a raggiungere una mensola e portarli a Marie.
Lei li prese e li strinse in grembo, come fossero la cosa pi preziosa che aveva. Con l'altra mano impugn la forchetta e inizi a mangiare. A ogni boccone, che masticava lentamente, sentiva lo stomaco ringraziarla e le forze tornare.
- Come vi chiamate? - chiese il dottore.
- Marie Nozire.
- Avete un posto dove tornare?
Marie annu in silenzio.
- Bene. Quando vi sentirete meglio posso accompagnarvi a casa, cittadina Nozire.
- Faccio da me.
Il dottore non aggiunse nulla.
Fu invece Marie a parlare di nuovo, rivolgendosi al ragazzino.
- Vieni dall'Alvernia?
Marie not lo stupore sul viso dell'adulto.
Il ragazzino annu.
- Si, signora.
- Da quale paese?
- Yvers.
- Lui  Jean, - intervenne D'Amblanc. - Anche voi siete al verniate?
- Lo ero tanti anni fa, - rispose Marie tornando a concentrarsi sulle patate.
- Anche oggi andiamo a Palazzo Egualit a cercare il cavaliere? - domand Jean.
D'Amblanc gli pass una mano sulla testa, un gesto affettuoso che smosse qualcosa nell'animo di Marie.
- No, Jean, oggi no. Dobbiamo accompagnare a casa la cittadina Nozire.
- Non c' bisogno. Vi ho detto che me la cavo da me.
Marie fece per alzarsi, ma per un istante la vista si offusc, le ginocchia cedettero e ricadde sulla sedia.
Si accorse che D'Amblanc la sorreggeva per il gomito. Sentirsi toccare le provoc un'ondata di paura e disgusto, e d'istinto sollev i ferri.
D'Amblanc fece un passo indietro e alz le mani in segno di resa.
- Vi prego, cittadina... Non intendo... Sono un medico, ve l'ho detto. Perch non vi stendete nuovamente sul letto? Tornerete a casa quando vi sentirete in forze.
Marie obbed controvoglia e quando si fu stesa piomb in un sonno agitato, dove figure incerte, sfocate, la circondavano e la toccavano, lacerandole i vestiti e togliendole il respiro.
Quando si risvegli, non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse trascorso, ma la luce del giorno era diminuita. Teneva ancora in pugno i ferri da maglia e qualcuno le aveva messo addosso una coperta.
Ai piedi del letto era seduto il ragazzino. La osservava immobile, un'espressione vacua sul viso.
- Dov' quel signore? - gli chiese. - Non  tuo padre, vero?
Jean sfior la coperta con la mano, osservandosi le dita.
- No,  un dottore. Siccome dormivate,  uscito. Mi ha detto di badare a voi.
Marie si alz. Si sentiva leggermente stordita, ma almeno era in grado di reggersi in piedi. Pens di tornarsene a casa, ma si rese conto che questo avrebbe significato lasciare il ragazzino da solo. Doveva avere suppergi l'et di Bastien.
- E a te chi ti bada?
Lui fece spallucce.
- Quanti anni hai?
- Non lo so, signora.
Marie gli lanci un'occhiata stranita.
- Mi stai perculando?
Il ragazzino arross e si port l'indice alla fronte.
- La testa... Non funziona bene, signora... Il dottore mi cura. E mi aiuta a ritrovare il cavaliere.
Marie fece qualche passo nella stanza fino a raggiungere la finestra e sbirci fuori, in strada. Era quasi buio. Le pareva che il ragazzino fosse un po' tocco.
- Questo cavaliere  un tuo parente? - domand senza voltarsi.
- Nossignora.
Marie guard la notte che scendeva oltre i vetri opachi e avverti il richiamo della vecchia soffitta di Claire, dove sarebbe corsa a rintanarsi e magari a sbronzarsi con qualche avanzo di vino, fino a dimenticare tutto. Ma c'era qualcosa che la tratteneva. C'erano, a pochi passi da lei, quello strano ragazzino e i suoi occhi grandi, la sua storia e la sua presenza. C'erano gli incubi tornati a tormentarla dopo molti anni. C'era il bisogno disperato di aggrapparsi a qualcosa, o lasciarsi morire. C'era andata vicino. Ma era stata raccolta, riportata indietro. Per specchiare la sua solitudine nello sguardo di Jean, cos diverso da quello di Bastien.
- Voi avete una famiglia, signora? - chiese Jean.
- Non pi, - rispose lei in tono vago.
- Allora potreste rimanere qui.
Sentirono aprirsi la porta di casa. Marie si spost nell'altra stanza, seguita da Jean, giusto in tempo per vedere rientrare D'Amblanc con l'aria di chi ha camminato a lungo.
- Buonasera, - disse. - Sono lieto di vedervi in piedi. Jean vi ha tenuto compagnia?
Marie si sforz senza successo di rivolgergli un mezzo sorriso.
- Si.
- Forse dovreste mangiare qualcos'altro, sapete? Prima di andare.
Quel dottore doveva avere ben capito che ormai da un pezzo saltava i pasti. Marie pens ancora alla soffitta di Claire, dove si era ripromessa di aspettare la sua amica tante di quelle volte da non aspettarsi pi niente. Una sera si sarebbe addormentata sul vecchio divano sfondato e non si sarebbe pi svegliata. Non c'era altro davanti a lei.
- Ho recuperato un po' di ossi per il brodo, - soggiunse D'Amblanc sfilando un cartoccio da sotto la giacca. - Render morbide e saporite le gallette. Poi frigger qualche cipolla. Che ne dite?
Marie guard il ragazzino, poi di nuovo l'uomo e infine appoggi i ferri da maglia sul tavolo.
Quand'ebbero finito di cenare, Jean diede la buonanotte a entrambi e si ritir a dormire nell'altra stanza.
D'Amblanc prese a caricare una pipa dalla lunga cannuccia. L'ambiente era immerso nel buio, rotto solo dalla luce di due candele.
- Che ha il ragazzino? - chiese Marie toccandosi la fronte con il dito, nello stesso gesto che aveva visto fare a Jean.
D'Amblanc accese la pipa tirando ampie boccate. Attese che le volute di fumo salissero verso il soffitto, formando strane figure mobili negli aloni di luce.
- Gli hanno fatto del male. Quando era molto piccolo.
- Dice che lo aiutate a trovare un cavaliere...
- Per la verit,  lui che aiuta me.
Marie lo guard stranita.
- Beato chi vi capisce, - comment con un'alzata di spalle.
D'Amblanc sorrise e seguit a fumare.
- Perch mi aiutate? - chiese lei dopo un po'.
D'Amblanc parve riflettere.
- Voi credete a quel che sta scritto sugli stendardi della Repubblica? Fraternit...
- Forse prima, - rispose lei. - Ma adesso... Non so. Voi fate cos? Prendete su le persone?
- Sono un medico.
Lo disse senza enfasi, e non aggiunse altro.
- Ce ne fossero, come voi... ma la buona volont non basta, - obiett Marie. - Serve pure la giustizia. Quei gecchi che mi sono venuti contro sono... - Non trov le parole.
- Quelli li con gli stendardi della Repubblica ci si puliscono... - si trattenne, imbarazzata.
- Si. C' gente che non si fa scrupoli.
- Come quelli che a Sant'Antonio hanno bruciato La Gran Pinta con l'oste dentro, - disse Marie.
Le torn in mente la visita di Bastien, quando era andato a trovarla per dirle quello che era successo al foborgo. Il ricordo era vago, fitto di nebbia. Quel giorno era ubriaca.
- A Sant'Antonio ci sono andato, - annu D'Amblanc.
- Ho visto quel che hanno fatto e tutti confidavano che Scaramouche li avrebbe vendicati.
- Eh, bella speranza. Uno da solo non basta mica.
- A volte mi viene da pensare che non esista, che sia solo una leggenda inventata dal popolo per farsi coraggio.
- Invece esiste eccome! - proruppe Marie e per un attimo si rivide stretta a Lo Modonnet, nella vecchia casa. - Io l'ho conosciuto, - aggiunse.
D'Amblanc la guard con aria incredula.
- Scaramouche? Quello che chiamano l'Ammazzaincredibili?
- Non lo so se  lo stesso. Per l'anno scorso, a Sant'Antonio, c'era un attore italiano che andava a legnare i bottegai furboni, travestito da Scaramouche.
D'Amblanc abbass la pipa e si protese verso di lei.
- Perch non dovrebbe essere lo stesso? - domand ansioso.
Marie ci pens su, cercando di decifrare la curiosit del dottore.
- Gi, perch no? Io credo che sia lui.
Per un po' D'Amblanc rimase zitto. A Marie parve che stesse decidendo se confidarsi con lei. In fondo, perch avrebbe dovuto farlo? Era soltanto una derelitta raccolta sul lastrico di Palazzo Egualit. Eppure Marie sentiva di doverci sperare. C'era qualcosa, proprio li, davanti a lei, come l'estremit di una corda che attendesse d'essere afferrata e tirata, per fare cadere un velo, ritrovare l'intenzione di vivere, imboccare un cammino che per, lo sapeva, non avrebbe portato verso la luce, ma nell'angolo pi buio della memoria.
- Sto cercando una persona, - disse infine D'Amblanc.
- Una persona pericolosa. Ma come dite voi, la buona volont non basta. Ho bisogno di alleati.
Ecco, pens Marie. Devo soltanto alzare la mano, stringere il pugno e tirare.
- Questa persona che cercate  quel cavaliere... Quello che ha mollato il ragazzino?
D'Amblanc annu.
-  un controrivoluzionario imboscato e sono sicuro che si trova qui a Parigi, - disse. - Credo sia il capo della banda che ha incendiato La Gran Pinta. L'Armata dei Sonnambuli -. Dopo un istante aggiunse: - Pensate che questo Scaramouche, questo italiano, mi aiuterebbe?
- Non lo so, - rispose Marie assorta. - A fare cosa?
- Ad arrivare fino alla testa del serpente.
Marie torn a guardarlo.
- E tagliarla?
D'Amblanc non disse nulla, non ce ne fu bisogno. Marie si chiese se era davvero questo che voleva per s stessa: una pista, una caccia, la vendetta dei pezzenti. La sua parte. Aveva gi perso tutto, non aveva nulla da rimetterci, se non quella triste esistenza trascinata un giorno dopo l'altro. Il destino le metteva davanti l'occasione.
- Vi dico come si chiama e ci metto pure una buona parola. A una condizione, - disse, e soltanto ora le parve di avere ritrovato la propria voce. - Che prendete anche me come alleata.
- Voi? - disse D'Amblanc stupito. - Voi avete bisogno di cibo e riposo. E poi siete...
- Una donna, - lo anticip lei. - E anche una cattiva madre, s' per questo. E trinco forte, sacrodio. Ma la mia condizione  questa o sbrisga.
- D'accordo, - disse D'Amblanc. Le strinse la mano, come fosse un uomo. - Come si chiama questo attore?
- Lo Modonnet.
- Bene. Immagino sar opportuno iniziare a chiedere nei teatri. Qualcuno che lo conosce salter fuori.


4.

- Un attore italiano? Di nome Modonnet? Perch,  un cognome italiano, Modonnet? Comunque no, nella mia compagnia recitano solo Francesi. Provate a sentire al Teatro del Pantano, li ogni tanto la fanno ancora, la commedia dell'arte.

- Uhm, fatemi pensare. Modonnet... Aspettate un attimo. Hctor, com' che si chiamava quell'attore italiano col nome francese? Quello che diceva di esser figlio del Goldoni, di. Come dici? Esatto, proprio lui, Modonnet! Alla mia et, modestamente, ho ancora una cazzo di memoria...

- Si, certo, lo conoscevo di vista, ma qui non ci ha mai recitato, per carit. Stava in un elenco di diffidati, teste calde, gente che in un amen ti metteva sottosopra il teatro. E te lo faceva chiudere.

- Il nome non mi  nuovo, dottore. Attendete, vado nel mio vecchio ufficio a vedere se c' un fascicolo che lo riguarda. Ecco qua. Leonida Modonesi detto Lo Modonnet, di anni trentacinque, nato a Bologna, Italia. Come sorvegliante sugli spettacoli, mi sono occupato del suo caso in due occasioni. Prima un'ammonizione, per aver scatenato una rissa al Teatro Giscard. Quindi alcuni giorni di prigione e una diffida scritta, per aver partecipato a una rissa nel Teatro Civetta. Se posso dirvi la mia, ho l'impressione che l'uomo fosse pi bravo a menar le mani che a recitare. Lo vidi anche sulla scena, mi pare al Figuier, e gi quella volta mi fu d'avanzo. E infatti: Giscard, Civetta, del Fico... Tutti locali di piccolo cabotaggio, di quelli spuntati come muffe quando ci fu la liberalizzazione delle licenze. Il Civetta, che io sappia, ha chiuso da un pezzo. Che altro posso dirvi? Non mi occupo di teatri ormai da sei mesi, e per come sono cambiate le cose negli ultimi tempi, oggi quel Modonnet potrebbe essere l'idolo delle folle...

- Come no, me lo ricordo bene quel cazzone. Recitava qui con la compagnia di La Rsistence, facevano una commedia di Scaramouche. Si, si, sono sicuro. Per adesso non lo so in che teatro lavorano e quello di sicuro non sta pi con loro, l'hanno cacciato via. E se lo volete sapere, per me hanno fatto bene. Come attore era capace, ma un tale coglione!

- Colette! Vieni qua, per favore. Senti, il dottore, qui, sta cercando Lo Modonnet, hai presente? Tu sai che fine ha fatto, dopo che l'abbiamo sbattuto fuori?
- Lo avevano preso come sostituto da un'altra parte, mi pare.
- S, esatto. Ma poi?
- Che ne so io, mica lo frequentavo pi.
- Scusate, cittadina. Non voglio farmi gli affari vostri. Ma quando vi frequentavate, a che indirizzo stava il Modonnet?
- Al numero 4 di via dell'Inferno. Quella che adesso si chiama via Blu.

- Non mi pagava l'affitto da tre mesi, mi spiego? Italiano di merda. Si credeva di essere il padrone, qua dentro. Be', l'ho cacciato a pedate, nomeddio! Dopo mi hanno detto che  andato a stare al Grand Htel di Pontenuovo. Che sopra ci faceva i suoi spettacolini da ganassa, e sotto ci dormiva. Be', gli sta bene. Che se lo mangino i topi.

- Recitava proprio qui, nella balconata di fianco alla mia. Era un buon tipo, mi faceva ridere. Eravamo italiani tutti e due, ci si teneva su col morale a vicenda. Poi ha combinato un guaio, una storia che non vi dico, e per un certo tempo s' dovuto insabbiare. Questo non me l'ha raccontato lui, lo sono venuto a sapere. Fatto sta che non l'ho pi visto per mesi. Poi, di colpo, qualche tempo fa  ritornato, ma non a recitare. L'ho visto venir su da sotto il ponte, una mattina presto. Aveva litigato con un muschiatino e doveva farci a pugni alla barriera dei combattimenti. Mi ha chiesto di fargli da secondo, e io ci sono andato, a vederlo battagliare. Gli ha dipinto il culo a piselli, al muschiato. Tanto che si  messo a fare il pugile. Il suo impresario l'ho visto, era un marsigliese, si chiamava qualcosa come Bertrand. L'ho rivisto anche un'altra volta, una sera che stavo gi sbaraccando. Abbiamo parlato di Goldoni... Come dite? Si, io mi ricordo Bertrand, ma non ci metto la mano sul fuoco. Potrebbe anche essere Bernard. Aveva anche un nomignolo, aspettate...

- L'italiano era una bella buccia davvero. Si, se l'era preso a mano Bernard la Rana, uno che di sberle ne capisce a carretti. Gli metteva su gli incontri e le scommesse, avevano un bel giro. Per adesso  un po' che non si fa vedere. Magari s' rotto qualche osso e deve stare a riposo. Bernard la Rana? Oggi dovrebbe esserci uno dei suoi che si batte. Vero, Henri? Se avete tempo di aspettarlo, prima o poi si fa vedere.

- Un italiano di nome Lo Modonnet. Si, potrei conoscerlo. Ci devo pensare. E magari mi aiuterebbe sapere chi lo cerca.
- Mi chiamo Orphe d'Amblanc, sono un medico...
- Marie, la sarta di Sant'Antonio. Ditegli che gli devo parlare.


5.

Quando senti quel nome dalla bocca di Bernard la Rana, Lo rimase di sasso. Aveva pensato a lei di tanto in tanto, in tutto quel tempo, ma il ricordo che aveva era uno dei migliori, di quelli che conservava per certi momenti speciali, quand'era a tu per tu con s stesso. Adesso, colpito da un fulmine a ciel sereno, doveva ammettere che in un angolo della mente aveva sperato, grazie al ritorno di Scaramouche, che lei potesse notarlo ancora. Era stato esaudito. Lei era li, anche se fatic a crederci finch non l'ebbe davanti a s, nel sottano di Bernard.
Era lei, ma non era la stessa. Aveva la faccia segnata, come avesse affrontato un tifone e ne fosse uscita viva, ma con ancora addosso il peso della fatica e degli abiti inzuppati. Per questo Lo la trov ancora pi bella, anche se bella non lo era pi.
La accompagnava da un uomo, non elegante ma distinto, che si presentava come dottore e rest un passo dietro a lei.
Lo non seppe cosa dire e per fortuna fu Marie a parlare.
Disse che cercavano Scaramouche, l'Ammazzaincredibili, il castigatore dei muschiatini, e se ora non si trovavano al suo cospetto, allora avevano sbagliato persona e l'avevano disturbato per nulla.
Lo prese tempo. Chiese chi fosse il tizio che l'aveva accompagnata fin li. E allora Marie gli fece cenno di venire avanti.
Il dottor D'Amblanc, cos disse di chiamarsi, and dritto al punto. Se Scaramouche combatteva la Giovent Dorata, allora forse gli sarebbe interessato colpire il capo dell'Armata dei Sonnambuli. Lui sapeva chi era e voleva trovarlo.
- Lo sanno tutti che  il Senzanaso a guidarli, - comment Lo.
D'Amblanc disse che no, quello era soltanto il braccio destro. C'era qualcun altro, un uomo molto pi scaltro, tanto da non farsi vedere in giro.
- Voi come lo sapete? - chiese Lo.
D'Amblanc rispose che era una lunga storia e poteva raccontargliela, se Scaramouche era disposto ad aiutarli.
Lo cerc conferma in Marie. Lo sguardo di lei gli disse che poteva fidarsi. Se le loro strade si incrociavano di nuovo, una ragione doveva pur esserci. Una variante del copione. Un inatteso cambiamento di scena. Forse anche dei personaggi.
Offr loro due sgabelli tarlati e si mise in ascolto.

Quando D'Amblanc ebbe finito di parlare, Lo rimase a lungo meditabondo. Non era sicuro di avere afferrato tutto. La faccenda del fluido magnetico non gli tornava. Eppure, a sentire quel dottore, spiegava la straordinaria resistenza dei sonnambuli.
- Con tutto il rispetto, cittadino, questo fluido mi sembra una specie di magia...
D'Amblanc non colse la provocazione. Disse che, in un certo senso, quello che dovevano scovare era un negromante, uno stregone. Un uomo molto pericoloso. Senza di lui, i sonnambuli avrebbero perso i loro poteri.
- Chi vi dice che questo tizio non abbia trasmesso le sue... capacit anche a qualcun altro? - domand Lo.
Era chiaro che D'Amblanc si aspettava la domanda, perch rispose senza esitare: non era quel tipo d'uomo. Non voleva allievi, ma soldati.
- Chi ? - lo incalz l'attore.
La risposta non fece che aumentare la sua curiosit. Un piccolo nobile di spada. Una comparsa che si era fatta largo fino a guadagnare un ruolo di una certa importanza. D'Amblanc sospettava che godesse di protezioni politiche. E che avesse progetti a lungo termine.
Lo prov un vago moto di simpatia per quell'uomo. Chiss che Scaramouche non avesse trovato un degno avversario...
-  per questo che volete fermarlo?
D'Amblanc rispose che aveva i suoi motivi, non facili da spiegare. In ogni caso, quell'uomo andava fermato.
Tuttavia, Lo voleva essere certo delle intenzioni di quei due.
- E voi? - chiese rivolto a Marie. - Cosa c'entrate in questa storia?
Lei rispose che il dottore l'aveva aiutata. Le aveva salvato la buccia, e adesso lei gli rendeva il favore.
L'italiano si avvicin a D'Amblanc fin quasi a sfiorargli il naso con il proprio.
- Guardatemi in faccia, dottore. Fate sul serio? Perch quelli non li dovrete curare. Li dovrete spacciare. Non  gente molto cortese, mi spiego?
D'Amblanc rispose che lo sapeva bene. Insieme avrebbero fatto quel che era necessario.
Lo si guard attorno. Pens al sottano polveroso in cui era ridotto a vivere, ai quattro stracci che indossava, al vestito di Scaramouche che Marie Nozire gli aveva procurato tempo prima, nascosto sotto il materasso di paglia, insieme al suo "bastone da passeggio". Cosa aveva da perdere?
Torn a rivolgersi a D'Amblanc.
- Come intendete fare?
Il dottore apparve incoraggiato dalla domanda. Disse che bisognava torcere il braccio destro fino a costringere anche la testa a piegarsi.
Quell'immagine divert Lo.
- Siete sicuro? - disse. - Il Senzanaso non gira mai da solo. Ha una scorta di quattro uomini, che lo accompagnano anche a pisciare. Gecchi forzuti, che non vanno gi finch non li ammazzi...
Ecco, pens Lo, ora il dottore sapeva che anche lui teneva d'occhio La Corneille. Ne seguiva gli spostamenti, convinto che i cordoni della borsa li reggesse lui, ma perplesso che un relitto del genere potesse essere cos munifico. Certo era che senza borsa i muschiati si sarebbero sciolti come merda sotto la pioggia.
D'Amblanc disse che poteva spezzare la catena magnetica. Sapeva come fare. A quel punto, glielo assicurava, sarebbero andati gi come chiunque altro.
- Sono sempre cinque contro due, - gli ricord Lo.
- Cinque contro tre, volete dire, - soggiunse Marie.
I due uomini la fissarono sorpresi, ma la determinazione che lessero sul suo volto li spinse a non fare obiezioni.


6.

L'uomo senza naso usc da Palazzo Egualit scortato da quattro muschiatini. Nei loro sguardi fissi e nell'andatura rigida era possibile riconoscere i segni della sonnambulizzazione. Non sembravano sentire il gelo serale, che imbiancava il fiato davanti alle loro bocche, e si muovevano in formazione, bastoni alla mano, disposti a quadrato intorno a chi dovevano proteggere: uno all'avanguardia, due sui fianchi, uno a coprire le spalle. Il loro passi risuonavano sul selciato bagnato della via deserta. Il freddo intenso dopo il tramonto aveva svuotato le strade. La Corneille avanzava curvo, stretto nel vecchio cappotto e nella sciarpa, dalla quale spuntava la protesi nasale, come un piccolo becco.

Orphe d'Amblanc era nascosto nell'ombra di un portone. Non appena il drappello gli pass davanti, estrasse l'asta del folgoratore da sotto il pastrano e mosse verso l'uomo alla retroguardia che si volt presagendo l'attacco ma non fece in tempo a evitare la stoccata e url sentendo la scarica elettrica attraversargli il corpo e croll a terra quando ricevette il colpo sulla tempia.
La catena magnetica era spezzata. Gli altri tre udirono La Corneille ordinare il contrattacco e proprio in quell'istante Lo sbuc da un vicolo laterale e ne sprang uno alle gambe spaccandogli una rotula. La notte fu squarciata dall'ululato di dolore.
Uno dei due rimasti in piedi gett a terra Lo e gli si avvent alla gola con entrambe le mani mentre l'altro prese a menare bastonate che D'Amblanc par con l'asta del folgoratore per poi calare un fendente alla testa del muschiatino, e un secondo, e un terzo, spacciandolo.
Lo intanto aveva afferrato forte i testicoli dell'avversario strizzandoli fino a farlo urlare e mollare la presa alla gola mentre nella sua testa Bernard la Rana diceva che non ci sono colpi proibiti. Se lo scroll di dosso e si rimise in piedi mentre quello tornava alla carica ma D'Amblanc lo sgambett e Lo gli rifil un paio di calci a tutta forza nelle costole e lo lasci boccheggiante sul selciato.
Solo allora, Lo si ferm a recuperare il fiato, ma vide La Corneille infilarsi in un vicolo come un sorcio che cerchi riparo nell'oscurit.
Il fuggitivo percorse tutto il vicolo e quando gir l'angolo, Marie l'ebbe a portata. La Corneille senti una fitta al fianco e soffoc un urlo. I ferri da maglia si erano piantati nella carne, ma il vecchio cappotto aveva in parte attutito l'affondo. In preda al terrore, La Corneille spinse a terra Marie e scapp via.
Lo si rese conto che D'Amblanc, impacciato dall'imbracatura del folgoratore, non riusciva a correre molto veloce, quindi lo stacc, lanciandosi dietro a La Corneille a rotta di collo. Impresa nient'affatto semplice, dato che il Senzanaso si rivel pi rapido del previsto. Lo lo vide svoltare di scatto in una via laterale in direzione del fiume. Lo segui, giusto in tempo per vederlo perdere il controllo delle gambe e schiantarsi contro un muretto basso che chiudeva la via, volteggiarci sopra e precipitare dall'altra parte.
Ghiaccio, pens Lo, rallentando la corsa prima di scivolare anche lui. Si trovava nei pressi di un lavatoio, dove l'acqua era gelata e aveva formato un ampio lastrone compatto. Raggiunse il muricciolo a piccoli passi e guard gi. La Corneille giaceva qualche metro pi sotto. Lo individu una scaletta, poco distante, e scese con grande cautela, rischiando di scivolare a ogni gradino coperto di ghiaccio.
La Corneille era riverso per terra, in una condizione pietosa, la protesi volata via nella caduta, i capelli impiastricciati di sangue che sgorgava dalla testa spaccata, i denti rotti. Rantolava, mentre con le mani sembrava contarsi le costole del fianco destro, dove Marie l'aveva ferito.
Lo bestemmi. Quell'uomo non doveva morire. Non ancora. Non prima di aver detto dove stava il suo padrone.
Dalla murata lo raggiunsero i richiami di Marie e del dottore.
- Scendete piano, - disse Lo, ritrovando una voce che non era la sua, - qui  tutto ghiaccio.
I due scesero le scale come funamboli su una corda.
- Mi sa che sta crepando, - li inform Lo.
- Prima deve parlare, - disse Marie.
D'Amblanc si chin sul moribondo, l'espressione preoccupata. Gli tast il polso e conferm che non ne avrebbe avuto per molto.
- Avevate detto che sapevate come farlo parlare, - disse Marie.
D'Amblanc scosse la testa.
- In queste condizioni...
- Be', almeno provateci, sacrodio! - sbott Marie.
D'Amblanc stese una mano sulla fronte di La Corneille, alla distanza di mezza spanna, e l'altra all'altezza delle gambe. Chiuse gli occhi e si concentr. Il moribondo tossi sangue e saliva, e seguit a rantolare, ma a poco a poco dal deliquio emersero delle parole.
- Mio signore... fino alla fine... io resto... vostro...
Gli altri tre tesero le orecchie. D'Amblanc rinunci a magnetizzarlo e si chin con l'orecchio vicino alla sua bocca per cogliere il mormorio.
- Il sangue reale... un grande giorno... un nuovo inizio... per la Francia... - La Corneille sembrava sorridere, gli occhi persi a contemplare un sogno. - Il sangue reale... mio signore... un grande giorno... il grande giorno...
Una fitta gli spezz il respiro. Fece per riaprire la bocca, ma non ne usc alcun suono. Il collo si irrigidi, poi la testa ricadde di lato.
- Merda! - sibil Marie. - Ha tirato i cracchi. Se lo fotta il diavolo!
Lo imprec con la voce roca e strozzata, massaggiandosi la gola e il collo indolenziti.
- Una faticaccia per niente, boiaddio! - Scroll la spalla di D'Amblanc. - Andiamo via, dottore, prima che arrivi qualcuno. Al, al...
L'altro si tir su e si ritrovarono tutti e tre a camminare svelti fino al lungofiume, intirizziti e spossati. A quell'ora e con quel freddo le strade erano un tetro deserto. Ai lati si aprivano finestre cieche e vicoli neri come fauci.
- Cosa facciamo? - chiese Marie ansimando. Faticava a tenere il passo degli altri due.
D'Amblanc camminava in silenzio, come all'inseguimento di un pensiero, di un'intuizione.
All'improvviso parve averla raggiunta, perch si blocc sul posto.
- Qualcosa ci ha detto.
Lo sollev lo sguardo dalla punta delle scarpe dove era precipitato.
- Delirava, a'ns capva un caz...
Marie gli diede una gomitata per farlo stare zitto, quindi si piant davanti a D'Amblanc a braccia conserte.
- Cos'ha detto?
- Un grande giorno, il sangue reale, - disse D'Amblanc.
- Qual  il giorno del sangue reale?
Li guard in attesa di una risposta, ma i due seguitarono a guardarlo con diffidenza.
- Il 21 gennaio, - disse lui. - Il secondo anniversario della morte di Luigi Capeto.  prevista una grande celebrazione. Scommetto che Yvers ha in mente un'azione per quel giorno -. Ripet tra s e s le parole di La Corneille: - Un nuovo inizio per la Francia... - Guard gli altri due, che apparivano gi meno tetri. -  qualcosa di grosso, di importante -. Segu il filo dei propri pensieri fino alla conclusione. - Lui ci sar. Scommetterei anche su questo -. Ora si rivolse agli altri, con un accenno di entusiasmo nella voce. - E ci saremo anche noi.

Estratto da
"IL MESSAGGERO DELLA SERA"
2 frimaio, anno III

Vogliamo qui rallegrarci della pi perfetta tranquillit, raggiunta grazie alla salutare attivit del nostro governo; i fantasmi del complotto sono svaniti; non si sgozza pi un sordomuto sospettato di cospirazione [...].
I vezzi e il riso, che il Terrore aveva messo in fuga, sono di ritorno a Parigi; le nostre graziose signore in parrucca bionda sono adorabili, parola d'onore; i concerti, tanto pubblici che di salotto, sono deliziosi. Tutto prende una forma nuova; il nome di comitato rivoluzionario non fa pi tremare; un brigante in berretto frigio non ha pi diritto di vita o di morte sull'individuo che gli dispiace; le grida funebri degli amici di Robespierre non si fanno pi sentire alle nostre orecchie stanche; l'accento rauco e lugubre degli agenti dell'autorit ha lasciato spazio a modi pi allettanti. Ecco la metamorfosi che i nostri costumi hanno subito dopo la caduta del tiranno; ma gli uomini sanguinari, i Billaud, i Collot e tutta la banda dei rabbiosi chiamano questo cambiamento "controrivoluzione".

Estratto da
"IL MESSAGGERO della sera"
I piovoso, anno III

Ieri, nella via Saint-Honor, un carrettiere sacramentava appresso ai suoi cavalli, che non volevano muoversi; soprattutto montava in forte collera contro uno di essi, il quale, pi indocile degli altri, rampava e ragliava; il nostro uomo si abbatteva su di lui a grandi colpi di scudiscio, gridando: "Ti domer, sacronome d'un giacobino!" E il popolo applaudiva.

 SCENA SESTA
 Il fantoccio della libert
21 gennaio 1795 (duod della prima decade di piovoso, giorno del muschio, anno III)


I.

Al foborgo se ne parlava da giorni. Per le strade, nelle botteghe. Sullo spiazzo di fronte alla carcassa nera della Gran Pinta e nelle bettole fuori mano che davano rifugio ai suoi profughi.
I muschiatini preparano la loro festa. La Giovent Dorata non lascer passare il 21 gennaio come se niente fosse. Bande di Inc'edibili decapiteranno i busti di Marat e di Lepeletier.
Tra una suola e una tomaia, mattina e pomeriggio, Bastien s'era scolato un barile di quelle profezie. I vecchi amici di Treignac - e i vecchi impiccioni che si facevano comunque gli affari suoi - venivano a metterlo in guardia, a dirgli che la giornata si preannunciava rognosa, che starsene a casa era la scelta pi saggia, specie per uno che una botta in testa l'aveva gi rimediata, e la seconda rischiava di spedirlo a badare per sempre le galline del prete, dietro la chiesa.
Avevano finito per convincerlo. E il termometro precipitato sotto lo zero ci aveva messo il timbro. Niente festa. Del resto - dicevano in tanti - ti pare che c' qualcosa da festeggiare? Su questo Bastien non aveva le idee chiare: il fatto che il popolo aveva tagliato la testa al re di Francia gli pareva una roba da andarne fieri, ma quanto alla vita, non  che la Repubblica gliene avesse regalata una tanto migliore. Quel che invece gli pareva sicuro come l'oro era che in certi giorni bisognava essere li, vedere coi propri occhi, per poi raccontarla a chi non c'era, e pure a chi c'era ma diceva d'aver visto un'altra cosa. Quando un garzo del foborgo voleva ascoltare la storia della capa del Capeto, Bastien era orgoglioso di poter rispondere: "Te lo si conta noi, com' che and. Noi che s'era in Piazza Rivoluzione", e gli mostrava pure il brandello di stoffa della giacca di Luigino che Treignac gli aveva regalato quel giorno. Cosi, due anni dopo quel 21 gennaio, mentre Treignac ancora dormiva, il ragazzino si infil le scarpe, scese in strada e si diresse verso il luogo che pi spesso ritornava nelle voci di quei giorni.
Il giardino di Palazzo Egualit.
Gi lungo il tragitto, Bastien si rese conto di aver fatto la scelta giusta. Le voci non mentivano. Un rivolo di cittadini sempre pi fitto gli scorreva intorno man mano che si avvicinava alla meta. Dalle vie laterali, gli elegantoni ruscellavano a valle e si univano alla marcia. Di quando in quando, stando bene attento, Bastien risaliva quei torrenti, si infilava nei vicoli, e armato di un pezzo di carbone, dava il suo personale contributo alla guerra delle scritte contro la Giovent Dorata e l'Armata dei Sonnambuli.
Giunto al grande cancello d'ingresso, si aggreg a un gruppetto che entrava compatto, per paura che qualche guardione lo cacciasse fuori, con la scusa dei vestiti logori, dell'et o anche soltanto per fare il lupo con l'agnello.
Dentro c'era gi una bella folla, sparsa tra il colonnato, i tavoli da gioco e i vialetti del giardino. La maggior parte fluiva attorno a un palchetto di legno al centro della corte. Sopra il palchetto, un trono. Sopra il trono, un gecco. Bastien si avvicin e trov un varco per godersi lo spettacolo.
Il gecco in realt era un fantoccio di paglia. Aveva due facce e il corpo diviso in due met. Davanti era vestito come un re e portava la corona, dietro indossava il berretto frigio, una parrucca nera e la camicia rossa dei giacobini. Dalle tasche della giacca gli uscivano mazzi di assegnati e banconote. Nella mano destra teneva un pugnale, a mo' di scettro, e nell'altra un bicchiere pieno di un liquido che sembrava sangue.
Un muschiatino pomponnato a festa sali sul palco e domand silenzio a quelli di sotto, che sgolavano insulti e canzoni. Quindi gonfi il petto e si mise a gridare al posto loro. Tutti notarono che, per l'occasione, pronunciava la erre.
- Popolo di Francia! Questo giorno  consacrato all'orrore per la tirannia e all'amore per l'indipendenza. Giorno fatale tanto ai realisti che ai bevitori di sangue, ai complici del Capeto e ai valletti di Robespierre. Non  soltanto al nome di un re che il popolo ha fatto la guerra, ma a ogni genere di dittatura. Testimoniamo dunque la nostra indignazione, contro i mostri che, usurpando l'autorit del tiranno, ristabilirono le bastiglie distrutte dai patrioti e fecero colare a torrenti il sangue dei cittadini.
L'applauso del pubblico abbocc alla pausa dell'oratore. . Una giovane merdegliosa si spellava le mani proprio a una spanna dall'orecchio di Bastien. Il ragazzino la guard, tutta brillocchi e merletti, e decise di non unirsi all'entusiasmo generale. Il discorso contro la tirannia e i dittatori gli era piaciuto, ma se piaceva pure a una cos, allora doveva esserci qualcosa di storto.
L'oratore punt il dito contro il fantoccio e riprese a parlare.
- Io ti accuso di aver saccheggiato la Francia, incarcerato i cittadini e assassinato il popolo. Io ti accuso di aver sgozzato i membri della Convenzione e di aver tentato di scioglierla, per ridurre i Francesi in schiavit. Io ti accuso di esserti opposto ai decreti di clemenza per i cittadini detenuti senza processo. Io ti accuso, infine, di tutte le calamit che hanno colpito e che ancora colpiscono la Francia, perch esse sono tutte tue figlie. Per questo, in nome del popolo sovrano, io ti condanno a essere bruciato vivo, di fronte al luogo che fu il principale teatro dei tuoi misfatti. Le tue ceneri saranno raccolte in un pitale e gettate nella fogna di Montemarte, che d'ora in poi chiameremo: "Il Pantheon dei giacobini".
Di nuovo applausi, urla. Viva la giustizia! A morte i giacobini! Viva la Convenzione! Abbasso i tiranni!
Bastien vide decine di torce spuntare e accendersi sopra le teste. Il trono del re giacobino venne sollevato da quattro muschiatini, portato gi dal palco e seguito in corteo da tutti i presenti. Le teste ormai riempivano il giardino e tracimavano su via di Sant'Onorio. Chi diceva mille, chi seimila. Le bocche intonarono una canzone che Bastien non aveva mai sentito, ma che tutti quanti sembravano conoscere come La Marsigliese:

Popolo francese, popol di fratelli
puoi tu vedere senza orrore
il crimine innalzare i vessilli
della strage e del terrore?


2.

Tu soffri che questa orda atroce
di assassini e delinquenti
deturpi col fiato suo feroce
il territorio dei viventi.

Marie riconobbe la canzonaccia che aveva sentito intonare diverse volte al Caff Chartres, quando elemosinava. Il risveglio del popolo, l'avevano chiamata. Strinse la mano di Jean e segui il dottor D'Amblanc, che camminava lungo il corteo. Risalirono controcorrente il flusso di persone, dalla testa con il trono del condannato fino alla coda con le peggio canaglie, quelli che manco fingevano di essere repubblicani, e anzi agitavano le pistole e spaventavano i curiosi, dicendo che se beccavano un giacobino, gli aprivano un buco in testa e ci cagavano dentro. Poi tornarono indietro, fermandosi ogni tanto a sollevare Jean in braccio, oppure D'Amblanc lo metteva in piedi su un paracarro, perch potesse sgranare i volti a uno a uno per riconoscere il capo dei sonnambuli, il cavaliere d'Yvers.
Intanto Marie teneva d'occhio anche la schiera di quanti non si univano al corteo, ma restavano in disparte a guardarlo passare, chi incitando e chi scuotendo il capo. Una giovane donna, abiti e modi da popolana, port le mani ai lati della bocca.
- Venduti! - cominci a gridare. - Venduti!
Forse immaginava che altri le avrebbero dato manforte, perch si ferm, come in attesa dell'intervento di un coro, ma l'unico intervento che.ottenne fu quello di tre muschiatini armati di bastone che le si piazzarono di fronte.
- Venduti? - domand quello al centro con voce glaciale. - Che intendi di'e?
Un uomo con la giacca sudicia si fece avanti e sollev una mano tra la donna e il manipolo.
- Lasciatela perdere, - disse, -  una del mio foborgo. Non ci sta con la testa:  la matta di San Marcello, vi dico...
- Venduti! - sgol la donna con una smorfia malata, come a confermare le parole del paciere. - Quanto vi hanno pagato per questa bella commedia, eh? Quanto vi dnno per...
Un ceffone la raggiunse sulla guancia. L'uomo capi l'antifona e sgomber il campo senza aggiungere verbo. La giovane donna sput in faccia a chi l'aveva colpita.
I due muschiatini che erano rimasti zitti afferrarono le braccia della donna e gliele piegarono dietro la schiena. Quella prov a liberarsi, a urlare, ma i suoi sforzi erano vani e il terzo gecco la mise cheta con un pugno nello stomaco. Le afferr la gonna e gliela stratton gi fino alle caviglie, quindi fece lo stesso con i mutandoni.
Alla vista del culo nudo, il pubblico che intanto s'era radunato tutt'attorno, prese a gridare: - Frusta! Frusta! -finch un ramo spoglio e flessibile pass di mano in mano e raggiunse il centro della scena.
Il muschiatino lo lev in aria, lo fece sibilare, lo abbatt sulle chiappe bianco latte.
- E una! - gridarono gli spettatori soffocando lo sghignazzo.
Marie senti accapponarsi la pelle. Rivide Throigne de Mricourt. Rivide s stessa, prima come suppliziante e poi al posto di lei, potenziale suppliziata. Adesso non erano nemmeno pi donne a infliggere la pena, ma uomini.
- E due!... E tre!...
La mano nella borsa strinse il guanto con gli artigli. Se l'era cucito poche notti prima, assicurando tre ferri da maglia sul dorso di un guanto in pelle, tagliato all'altezza dell'ultima falange, per lasciare agilit ai polpastrelli.
D'Amblanc le tocc il braccio e le disse:
- Portiamo via il ragazzino.
Marie si gir e vide Jean fissare la scena, pallido e atterrito.
- E quattro!
Marie segui D'Amblanc e il ragazzino lontano da li, con il cuore ridotto a una noce e la rabbia strozzata in gola.


3.

Il trono di Re Giacobino atterr di fronte alla porta delle Tegolerie.
Gli officianti sollevarono il fantoccio, gli tolsero la giacca e le scarpe, gli piegarono le gambe per metterlo in ginocchio.
Al posto del pugnale e del bicchiere colmo di sangue, gli vennero piantate nelle mani due grosse candele accese. Infine, un tizio vestito da boia port una corda da impiccato e gliela mise al collo a mo' di cravatta.
D'Amblanc guardava quei gesti e si domandava se lui soltanto, fra tutte le persone presenti, fosse in grado di decifrarli.
A giudicare dall'assenza di una qualunque reazione, sembrava davvero che nessuno si rendesse conto di quanto stava accadendo.
Eppure intorno a lui c'rano persone adulte, persino attempate. Persone che avevano vissuto gran parte della loro vita sotto l'antico regime. Persone che di certo ricordavano cos'era l'onorabile ammenda. Il colpevole scalzo, in maniche di camicia e una candela in ciascuna mano, inginocchiato di fronte alla porta di una chiesa, costretto a chiedere perdono dei suoi crimini davanti a Dio, al re e alla nazione. Nella vecchia Francia, quella era la pena per l'insulto, il sacrilegio, la malversazione, gli attentati al pudore. Ma se il condannato portava una corda al collo, allora significava che l'onorabile ammenda era una pena aggiuntiva. Un'aggravante della pena di morte, considerata insufficiente per delitti infami come il parricidio. O il regicidio.
Tra gli uomini che ora esultavano, pens D'Amblanc, tra coloro che gridavano "A morte i giacobini!" e "Viva la Convenzione!", diversi potevano avere l'et di suo padre. Uomini e donne che come lui avevano assistito al supplizio di Damiens e lo avevano raccontato ai figli. Torturato, squartato vivo e infine bruciato sul rogo per aver tentato di uccidere Luigi XV, padre del padre dell'ultimo re di Francia. Anche Damiens, prima di essere giustiziato, aveva dovuto fare un'onorabile ammenda. La stessa pena che in quel momento veniva inflitta al fantoccio dell'ultimo regicida di Francia: Robespierre. Perch in realt, dietro la doppia faccia del manichino, dietro le grida in favore della Repubblica, dietro le celebrazioni per la morte del tiranno, si nascondeva a malapena una festa di realisti, con chiari messaggi monarchici, per chi li sapeva e li voleva cogliere.
Una leggenda molto amata dai nostalgici del Capeto voleva che Robespierre, nato ad Arras, fosse il nipote di Damiens, nato in un villaggio nei dintorni di Arras.
D'Amblanc fece passare avanti Jean e lo invit ad aguzzare la vista.
Sapeva che portarsi dietro il ragazzino era stato un azzardo, ma era anche l'unico modo per provare a riconoscere Yvers: sempre che la commemorazione del 21 gennaio fosse il giorno giusto per coglierlo allo scoperto. Non c'erano certezze, in proposito, ma D'Amblanc sentiva che il suo avversario non si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di quella giornata. Se le sue ipotesi erano corrette, esattamente due anni prima il misterioso Yvers aveva tentato di liberare il re, insieme a un piccolo manipolo guidato dal barone di Grche. Fuggito, si era rifugiato a Bictre per sottrarsi alle indagini di Chauvelin. Quindi era uscito, il giorno stesso della decapitazione di Robespierre, per tornare in azione.
- Faccio onorabile ammenda delle mie colpe, e domando perdono a Dio, al popolo di Francia e alla Convenzione, per aver insozzato, devastato, umiliato la nazione e...
D'Amblanc tast sotto il pastrano le bottiglie di Leida che portava in cintura. Scorse le dita sui fili metallici rivestiti di seta che assicuravano il legame elettrico e controll che fosse tutto in ordine. Guard Marie, al suo fianco, che gli chiese:
- Siete sicuro che funzioneranno?
D'Amblanc non ebbe nessuna voglia di mentirle.
- No, - rispose. - Se la tecnica non ci supporter, confidiamo almeno nella buona sorte.
Marie sollev lo sguardo oltre le teste davanti a lei e individu Lo, dall'altra parte della strada. Avevano stabilito che lui si tenesse in disparte, rimanendo a vista, per poter convergere sul soggetto da due lati. Lo le rivolse un lieve cenno di intesa.
- Forza, Jean, - disse D'Amblanc al ragazzino. - Continuiamo il nostro giro.


4.

Il cortile del monastero dei domenicani era fitto di torce.
Al centro, si ergeva il rogo che avrebbe consumato il fantoccio dell'uguaglianza.
Yvers si era vestito di nero. Il bavero rialzato e la sciarpa tirata su fino a coprire il naso. Gli stessi abiti di quel 21 gennaio, che nel frattempo era diventato il 2 piovoso. La solita, insulsa danza di nomi. Anche il luogo che ora contemplava aveva cambiato il suo: non pili "Societ dei giacobini, amici della libert e dell'uguaglianza". Qualcuno adesso lo chiamava il fu club dei giacobini, qualcun altro il club dei fu giacobini, a indicare che quelli, oramai, potevano considerarsi morti. Il cavaliere d'Yvers preferiva il vecchio nome religioso.
Come due anni addietro, i suoi occhi frugavano i volti della folla e non vedevano che nasi. Becchi e proboscidi deformi. Narici enormi. Bugni purulenti. Propaggini schifose che meritavano di annusare un solo odore: quello della sottomissione, l'unico che sapessero riconoscere e apprezzare davvero.
Come due anni addietro, Yvers cercava gli sguardi dei suoi uomini, ma questa volta era certo di trovarli al loro posto, e infatti fu cos. Sguardi sonnambuli, pronti ad agire compatti, come arti di un unico corpo. Non sarebbe mai pi stato in balia della volubilit degli uomini. Della feccia aveva fatto falange imbattibile, tesa verso uno scopo, sotto la guida di un maestro. Raggiunse Malaprez, l dove gli era stato ordinato di mettersi.
- Sono tutti ai loro posti? - chiese Yvers.
- S, mio signore, - rispose l'altro.
- Tu resta accanto a me, - ordin Yvers.
Malaprez acquis l'ordine senza battere ciglio.
I muschiatini di Palazzo Egualit intanto issavano sul rogo il manichino che avevano portato in corteo. Le torce diedero fuoco alla pira. Le fiamme salirono insieme al fumo. Un violino scand le note della Carmagnola. Uomini e donne si alternarono in cerchi concentrici, pronti a saltellare nel girotondo dei rivoluzionari. Al posto dell'Albero della Libert, il rogo di Re Giacobino. Al posto dei sanculotti, giovani dorati e muschiatini.


5.

Dalla posizione che aveva guadagnato a gomitate, su una catasta di vecchie tegole, Bastien vide l'energumeno biondo e lo riconobbe. Non avrebbe scordato quella musta finch campava. Era uno di quelli che avevano spacciato Frault alla Gran Pinta. Quello che aveva conciato Treignac. E riconobbe anche altri intorno a lui. Li aveva spiati alla luce delle fiamme, prima di calarsi dentro il pozzo per salvarsi la buccia. Lo stesso sguardo spaventoso. Avevano bruciato vivo il buon Frault. Bastien li aveva visti, maledizione, sapeva che gente fosse. Prese a tremare dalla testa ai piedi, mentre alcuni di loro, con le torce in mano, si disponevano intorno al grande fal, come volessero proteggerlo dalla folla. Bastien fatic a venire a capo di ci che sentiva e, quando ci riusc, si disse che sulla faccia di quei gecchi stava scritto che avrebbero potuto fare qualunque cosa. Gli altri invece li guardavano straniti, alcune donne lanciarono qualche oggetto per smuoverli, ma quelli rimasero piantati sul posto. Che diavolo stava succedendo? Bastien si accorse che l'aria era sgionfa di un odore acre, che pizzicava le narici. Ci mise un po' a riconoscerlo, l'aveva sentito alla bottega di Malet, il falegname. Era l'odore della resina che usava per lucidare i mobili. Non ebbe tempo di interrogare ancora il proprio naso.
- Viva la Francia! - urlarono quegli uomini. Poi portarono le torce a contatto con i propri abiti.
Bastien trattenne il fiato.


6.

Lo smise di frugare i volti tra la folla e si accorse che Marie lo stava strattonando per la manica. Lo aveva raggiunto, facendosi largo a spintoni.
- Guarda! - gli url esasperata.
Venne raggiunto da una zaffata di trementina. Le facce di tutti si arricciarono nella stessa smorfia. Ma non quelle degli uomini che si erano dati fuoco e adesso ardevano intorno al grande fal nel quale bruciava il fantoccio. Erano altrettanti fantocci, immobili, mentre le fiamme risalivano rapide fino alle spalle.
Marie url, url con quanto fiato aveva in gola ma non usc suono. O forse erano le urla di tutti gli altri a coprire le sue. Lo la strinse, trattenendo in quell'abbraccio la paura e la rabbia di entrambi.
- Dove sono D'Amblanc e il garzotto?
Marie cerc di rispondergli, ma venne investita dall'odore di carne bruciata e diede di stomaco sul selciato. Lo la sorresse trattenendo il vomito a sua volta. Lei se lo scroll subito di dosso e indic un punto oltre la folla, poche decine di passi pi in l. Jean era sulle spalle del dottore, gli occhi sbarrati sulle fiamme. Marie riprese fiato e si asciug la bocca sulla manica. Lo fatic a riconoscerla. Era come vederla per la prima volta. Chi era? L'accattona, l'amazzone, la magliara, la vedova, la madre... C'era un'altra donna che emergeva insieme alle altre, e l'odio che portava con s gli era sconosciuto. Metteva i brividi, al pari di quei fantocci umani in fiamme: era come se si caricasse del lutto di tutte e ne traesse forza.
Si spinsero insieme nella calca, per raggiungere gli altri. Dovettero aprirsi un varco in mezzo agli alterchi e alle zuffe tra chi voleva vedere e chi voleva allontanarsi perch aveva visto. Un muschiatino si par davanti a Lo, che percep soltanto la spinta e and a sbattere contro qualcun altro, alle sue spalle.
- Ma gua'da chi si 'ivede.
Era un ghignoso col naso schiacciato e un bastone. Lo spalleggiavano altri due amiconi. Lo lo riconobbe. Quel naso lo aveva schiacciato lui. Soncourt. Era proprio lui, il campione di savate dei muschiatini. E aveva un affronto da vendicare. D'istinto Lo cerc Marie, contento di non trovarla al suo fianco. Almeno con lei non se la sarebbero presa.
Il muschiatino lo guard dall'alto in basso.
- 'iconosce'ei la tua faccia di me'da t'a mille...
I tre muschiatini si disposero intorno a Lo e sollevarono i randelli. Lo scopr la mazza che celava sotto il pastrano e si difese. Schiv un colpo, ne par un altro, ma Soncourt aspettava l'occasione da troppo tempo, e riusc a piazzargli un calcio nei maroni. Lo si sforz di non piegarsi in avanti, ma prese una randellata sulla spalla, alla quale ne segui un'altra, di striscio, sull'orecchio. Mentre andava gi sper che almeno Marie fosse in salvo.
- Non esistono colpi p'oibiti, - disse Soncourt, ridacchiando.


7.

D'Amblanc domin il terrore. Mentre le fiamme li azzannavano, quegli uomini erano fermi come statue. Privi di ogni istinto di sopravvivenza, sottoposti al volere di qualcuno che aveva instillato in loro l'idea di uccidersi. D'Amblanc ne ebbe l'assoluta certezza: Yvers era li, da qualche parte. Per niente al mondo si sarebbe perso quello spettacolo, lo sfregio a tutto ci in cui il secolo aveva creduto.
- Lo so che sei qui... Avanti, - disse a denti stretti.
Strinse le ginocchia di Jean. Le grida di panico della gente impedivano di dirgli una parola di conforto.
Miliziani della guardia nazionale tentarono di irrompere nel cortile, ma le torce umane si mossero come rispondendo a un ordine muto. Fecero un passo verso la folla, poi un secondo, scatenando il fuggi fuggi isterico. Corpi si spinsero, caddero e si calpestarono, nel tentativo di guadagnare l'uscita dal cortile, che per era troppo stretta perch potessero passare tutti insieme e rimase ostruita dalla calca, mentre i miliziani venivano respinti dal riflusso. Ecco, il quadro era completo, pens D'Amblanc: i sonnambuli invincibili da una parte, le formiche impazzite dall'altra.
Pens che se Jean fosse caduto da sopra le sue spalle sarebbe stato calpestato e si affrett a farlo scendere. Lo prese per mano, ma quando fece per tirarlo via lui resistette.
D'Amblanc si volt per parlargli, ma il ragazzino si era immobilizzato, tremava, gli occhi chiusi.
- Jean! Jean!
Gli abbracci la testa, tenendolo stretto al petto, tappandogli le orecchie.
Troppo tardi. Senti il ringhio montare da un anfratto oscuro della mente del ragazzo. Continu a chiamarlo, nella speranza che potesse tornare indietro, ma quello che stringeva fra le braccia era ormai un animale spaventato. Il terrore del fuoco lo spinse a divincolarsi, D'Amblanc cerc di trattenerlo senza fargli male, ma sapeva che c'era una sola cosa da fare. Alz l'asta del folgoratore, sentendo le cicatrici bruciare forte. I sonnambuli in fiamme avevano fatto un altro passo avanti. Alcuni erano caduti faccia a terra e finivano di ardere, mentre altri erano persino giunti ad abbracciare qualcuno degli astanti che non aveva fatto in tempo a scappare e adesso urlava disperato.
D'Amblanc punt il folgoratore su Jean e gli chiese mentalmente perdono, ma il ragazzino gli morse la mano e scapp via correndo piegato in avanti, come una scimmia.
D'Amblanc lo insegu, menando colpi con l'asta per aprirsi un varco tra quelli che fuggivano. La paura di perdere Jean era pi forte di quella di finire nell'abbraccio mortale con uno di quegli automi di carne. Sentiva che se lo avesse perso, tutto il suo lavoro, tutto ci in cui aveva creduto sarebbe stato invano.


8.

Guardate ora, pens Yvers, mentre contemplava i sonnambuli ardere come stelle nel firmamento e il terrore impadronirsi della gente. Guardate, ovunque siate, sparsi sulla mappa d'Europa, voi che potete cogliere la sublime grandezza di questo gesto. Mesmer, Puysgur... Guardate il successo di chi si  spinto oltre ogni vostra immaginazione. Guardate i guerrieri della nuova ra. Non un gemito. Non un moto di esitazione. Ci che devono dimostrare dimostrano. E non sono che pochi. Cosa potremmo fare con un'Armata di Sonnambuli che ammontasse a un'intera nazione? Quali potenzialit sprigioneremo nei secoli a venire? Cosa saranno stati i Marat e i Robespierre di fronte a tutto questo? Il loro Terrore  niente di fronte a quello che vedete negli occhi della gente che scappa. Non gi da una minaccia, ma dalla verit, da ci a cui non riesce a dare un senso, poich non vi  alcun senso. Noi siamo andati al di l, ci siamo proiettati nell'atto che afferma s stesso senza giustificazioni, senza compromessi. Cos' il secolo dei lumi che abbiamo alle spalle davanti alla luce che divampa da questi guerrieri, davanti all'affermazione categorica, inappellabile, eterna?
Era giunto il momento. Yvers si rivolse a Malaprez.
- Raduna l'armata. Sanno cosa devono fare. Poi raggiungimi nel posto convenuto.
Malaprez non replic. Si fece largo in mezzo alla confusione, abbattendo chi si parava davanti.
Sotto la sciarpa, Yvers si concesse un sorriso di soddisfazione. Gli ordini erano stabiliti. I sonnambuli si sarebbero sparpagliati a piccoli gruppi per la citt, attaccando briga e creando confusione.
Qualcosa di umido gli sfior le dita e lo distolse dai suoi pensieri.
Abbass lo sguardo e vide un essere che gli leccava la mano. La ritrasse con ribrezzo e si accorse che si trattava di un ragazzino che uggiolava come un cane. Alz il braccio per colpirlo e scacciarlo via, ma il ragazzo si accucci ai suoi piedi guaendo, e in quell'istante il cavaliere avverti l'eco di una sensazione remota. Fu come non ci fosse pi nessuno intorno. Vide gli occhi che imploravano la piet del padrone, e si ritrov nel castello d'Yvers, in Alvernia, prima di ogni cosa successa nel frattempo.
- Jean... Mio Dio... - mormor incredulo. - Sei proprio tu...
Appoggi una mano titubante sulla chioma scura. Gli anni erano trascorsi, ma nei tratti del volto riconobbe le tracce del bambino che aveva allevato.
- Sangue dei santi, Jean...
Il ragazzo-cane si lasci accarezzare la testa e torn a leccargli la mano. Difficile non leggere in quell'apparizione il segno del destino. Ora che tutto si compiva, tutto tornava all'origine. Jean era stato il punto di partenza. Gli uomini che bruciavano davanti a lui, in mezzo alla folla isterica, erano la tappa successiva. Ma non gi il suo trionfo. Ancora poche ore, e allora s, avrebbe avuto in mano il destino della Francia. Forse dell'intera Europa.
Sent chiamare il nome del ragazzo, si volse e vide un uomo avanzare in mezzo alla gente. Brandiva un'arma lunga. Lo vide fermarsi quando scorse lui e Jean.
Yvers sent il fluido accelerare.
Percep la forza magnetica di quell'uomo.
Lui sapeva.
Conosceva Jean, lo chiamava per nome.
E Jean aveva riconosciuto lui, Yvers, il suo vecchio padrone.
Jean il cane, il segugio.
Accarezz pi forte la testa del ragazzino e lo strinse a s. Sent ancora l'uomo urlare, mentre cercava di raggiungerli. Yvers estrasse lo stilo acuminato che portava nascosto nel bastone e con un gesto rapido lo conficc sotto l'ascella del ragazzino, trafiggendogli il cuore. Lo lasci accasciarsi agonizzante e si volse verso l'uomo che stava per raggiungerlo. Punt una mano a palmo aperto verso di lui. L'altro si pieg dal dolore. Yvers tenne la mano puntata sull'avversario, mentre quello si contorceva a terra. La paralisi del fluido l'avrebbe ucciso in capo a un minuto.


9.

I due indiani hanno volti mostruosi.
Durante la battaglia il sudore e il fumo degli spari si sono mescolati ai colori di guerra sulla faccia, colati in lacrime nere. Si passano la bottiglia di rum l'uno con l'altro, ingollando lunghe, volonterose sorsate. Un terzo guerriero se ne sta seduto vicino al fuoco cantilenando. Accanto a lui siede un bambino. C' odore di legna bruciata e di pioggia, di muschio bagnato e foglie marce. Il cielo ruggisce, sempre pi basso.
Uno dei guerrieri estrae il coltello e lo fa mulinare davanti agli occhi del prigioniero, poi con un gesto netto, rapidissimo, gli incide la pelle sulle costole. Si fa pi vicino e taglia ancora, come dovesse scuoiare un cervo. L'alcol non gli fa sentire le urla, si ritrova in mano un pezzo di pelle umana e la mostra agli altri con un verso d'esultanza. Il secondo si avventa con la lama e incide sul petto, strappando un altro lembo di pelle. Le urla del prigioniero si mescolano al tuono. Il terzo taglio  all'altezza del fegato, profondo, ma non abbastanza da uccidere. Il sangue cola sul fianco, e gi il fulmine  sopra di loro, la scarica elettrostatica squarcia il bosco e spacca l'albero al margine della radura, riducendolo a un tronco carbonizzato.
Gli indiani gridano, inveiscono, lo scroscio di pioggia spegne il fuoco. Il bambino si mette a piangere. L'uomo accanto a lui si alza e dice poche parole. Gli altri due sbraitano. L'uomo punta loro addosso qualcosa, un bastone forse, e li tiene lontani senza nemmeno bisogno di toccarli. Quindi scioglie il prigioniero e lo stende sotto la pioggia. Le gocce filtrano attraverso le fronde e picchiettano il volto, le braccia. L'uomo tampona il sangue e stende le mani sul prigioniero riprendendo la cantilena. Una voce nota, con un inconfondibile accento.
- Der Blitz... la folgore ti ha salvato, il Padrone della Vita, il Custode della harmonia kosmisca, l'Essere Supremo.
O quello che altri chiamerebbero Caso.
Il ferito riesce a parlare tra le lacrime.
- Jean... non l'ho salvato...  colpa mia...
- Non puoi fare pi niente per i morti. Pensa a cosa puoi fare per i vivi. Sie wollen leben? Tu vuoi vivere, mein Freund? - Non attende una risposta. - A volte soltanto il kranco pu scacciare il kranco. Il rischio di morire ist preferibile alla sicherezza di morire, meinst du nicht?
Raccoglie il bastone con cui ha scacciato i due guerrieri e lo mette in mano al ferito.
Lui riesce a portare la punta a contatto con il proprio corpo. La scarica elettrica lo attraversa in un lampo, accartocciandogli l'anima e lo stomaco.


10.

D'Amblanc apr gli occhi e vide i bagliori del fuoco stagliarsi sul cielo grigio. Si sollev sui gomiti e si ritrov a fissare il proprio avversario, che ancora protendeva la mano nella sua direzione per ucciderlo, ma senza pi riuscire a nuocergli. Un attimo dopo non c'era pi, risucchiato dalle ombre. Lo spazio vuoto al suo posto pareva denso, come se la sagoma fosse rimasta tracciata nell'aria.
D'Amblanc si alz, stringendo ancora nel pugno l'asta con la quale si era folgorato per interrompere la magnetizzazione. Torn sui suoi passi. Jean era riverso a terra. D'Amblanc si inginocchi e gli prese la testa tra le braccia, come aveva fatto poco prima, cercando di salvarlo. Sembrava dormisse. Non c'era molto sangue, l'emorragia era interna. Un colpo da esperto. Le lacrime appannarono la vista. Le cose in cui aveva creduto erano crollate una dopo l'altra, pens, mentre stringeva il cadavere di Jean. Uno in pi tra i tanti. A differenza degli altri, lui era stato soltanto una vittima.
Alz gli occhi e maledisse Yvers, dovunque fosse andato a rintanarsi. Aveva voglia di piangere, piangere di rabbia e disperazione. A cosa mai era servito salvare Jean dai boschi soltanto per farlo morire li, nel cuore della capitale, per mano dello stesso carnefice che lo aveva rovinato? D'Amblanc tent di biascicare una preghiera per quell'anima straziata.


11.

Marie aveva perso Lo nella ressa. Non si era potuta fermare ad aspettarlo, perch aveva visto D'Amblanc lottare con qualcuno, rialzarsi da terra e fronteggiare un uomo, che poi si era dileguato in mezzo alla gente. Senza darsi tempo di pensare, l'aveva seguito, nonostante la bassa statura le rendesse difficile tenerlo a vista.
Urt una pila di tegole, rompendone un paio, ma tir diritto, senza accorgersi che li sopra era appollaiato Bastien, come un naufrago su una zattera. Il ragazzino vide Marie tuffarsi in mezzo alla calca e raggiungere l'uscita. Non ebbe nemmeno il tempo di chiamarla. D'istinto salt gi e le and dietro.


12.

Proteggendosi la testa con le mani e le braccia, Lo riusci a non perdere conoscenza. Soncourt e gli altri muschiatini che si accanivano su di lui se la prendevano comoda, volevano godersi la vendetta e gli assestavano colpi alla schiena con ritmo lento e costante, uno a testa. Pens che avrebbe dovuto rialzarsi e provare almeno a difendersi, ma quelli non aspettavano altro per spaccargli il cranio. Cosi invece gli avrebbero rotto prima tutte le altre ossa, poi il cranio. Fev dr int'alcul, si disse, se devo crepare... Rotol di fianco, ma prima che le mazzate lo investissero, senti un colpo d'arma da fuoco e vide il capo muschiato strabuzzare gli occhi e piombargli addosso a peso morto.
Ud un altro paio di colpi secchi, legno contro ossa, ma non le sue. Con una spinta delle reni fece rotolare via il cadavere che lo schiacciava. Vide un altro dei muschiatini lungo disteso, mentre il terzo cercava di rialzarsi. Con una sforbiciata di gambe, Lo gli rifil un calcio alla tempia e quello croll senza pi muoversi.
Si alz sui gomiti e si ritrov a fissare una faccia nota. Non una faccia amica. L'ultima persona che avrebbe pensato di vedere, e che gli porse la mano e lo aiut a rimettersi in piedi.
- Vengo per Bastien e invece trovo te, - disse Treignac con la voce biascicata e rotta dal fiatone. Era paonazzo. Impugnava una grossa pistola per la canna. Doveva averli colpiti con quella, dopo avere sparato al primo. - Quasi quasi lasciavo che ti conciassero per bene.
- Perch non l'hai fatto? - chiese Lo ancora disorientato.
- Erano tre contro uno. E poi ho un conto in sospeso con questa gente.
- Ho perso Marie, - riusc a dire Lo. - Era con me...
Treignac bestemmi.
- Marie non  pi affar mio, - disse. - Bastien invece si.  venuto a ficcarsi in questo... - si guard attorno senza trovare le parole per descriverlo. Fece un gesto volgare all'indirizzo di tutti e nessuno.
- Mi dispiace, - disse Lo. E mentre lo diceva si rese conto che era vero e se ne stup. Quell'uomo lo aveva maltrattato e umiliato come nessun altro, ma gli aveva anche salvato la vita.
- Ce la fai a camminare? - chiese Treignac dopo una pausa troppo lunga.
Lo storse la bocca.
- Si, sono ammaccato ma intero.
Un'altra bestemmia. Treignac indic l'ingresso del cortile, dal quale i miliziani della guardia nazionale stavano riuscendo a entrare.
- C' un'altra uscita, laggi, - disse Treignac. - Muoviti!
I due sgattaiolarono verso la piccola porta sul muro in fondo, dalla quale gi in molti stavano defluendo. Prima di varcarla, Lo scorse la figura di D'Amblanc, accasciato accanto al corpo di Jean, e torn indietro, inseguito dagli insulti di Treignac. Solo quando fu appresso al dottore si accorse del sangue. La testa riversa del ragazzino fug gli ultimi dubbi.
- Yvers, - disse D'Amblanc.
- Dov' andato? - ringhi Lo.
D'Amblanc non rispose.
- Marie? - chiese ancora Lo.
- Era con voi, - disse D'Amblanc.
- Dobbiamo andare via, - disse Lo, adocchiando i miliziani che erano ormai entrati nel cortile e bastonavano alla cieca.
D'Amblanc esit.
- Dovete lasciarlo, - disse Lo. - Non c' pi niente da fare per lui.
- Non posso...
Lo fu tentato di mollare entrambi e battersela alla svelta. Treignac lo chiamava dall'uscio in fondo al cortile, scomodando santi e madonne. Lo afferr il dottore per la spalla e lo scosse.
- Andiamo, diobno! Farvi arrestare non serve a niente! D'Amblanc tir su col naso, appoggi la testa di Jean per terra con inutile cautela. Quindi si lasci trascinare via per un braccio.
I tre uomini imboccarono la porta che sbucava sugli orti dietro il convento, la stessa da cui era fuggito Yvers.

 SCENA SETTIMA
 Carnevale di spettri
Poco dopo


I.

Yvers si era allontanato rapido dal convento, compiendo un giro largo e ritornando lungo via di Sant'Onorio. Aveva imboccato un paio di svolte, camminando spedito verso il punto convenuto. Aveva approfittato del tragitto per recuperare la calma e il controllo dei pensieri. La ricomparsa di Jean era un segno, si era detto al momento. Si domand se da qualche parte, l in mezzo alla massa indistinta di umani e nasi deformi, non si celassero anche Juliette e Nole, e chiss chi altri, lasciati in Alvernia anni prima. Spettri che riaffioravano dal passato per assistere al suo trionfo. Impossibile. Eppure qualcuno aveva usato Jean come un cane da tartufo per scovare lui...
Rischi di scivolare sul ghiaccio, ma si aggrapp a un paracarro e mantenne l'equilibrio. Era quasi all'appuntamento. Niente e nessuno avrebbe fermato l'azione. Non ora che si apprestava a compiere il suo capolavoro. Scorse la sagoma di Malaprez nei pressi del ponte. Fidato, leale Malaprez. Non ebbe bisogno di dirgli nulla, sapendo che non si sarebbe aspettato parole. Tese l'orecchio, in cerea dei suoni che spezzavano la sera di Parigi. Vaghi rumori di folla giungevano lungo il fiume. Yvers se ne compiacque. Grazie ai Sonnambuli, sarebbe stata una notte agitata. Il cavaliere affianc il suo scudiero e i due procedettero fino a una casa della Rivadritta, non lontano dall'Isola di San Luigi. Bussarono tre volte pi una e la porta si apr.
All'interno, un uomo gobbo e mal rasato li salut con deferenza e fece strada in un'anticamera, illuminata soltanto da un candelabro e dalle braci del fuoco. Yvers tese la mano, ricevette le carte e le controll.
- Questa  la nomina. La carta civica?
L'uomo gli allung anche quella. Yvers la lesse con calma poi chiese:
- Che ne hai fatto di lui?
Il gobbo ostent un ghigno complice.
- Riposa in fondo al fiume, signore. Con una pietra alle caviglie.
Yvers annu e si rivolse al taciturno Malaprez.
- Andiamo.
- Mio signore... - bofonchi timidamente il padrone di casa.
Yvers lo vide portarsi una mano sul cuore.
- Lunga vita all'Armata dei Sonnambuli... Lunga vita alla Francia... Lunga vita al Re...
Il cavaliere lasci l'abitazione con l'immagine di quel meschino soldato che li osservava dall'uscio, fiero di avere fatto la propria parte in un'impresa talmente grande che a stento poteva coglierne le implicazioni.
Camminarono di buon passo, ma senza correre, per non destare sospetti. La notte era ormai scesa, il campanile di Nostra Signora suon le nove. Dovevano sbrigarsi. Per fortuna mancava poco. Rallentarono soltanto in vista delle mura di cinta, oltre le quali svettavano i palazzi del Tempio. Si fermarono in un androne, dove Yvers sfil di tasca la coccarda tricolore e la affisse al bavero della giacca, facendo in modo che il mantello la lasciasse scoperta. Infine consegn il bastone a Malaprez.
- Dio vi assista, signore, - disse questi.
Yvers parve non averlo sentito.
- Se non sar uscito entro un'ora, vattene via. Lascia Parigi, - disse.
- Se sar cos andr in Vandea, - rispose l'altro, suscitando lo stupore di Yvers per la scoperta di quella determinazione. Malaprez aveva guardato oltre l'eventuale fallimento del piano, pens il cavaliere. Si era visto solo e aveva pensato a come procurarsi una buona morte.
- Sei un ottimo soldato, Malaprez. Saresti sprecato tra quei bifolchi.
Senza attendere una replica, Yvers si incammin verso l'ingresso del castello.
Giunto sotto il colonnato si pales al portiere.
- Viva la Repubblica, cittadino.
- Chi  l?
- Sono Pouland, - rispose Yvers. - Il commissario designato di giornata.
Consegn i documenti.
- Siete in ritardo, - disse l'uomo controllando le carte e confrontandole con l'informativa del comune.
- C' parecchia confusione in citt, sapete? - ribatt Yvers con calma. -  stata una giornata campale... e la notte non porter consiglio. !
Il portiere annu con ampi cenni della testa.
- Lo so, lo so... un gran polverone. Molti dei nostri sono ancora fuori, per dare man forte alle guardie delle altre sezioni.
Lasci indugiare lo sguardo ancora un poco sull'uomo che aveva davanti, dopodich tir la fune che azionava il campanello all'interno e fece segno di varcare il cancello.
Yvers procedette attraverso il cortile verso l'imponente Palazzo del Gran Priore, che fungeva da caserma per la guarnigione del Tempio. Sulla porta lo attendevano due guardie.
- Siete in ritardo... - disse uno dei due. - Seguitemi.
Lo condusse attraverso il palazzo, fino all'uscita che dava sul secondo cortile.
Yvers si accorse di sudare, nonostante il freddo della sera, e dovette ricorrere a tutta la padronanza di s per mantenere il respiro e il battito regolari. Attraversarono il secondo cortile, costeggiando gli orti, fino a giungere davanti alla guardiola che controllava l'accesso nel muro di cinta della Torre.
- Il commissario di giornata! - annunci l'accompagnatore.
Dall'interno si pales un volto assonnato.
- Non c' mica bisogno di gridare, - disse in tono seccato e tir il campanello per chiamare il compagno, che stava nel casotto di l dal muro.
Infil nel cancelletto una grossa chiave dall'impugnatura ad anello, mentre l'altro guardiano faceva lo stesso dalla parte opposta della serratura.
- Buonasera, cittadino, - disse Yvers mentre varcava il cancello.
L'altro rispose con un grugnito e gli indic l'uomo che lo stava aspettando. Mentre si allontanava, Yvers lo vide infilarsi nella guardiola, dove al lume di candela lo attendeva un piatto fumante.
- Buonasera. Sono il commissario Laurent. Siete Pouland?
- Si, - disse Yvers.
- Molto bene. Venite, vi accompagno.
Procedettero in un'atmosfera irreale, passando sotto i filari di alberi che circondavano la Torre, struttura solitaria, massiccia e al tempo stesso slanciata verso un cielo di lavagna, con i pinnacoli che sembravano sfiorarlo.
A Yvers vennero in mente le fiabe. Era come trovarcisi dentro. Ma non era una principessa che stava andando a liberare.


2.

Quando vide Yvers entrare nel Tempio, Marie si domand che razza di faccende potesse avere l dentro, a quell'ora di notte. Sbirciando oltre l'angolo dell'edificio, si rese conto che il compare era rimasto indietro, ma senza allontanarsi. In attesa. Gi, ma di cosa? Il freddo congelava i dubbi nella testa, rendendoli pi duri da scalfire. Si chiese dove fossero finiti il dottor D'Amblanc e Lo Modonnet. Possibile che toccasse a lei sola? Cosa poteva fare? Tornare indietro a cercarli, con il rischio di perdere Yvers? E se anche fosse riuscita ad affrontarlo? C'era l'altro, il biondo, grosso come una montagna. Due uomini contro una donna. Ecco dove l'aveva portata la volont di andare avanti, compiere ci che non avrebbe mai sperato di poter fare. Fu sul punto di perdere tutta la propria forza. La forza dei disperati. Ne aveva mai conosciuta un'altra? Si, per una breve stagione, forse si. Si era sentita unita alla gente del foborgo, al popolo di Parigi, chiss, forse della Francia. Erano stati padroni del proprio destino. Ma adesso... era soltanto una donna sola, al freddo, di fronte a un muro insormontabile.
Oppressa dalla valanga di pensieri, Marie non pot accorgersi della piccola figura che si acquattava poco distante. Se si fosse voltata e avesse scrutato pochi metri di notte pi in l, avrebbe distinto la sagoma di un ragazzino.


3.

Treignac lanci un grugnito e si piant in mezzo al vicolo, a malapena raggiunto dalla luce fioca di un lampione d'angolo. Si appoggi al muro ansimando come un mantice, una nuvola di fiato bianco davanti alla faccia. Gli altri due tornarono sui loro passi. Dopo avere lasciato il cortile del convento avevano camminato senza una direzione precisa, con l'unico scopo di allontanarsi da l.
Lo si avvicin a Treignac e solo allora si rese conto di quanto fosse malconcio. Un occhio era mezzo serrato, la faccia pallida, un braccio pendeva inerte lungo il corpo e una gamba pareva pi rigida dell'altra. Non erano i segni della colluttazione con i muschiatini.
- Che ti  successo?
- I sonnambuli, - rispose Treignac ansimando. - Quando sono venuti in visita a Sant'Antonio... mi hanno lasciato un bel ricordino.
D'Amblanc intanto si era accosciato dov'era, appoggiandosi al muro di un caseggiato.
- Devo ritrovare Bastien, - disse Treignac. - Spero... che non gli  capitato niente.
- Chi  Bastien? - chiese D'Amblanc.
- Il figlio di Marie Nozire, - rispose Lo. - Avr si e no dodici anni Si rivolse a Treignac. - Magari  tornato a casa. Ce la fai fino al foborgo?
La faccia di Treignac si contrasse nello sforzo di pronunciare tutte le parole che aveva in mente.
- Se sono riuscito a salvarti la buccia... riesco pure... a tornarmene a casa sulle mie gambe Poi con fatica aggiunse: - Di' un po'... sei sempre tu il buffone che spacca le teste di quei bellimbusti?
Lo annu e Treignac si concesse un mezzo sorriso. Quello di chi ha vinto una scommessa con s stesso.
- Che fine avr fatto Marie? - chiese.
- Vedrai che ritroviamo anche lei, - disse Lo. - Col freddo che fa avr cercato riparo da qualche parte.
Si avvicin a D'Amblanc, che pareva ancora sconvolto.
- Dottore,  meglio andare a casa. Qui ci congeliamo soltanto il culo, con rispetto parlando.
Non ottenne risposta.
Treignac claudic fino ad accostarsi all'orecchio di Lo.
- Chi era il ragazzino che ha lasciato l? - chiese. - Suo figlio?
Lo non fece in tempo a rispondere, perch D'Amblanc lo precedette.
- No. Era sotto la mia tutela, per. E io l'ho esposto al pericolo.  colpa mia se  morto.
- L'avete fatto per una buona causa, - disse Lo. - Quanta gente  finita all'altro mondo per una buona causa... Nemmeno si conta pi.
- Quel ragazzino contava, - tagli corto D'Amblanc, in tono tetro. - Almeno per me. Il minimo che posso fare  non andarmene a casa dopo averlo visto ammazzare come un cane.
Lo non seppe cosa ribattere. Sentiva un gran freddo, le botte ricevute sulle braccia e la schiena dolevano da morire.
- Cos'altro potete fare? - chiese sconsolato.
- Fermare Yvers.
Dalla zona buia dove D'Amblanc stava accovacciato, la sua voce giungeva come disincarnata, eppure la sua sagoma era visibile, macchia pi scura dell'angolo scuro in cui stava rincantucciato.
- A quest'ora pu essere ovunque, - disse Lo.
- Vi sbagliate, - ribatt D'Amblanc. - Pu essere in un luogo soltanto.
- Come fate a dirlo? Prima vi ha parlato? - chiese Lo.
- No, - rispose D'Amblanc. - Ma per un momento tra lui e me si  creata una catena magnetica. Credo che mi abbia involontariamente trasmesso un'immagine. Qualcosa su cui sono impegnate le sue forze mentali.
- Cosa avete visto? - chiese Lo in tono scettico.
- Un bambino.
Il sospiro di Lo sibil nel vicolo.
- Ammesso che quello che dite sia possibile, cosa della quale mi permetto di dubitare, dottore, siete sicuro che non fosse Jean?
Treignac tossi forzatamente per segnalare l'avvicinarsi di qualcuno. Gli altri due rimasero zitti finch un ubriaco barcollante non ebbe trascinato la sua ombra incerta fino in fondo al muro, canticchiando una canzone sconcia.
- Quello che ho visto non era Jean, - rispose secco D'Amblanc, quando furono di nuovo soli. - Era un bambino pallido e malridotto. Piangeva. L'ho riconosciuto, era il delfino di Francia. Una volta l'ho incontrato, non posso sbagliare.
Lo incroci lo sguardo di Treignac e gli fece segno di non fare troppo caso a quei discorsi.
- Ricordate cosa ci ha detto La Corneille prima di morire? - riprese D'Amblanc. - Ha parlato del sangue reale. Io pensavo che si riferisse alle celebrazioni per la morte di Luigi, ma mi sbagliavo. Il sangue del re  quello che scorre nelle vene di suo figlio. Capite?
- Capisco che siete sconvolto per la morte di Jean... -disse Lo.
D'Amblanc annu.
- Lo sono. Nondimeno ora tutto mi appare chiaro. Spingere quegli uomini a darsi fuoco non era che un diversivo, una messa in scena per distogliere l'attenzione di tutti. L'obiettivo di Yvers  il delfino.
- Ma perch? - chiese Lo esasperato. - Avete detto che gi una volta ha provato a liberare il re e ha fallito... Perch dovrebbe ritentare adesso?
- Provate a immaginare cosa accadrebbe se il delfino venisse rapito, - disse D'Amblanc. - Ogni fazione accuserebbe l'altra di essere dietro il complotto. La Convenzione finirebbe nel caos. Una pace coi vandeani diverrebbe impossibile. Le potenze d'Europa pagherebbero convogli d'oro a chiunque avesse in mano l'erede al trono di Francia. Con il delfino nelle mani, Yvers ottiene tutto ci che vuole in un colpo solo.
Lo scosse di nuovo il capo.
- Il delfino  rinchiuso nel Tempio. Quello  il posto pi presidiato di tutta Parigi. Nemmeno i sonnambuli riuscirebbero a entrare.
- I sonnambuli no, - disse il dottore. - Ma Yvers forse si.
- Da solo contro l'intera guarnigione? - sbott Lo sempre pi incredulo.
D'Amblanc si rialz e Lo lo senti armeggiare con le cinghie del folgoratore. La cintura di bottiglie di Leida e l'asta di legno vennero deposti a terra.
D'Amblanc si sbarazzava del marchingegno per potersi muovere pi rapidamente. Era chiaro che aveva preso la sua decisione e sarebbe andato. Toccava a Lo scegliere, adesso.
-  una bella corsetta da qui fino al Tempio, diobno, -disse rivolto pi che altro a s stesso. - Con questo freddo bastardo, poi... - aggiunse. Infine guard ancora D'Amblanc, rassegnato.
Il dottore si mosse. Lo sibil tra i denti, maledicendo s stesso.
- Addio, - disse a Treignac. - Ho il presentimento che ci rivedremo soltanto all'inferno.
L'altro sorrise, poi gli allung la pistola, un paio di cartucce e una fiaschetta di polvere.
- Prima di arrivarci... vedi se ti pu servire questa.
- Non ne ho mai usata una, - disse Lo rigirando l'arma tra le mani.
-  carica. Cerca di non spararti su un piede, - disse Treignac. - Buona fortuna, pagliaccio.


4.

Le due sentinelle sulla porta presero in consegna i documenti che Yvers porse loro e andarono a registrarli su un grosso libro, custodito all'interno della Torre.
Yvers segui Laurent su per una corta rampa di scale. La luce era scarsa, una lampada a olio pendeva dal soffitto a volta illuminando lo scarso mobilio dello stanzone. Due uomini sedevano a un tavolaccio, intenti a mangiare formaggio. Il pi giovane si alz e disse di chiamarsi Gomin. Yvers sapeva che era l'aiutante di Laurent ed entrambi erano incaricati di vegliare sul delfino.
- Conoscete la procedura? - domand il terzo, dopo essersi presentato come Gourlet, il guardiaporte.
Yvers annu.
- Dovreste mostrarmi le chiavi, - disse.
- E il delfino, ovviamente, - aggiunse Laurent.
- Ovviamente, - ripet Yvers con un sorriso di cortesia.
- Dorme nel suo alloggio, - disse Laurent indicando il piano di sopra. - Prego, da questa parte.
I due commissari residenti estrassero ciascuno una chiave. Lo stesso fece Gourlet. Con quelle, aprirono i lucchetti che serravano una scatola metallica e ne ostentarono il contenuto davanti agli occhi di Yvers: erano le chiavi di tutte le porte della Torre. Quindi fecero strada su per la scala a chiocciola, con un candelabro ciascuno. A mano a mano che salivano, Gourlet apriva le porte che interrompevano l'ascesa. Al primo piano, Yvers sbirci in fondo al corridoio la stanza delle guardie, stravaccate sulle brande o intente a fumare la pipa. Infine giunsero agli appartamenti del prigioniero.
La prima cosa che Yvers not fu la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino affissa a una parete. Lass il freddo era pi intenso. L'unico calore emanava da una vecchia stufa, dietro la quale si innalzava un tramezzo. La met superiore era costituita da una lunga vetrata, che consentiva di guardare dentro la stanza senza dovervi entrare.
Circa a met si apriva una finestra con sbarre di ferro abbastanza larghe da passare il vitto al prigioniero.
I quattro uomini si accostarono al divisorio. Laurent fece segno a Yvers di guardare dentro. Oltre il vetro, il cavaliere distinse una sagoma distesa su un letto. Il chiarore del volto emergeva dalla penombra. Nel silenzio della Torre poteva sentire il respiro pesante del ragazzino.
- Ha una brutta tosse, - comment Laurent. - Ho ottenuto di farlo passeggiare sugli spalti nelle ore pi calde del giorno, perch possa respirare aria pulita e ricevere un po' di sole.
- Molto saggio da parte vostra, - disse Yvers.
- A volte lo facciamo scendere dabbasso e cerchiamo di svagarlo un poco, - aggiunse Gomin timidamente. - Gli ho insegnato a giocare a dadi -. Si lasci scappare un sorriso che si spense sull'espressione fredda di Yvers.
- Mi pare di capire che la salute generale del prigioniero vi preoccupi, - disse rivolto a Laurent.
- Non vi nascondo, cittadino, che quando ho ricevuto questo incarico ho riscontrato nel ragazzo i segni della scrofola, - disse il commissario.
- Un re scrofoloso  davvero un paradosso, - comment Yvers, poi, di fronte al silenzio degli altri, aggiunse: - La sorella?
- Gode di buona salute.  al piano superiore, negli appartamenti dove fu rinchiusa la madre.
Yvers annu serio.
- Bene. Non voglio distogliervi oltre dalla vostra cena.
Gomin intervenne sollecito.
- Possiamo offrivi un bicchiere di vino, cittadino Pouland? Fa piuttosto freddo...
Questa volta il sorriso riusc meglio.
- Volentieri. E fermatevi anche voi, cittadino Gourlet. Questa notte il gelo entra nelle ossa.
Il guardiaporte annu contento, fregandosi le mani per scaldarle, quindi fece strada verso la scalinata.
Ridiscesero i gradini con molta cautela, fino all'ammezzato dei commissari, chiudendosi le porte alle spalle, una dopo l'altra.
Gomin deposit sul tavolo quattro bicchieri e si affrett a riempirli da un fiasco, mentre gli altri si accomodavano.
Yvers scrut l'ambiente intorno a s. La luce fioca delle candele e il fuoco nel camino illuminavano appena la volta di pietra e le spesse pareti della Torre.
-  uno strano contrappasso, non trovate?, che questa rocca, costruita dai cavalieri templari, si trovi oggi a custodire l'ultimo discendente di quei monarchi che distrussero l'ordine del Tempio.
La voce profonda di Yvers saliva fino al soffitto, si arrampicava sui muri, impregnava le porosit della roccia.
Laurent sorseggi il vino.
- Noi per non siamo qui per vendicare i templari, - disse, - ma per volont del popolo francese.
Yvers accondiscese al commento con un sorriso enigmatico.
- Ne convengo, cittadino Laurent. Nondimeno, a pensarci bene, potreste essere considerati i pi devoti al re.
Gourlet scol il proprio bicchiere d'un fiato, tradendo un vago nervosismo. Subito lo riempi di nuovo.
- Cosa volete dire? - chiese.
La voce di Yvers si fece ancora pi sinuosa e avvolgente.
- Uno come me, che passa e va, non pu nemmeno immaginare cosa significhi restare qui con lui ogni giorno. Accudirlo, preoccuparsi della sua salute... - fiss Gomin, che distolse lo sguardo, - insegnargli a giocare ai dadi.
- In fondo il signor Carlo  un ragazzino come gli altri, -disse il guardiano, e subito si zitt imbarazzato. Era evidente che faticava a sostenere lo sguardo di Yvers e per questo teneva le palpebre mezze chiuse, puntando gli occhi sul bicchiere intonso dell'interlocutore.
Il cavaliere stese le mani sul tavolo, in direzione degli altri tre.
- Sentinelle, guardiani, mura, cancelli...  una buona metafora della Francia. Sorveglianti che sorvegliano altri sorveglianti, che ne sorvegliano altri ancora. Mura che cingono altre mura. A volte viene spontaneo chiedersi se  per questo che  stato fatto ci che  stato fatto -. Le ombre sulle pareti danzavano al ritmo della voce, che sembrava provenire dalle pareti stesse, come fosse la Torre a parlare.
- Immagino che ci si possa sentire stanchi. Non gi di fare il proprio dovere per la patria, ma di vivere in una prigione in cui si  al tempo stesso carcerieri e carcerati. Sempre all'erta, aprire e chiudere chiavistelli, controllare documenti, per tenere fuori un nemico che non ha pi alcun bisogno di entrare, giacch ci costringe a vivere prigionieri. Ci si pu sentire stanchi, attori di una pantomima, complici di un autoinganno. E magari, nei momenti di maggior solitudine, nelle notti d'inverno, si rimpiangono gli anni Ottanta, quando le cose erano pi semplici, comprensibili, alla nostra portata. E viene voglia di scendere dalle mura, lasciare il cancello, smettere di scrutare -. Laurent, fissava il vuoto, Gomin e Gourlet tenevano gli occhi chiusi. - Rilassare lo sguardo finalmente. Dormire. Dimenticare. Sognare di essere altrove, in un paese che non conosce conflitto... senza cancelli... senza pensieri -. Anche Laurent chiuse gli occhi. La voce prosegui: - Non c' felicit nell'imporsi questa insulsa solitudine da reclusi, nel presidiare la morte lenta di un ragazzino per scrofola... tosse... deperimento... Perch  ci che accadr e voi lo sapete. Liberatevi. Liberatelo.  quello che nel fondo dell'animo voi volete. Che tutti, lui e voi, possano uscire da qui e andare in cerca del proprio vero destino.  cos.  per questo che ora mi darete le chiavi.
Yvers si alz cauto, senza che gli altri reagissero. Erano immobili, addormentati sul posto, e lui sapeva che non si sarebbero risvegliati contro la sua volont. Frug nelle loro tasche e trov le tre chiavi che aprivano la scatola metallica con tutte le altre. Laurent l'aveva rimessa al suo posto, nella scansia di un armadio. L'apr ed estrasse quel che cercava. Quindi prese a salire per la scala a chiocciola, al buio. Cerc la serratura della prima porta a tentoni, l'apr delicatamente e la lasci socchiusa alle proprie spalle. Lo stesso fece con le altre. Giunto all'altezza degli alloggi delle guardie, pass davanti al corridoio, rapido e silenzioso come un'ombra. Quando apr l'ultima porta si ritrov di nuovo faccia a faccia con la dichiarazione. Vi poggi sopra una mano, tamburellandovi le dita, come a saggiarne la consistenza. Parole, pens. Cos'erano le parole di fronte alla volont? Puysgur aveva detto: "Credete e volete". Ecco il suo migliore discepolo mettere in pratica il precetto in tutta la sua potenza. Attravers l'anticamera. L'unica luce era il tenue bagliore proveniente dalla garitta della stufa. Quindi inser le chiavi nella porta dell'alloggio di Luigi Carlo ed entr.
Appena fu dentro si accorse che il lieve russare non si udiva pi.
- Sei l'uomo della merda?
La voce bianca del ragazzino lo fece trasalire. Per un attimo fu incerto su cosa rispondere, meravigliandosi di s stesso. Non doveva spaventarlo. Se il ragazzino avesse urlato, le guardie sarebbero piombate li in pochi secondi. Recuper il controllo del respiro.
- Sono il vostro liberatore, altezza reale, - disse.
Diede il tempo al ragazzino di assimilare l'informazione.
- Non ti credo, - fu la risposta. - Vuoi trascinarmi gi nel gabinetto.
- Vi porter fuori di qui, via da Parigi e dalla Francia. Verrete tratto in salvo a Vienna, dove vi attende vostro zio.
- E mia sorella? - chiese di nuovo la voce bianca. - Portate anche lei?
Yvers deglut la tensione.
- Certamente. Dopo. Prima devo portare voi. Quindi torner a prendere anche vostra sorella.
Aveva gi fatto due passi avanti. Gli occhi ormai abituati alle tenebre avevano individuato il volto candido del delfino. Yvers estrasse di tasca un flacone e vuot il contenuto su un fazzoletto, impregnandolo bene. L'odore invase l'aria.
Prima che il ragazzino potesse reagire, Yvers gli salt addosso e gli soffoc il grido con il fazzoletto imbevuto di etere. Il principe non oppose resistenza. Yvers ebbe la sensazione di avere tra le braccia un corpo rassegnato a qualunque destino. Ecco cos'era diventato il rampollo della famiglia reale di Francia. Un'inerte pedina nelle mani altrui. Non sarebbe mai stato un capo d'uomini, poich non  gi il sangue a trasmettere la volont, ma lo spirito. Nessuno aveva mai temprato lo spirito di quel ragazzino. E ormai era tardi.
Per sincerarsi che fosse svenuto, lo scroll un paio di volte. Quindi si tolse il mantello, leg assieme i polsi del delfino con il pezzo di corda che aveva portato con s e se lo caric sulla schiena come fosse uno zaino. In questo modo manteneva le braccia libere. Si rimise il mantello, in maniera che coprisse il corpo del principe, e sollev il cappuccio sulla testa. Stava nuovamente sudando e non certo per il caldo. Le gocce cadevano sul pavimento producendo un ticchettio irreale. Doveva sbrigarsi. L'impresa pi difficile fu scendere per la stretta scala a chiocciola con il peso sulla schiena. Fermarsi ad aprire e richiudere tutte le porte, ripassare davanti agli alloggiamenti delle guardie, scendere all'ammezzato e infine riporre le chiavi nella scatola, dentro il mobile. I tre sonnambuli non si erano mossi affatto.
- Commissario Laurent, - disse Yvers. - Ora vi alzerete e mi condurrete all'uscita.
Laurent apr gli occhi, rivelando lo sguardo spento di un automa. Scost la sedia e si mosse verso l'uscita. Yvers lo segu, con il suo fardello.


5.

Marie vide due uomini giungere correndo a perdifiato e puntare dritti verso l'ingresso del Tempio. Li riconobbe quando erano gi presso le colonne: Lo e il dottor D'Amblanc. Fece per uscire allo scoperto e raggiungerli, ma subito si trattenne. Se li aveva visti lei, questo valeva anche per il compare di Yvers acquattato nell'ombra poco distante.
S'i forz a pensare in fretta. I suoi amici erano sulla strada giusta, raggiungendoli non avrebbe dato loro alcun particolare aiuto. Se invece Yvers fosse riuscito a sfuggire loro, forse lei avrebbe ancora potuto seguirlo. E poi c'era l'altro, il compare biondo. Yvers aveva un alleato che al momento opportuno sarebbe potuto intervenire.
Marie si appiatti di nuovo contro il muro gelato, battendo i denti per il freddo e la tensione. Doveva aspettare ancora.


6.

- Sono il dottor D'Amblanc. E questo  il mio assistente. Devo controllare le condizioni di salute del delfino.
Il portiere fece segno ai due di avvicinarsi. Il chiarore di una lanterna illumin i volti.
- D'Amblanc? Mi ricordo di voi. Siete stato qui... Dio, sembrano passati secoli. Avete il lasciapassare del comune?
D'Amblanc porse la carta civica e il vecchio documento che portava sempre con s, il lasciapassare firmato da Chauvelin ai tempi dell'Alvernia.
- Questa  la mia nomina ad agente del comitato di sicurezza generale, - disse in tono risoluto. - Il comitato ha validi motivi di ritenere che stanotte l'incolumit del delfino sia minacciata. Devo assicurarmi che stia bene.
Il portiere prelev il documento con aria annoiata.
- Con questo non posso farvi entrare, cittadino. Serve la carta del comune, e poi il consiglio avrebbe dovuto avvertirmi del vostro arrivo.
D'Amblanc si avvicin.
- L'allarme  giunto poco fa. Non c' stato tempo di avvisarvi.
- Dovevate almeno farvi scrivere due righe con la data di oggi, mi spiace...
D'Amblanc trasse un profondo respiro dominando a stento la rabbia. Fu sul punto di sbottare, ma Lo glielo impedi, toccandogli il braccio e facendosi avanti.
- Come vi chiamate, cittadino? - chiese al portiere.
- Io? mmanuel Darque.
- mmanuel Darque, se questa notte accadr qualcosa al delfino, sapete chi riterranno responsabile? Colui che non ci ha fatti entrare. Cio voi.
Il portiere lo guard storto.
- Io faccio soltanto il mio dovere di buon patriota... Non ci provate a mettermi in mezzo! Sto a questo posto da tanti anni, dai tempi del principe di Conti.
Lo gli mostr un sogghigno malizioso, degno di un grande attore.
- Capisco... Quindi secondo voi quale testa farebbero cadere? Quella di un agente del comitato di sicurezza o quella di un vecchio servitore dell'antico regime?
Per qualche istante i dubbi si diedero battaglia sulla faccia dell'uomo, la cui espressione mut come il volgere rapido delle stagioni. Alla fine, sembr avere un'illuminazione.
- Sentite: io adesso tiro il campanello che squilla dritto dritto nella Torre. Cosi arriva uno dei commissari e la facciamo prendere a lui, la decisione.
Detto questo si attacc a una cordicella e aspett, mentre un nevischio sottile cominciava a scendere dal cielo.
L'attesa si fece lunga. Darque suon ancora e ancora, senza successo.
- Vedete? - lo incalz D'Amblanc. -  come vi dicevo. Sta succedendo qualcosa, l dentro.
Il portiere, allora, si attacc a un'altra cordicella.
- Ora chiamo due guardie, - disse, - e vi faccio scortare alla Torre. Per entrate voi soltanto, dottor D'Amblanc. Il vostro assistente non ha nessun lasciapassare.
D'Amblanc fece per protestare, ma Lo glielo imped ancora.
- Uno  meglio di nessuno, - sentenzi. Poi a bassa voce, tra s, aggiunse: - Stasera  destino che io mi geli le chiappe.
Il clangore del cancello risuon nella notte e Lo fece segno a D'Amblanc di entrare.
Il dottore recuper i documenti e si affrett verso le guardie che gli venivano incontro.


7.

Laurent e Yvers giunsero davanti alla guardiola sulla cinta della Torre. L'ombra degli alberi e il turbinio della neve rendevano le loro sagome ancora pi indistinte.
- Chi  l? - ringhi la sentinella.
- Il commissario Laurent. Con me c' il commissario Pouland, che sta uscendo.
Silenzio.
Poi la voce della sentinella torn a farsi udire.
- Pouland  il commissario di giornata. Deve restare dentro fino a domani sera.
Yvers si fece pi vicino, concentrato nello sforzo di non mostrare la fatica per il peso che aveva sotto il mantello.
- Di nuovo buonasera, cittadino. Il fatto  che dentro la Torre si gela. E si d il caso che a un isolato da qui, proprio a un tiro di voce, abiti un'amica che stanotte amerebbe essere confortata nella sua fede repubblicana.
Le sue parole vennero accolte dal sorriso complice della sentinella.
- Se mi lasciate uscire, - prosegui Yvers, - giuro solennemente che sar di ritorno non appena le avr dato ci che chiede. Giusto il tempo di assicurare quell'anima alla causa della patria.
- Come no, - comment l'altro. - L'ultimo commissario che mi ha detto cos  tornato all'alba, e si sentiva il puzzo di vino e di fica dal Palazzo del Gran Priore fino a qui.
Yvers pens il peggio, ma poi ud la sentinella dare la voce al collega sull'altro lato del muro e il rumore metallico dei chiavistelli che venivano aperti all'unisono.
- Laurent, - disse la sentinella, - voglio essere contraccambiato. Domani sera potrei averla io, una repubblicana da confortare.
Yvers gli strinse la mano, ostentando un sorriso sudato, sopra la sciarpa che celava le braccia legate del delfino.
- Sono certo che Laurent vi coprir, amico mio. Viva la Repubblica.
- E le repubblicane! - concluse l'altro sghignazzando.
Il cuore di Yvers batteva a mille. Era fuori dalla cinta interna. Ora doveva procedere fino al Palazzo del Gran Priore.
- Aspettate... - lo richiam la sentinella Richard.
Yvers si gel.
- I guardiani potrebbero farvi delle storie. Se volete, vi mostro l'uscita di servizio. Ogni tanto la usiamo per andarci a fare un bicchiere.
Il cavaliere riprese a respirare. La fortuna aiuta gli audaci, pens.
La sentinella Richard gli fece strada con la lampada in mano e lo condusse fino al cortile delle vecchie scuderie del Tempio.
- Proseguite dritto per quel viottolo, non potete sbagliare. Il cancello in fondo d diretto sulla via. Dite alla sentinella che vi mando io. Mi conosce, eravamo insieme sotto le armi. E date un bacio da parte mia alla vostra bella.
- Grazie, - riusci a dire Yvers. - A buon rendere.
Imbocc il viottolo. Il dolore alle spalle era ormai insopportabile, dopo pochi passi dovette fermarsi a riprendere fiato. Si accosci, in modo che il peso del ragazzino non gravasse pi sulla schiena. Mancava pochissimo, ormai. L'ultimo sforzo.
Avverti di nuovo la sensazione provata nel cortile dei giacobini. Percep la concentrazione di fluido magnetico, poco distante. Possibile che quell'uomo fosse anche l? Se era riuscito a usare Jean come un segugio, poteva benissimo essere. Un magnetista potente. Quasi quanto lui. Un degno avversario. Yvers si rialz con grande sforzo e si inoltr nel buio, sotto la neve che scendeva lenta e in fiocchi sempre pi grandi.


8.

Quando D'Amblanc si trov davanti la sentinella Richard fu colto da un pessimo presentimento.
Forse era l'espressione della sua faccia quando gli aveva chiesto se qualcuno aveva lasciato la Torre quella sera.
Richard rispose che l'unico a essere uscito era il commissario di giornata.
- Da solo?
- Altroch. Non l'avete incrociato soltanto perch l'ho fatto passare dall'uscita di servizio.
- Dove? - disse D'Amblanc afferrandolo per il bavero della giubba.
Richard, stupito da quell'impeto, si fece docile.
- Qui accanto, si procede lungo il muro e poi gi a sinistra dopo le scuderie.
- Voi, - disse D'Amblanc alle guardie, - andate dentro a controllare che  successo ai commissari.
I due si guardarono e decisero che era meglio seguire il consiglio.
Un istante dopo, D'Amblanc correva verso le scuderie. Individu il viottolo, lo imbocc e riprese a correre nell'oscurit.


9.

Yvers procedette a braccia allargate per non sbattere contro le pareti, fino al cancello.
Si fece riconoscere dalla sentinella.
- Chi siete? - chiese quello.
- Il commissario Pouland. Richard mi ha concesso di uscire da qui per non dare nell'occhio. Affari privati. Gli ho promesso di essere di ritorno prima dell'alba con un paio di fiaschi di vino per tutti.
- Uhm. Allora uno lo portate a lui e l'altro lo lasciate qui. Altrimenti sbrisga.
- Affare fatto, - tagli corto Yvers.
Il cancello venne aperto e Yvers intravide il traguardo.
Ancora pochi passi e sarebbe stato salvo.
Avverti i passi di corsa nel viottolo alle proprie spalle.
- Fermate quell'uomo! - senti gridare. - Non fatelo uscire!
La sentinella non ebbe il tempo di rendersi conto di nulla. Ricevette un colpo al setto nasale con la parte bassa del palmo della mano aperta, che glielo conficc nel cervello. Croll come un sacco vuoto. Yvers usc rapido.
Indugi appena un istante. Quanto bast per confermare la sua sensazione. L'inseguitore era uno soltanto. Lo stesso di quel pomeriggio ai giacobini, ne era certo. Il cavaliere ebbe la netta consapevolezza di trovarsi di fronte all'avversario di tutta la vita. Davanti a lui, ansimante, stava il suo doppio. L'uomo che era riuscito ad arrivargli pi vicino di chiunque altro. Nell'oscurit, con la neve che gli planava in faccia, non riusciva a distinguerne i tratti, ma per qualche ragione lo immagin con il volto di Pinel. Di Marat. Di Robespierre.
Non trattenne un sorriso. Quindi fischi e si mosse verso Malaprez, che gi attraversava la strada per andargli incontro.
- Uccidilo, - gli disse. - Ci ritroviamo al ponte.
Il gigante biondo marci spedito verso D'Amblanc, che sbucava dall'uscita di servizio senza aspettarsi l'attacco. Nello sguardo di Malaprez non c'era niente. Nient'altro che l'ordine impartito e che avrebbe eseguito senza scrupolo alcuno.
Sguain la lama nascosta nel bastone del cavaliere, ma prima che potesse calare il fendente, uno sparo spezz in due la notte. Un suono secco, come uno schiocco di frusta o un petardo.
Malaprez vacill, portandosi una mano alla base del collo, da cui fuoriusciva uno zampillo di sangue. Lo gli stava dietro le spalle, a un solo passo di distanza, la pistola ancora spianata e fumante.
- Svelto, dottore,  andato di l! - disse indicando la via pi a destra nel bivio che si apriva di fronte a loro.
Malaprez torn a sollevare la lama contro D'Amblanc, che schiv il primo affondo, per un soffio. Prima che l'energumeno potesse portarne un secondo, Lo gli fu addosso. Si aggrapp alla sua schiena, si arrampic su di lui come una scimmia e prese a colpirlo alla testa con il calcio della pistola. D'Amblanc ne approfitt per smarcarsi e correre dietro a Yvers.
Lo si senti abbrancare da quelle mani enormi e scaraventare a terra, sopra il foglio ancora bianco che copriva il lastrico della strada. Malaprez gli stava davanti. Una scia di sangue gli copriva la spalla e met del petto. Anche i capelli erano impiastricciati. Lo pens che sarebbe morto cos, ucciso da quell'essere mostruoso, schiacciato come un pidocchio. Ingloriosa fine per un uomo del suo talento, proprio dopo avere fatto la migliore rentre della sua carriera.
Malaprez oscill ancora, infine croll gi lungo disteso.
La neve si macchi di sangue e di fango.
- Acs, - disse lui rimettendosi in piedi.
Dal cancello del Tempio sbucava fuori un drappello di soldati della guarnigione.
- Qu a i armittn l sen e i marn, - disse Lo a s stesso, mettendosi a scappare. Mentre si allontanava, pens che non ne poteva pi. Se fosse uscito vivo da quella nottata, non voleva pi correre per un bel pezzo. Boiaddio.


10.

Yvers svolt il terzo angolo, ormai a duecento tese dalle mura del Tempio, con le spalle spaccate dal dolore.
Ma fu una fitta lancinante al fianco a mozzargli il fiato e il passo.
Abbass gli occhi e vide tre spilloni di ferro piantati appena sopra l'anca. Barcoll all'indietro, mentre il sangue gli irrorava le dita.
Un ginocchio cedette.
Qualcuno usc dall'ombra del vicolo. Una sagoma piccola. Gli spilloni spuntavano dal guanto che indossava.
Una donna.
Yvers annasp. Guard meglio.
Gli scapp un ghigno d'incredulit.
I fantasmi si erano dati convegno, senza dubbio. E non per celebrarlo.
- Tu... - mormor.
Dovette appoggiarsi al muro e trarre un paio di respiri profondi.
Poi una voce giunse da un'altra direzione.
- Mamma...
La voce di un ragazzino.
- Mamma... - ripet.


11.

Questa volta Marie aveva colpito con molta pi forza. Non voleva sbagliare. Non voleva rischiare un colpo a vuoto come era successo con il Senzanaso. Stavolta aveva forato abbastanza a fondo da rendere difficile la fuga.
L'unica cosa che non aveva tenuto in conto era l'arrivo di Bastien. Impossibile da prevedere quanto difficile da accettare. Proprio in quel momento.
Lo senti chiamarla di nuovo, nonostante la neve che seppelliva i suoni. Il ragazzo teneva lo sguardo sul guanto con gli artigli dai quali gocciolava ancora il sangue del cavaliere d'Yvers.
- Stai indietro, Bastien.
Da dove si trovava, Marie poteva vedere entrambi. L'uomo e il ragazzino.
I lineamenti regolari dell'uno e dell'altro.
II naso piccolo, dritto.
Gli stessi occhi chiari.
Marie senti la rabbia salirle dalle viscere alla gola. Una rabbia che covava da dodici anni.
Alz gli artigli e con una zampata cancell per sempre quel viso.


12.

Il cavaliere tampon il sangue con la sciarpa. Si tocc il viso con una mano, rendendosi conto dello scempio. Il naso tagliato in due, un occhio cieco per il sangue che colava dal sopracciglio spaccato, la guancia e il labbro superiore aperti fino all'osso. Attraverso il taglio, con la punta delle dita, sentiva distintamente i denti. Strinse saldamente la sciarpa, come se quella presa dovesse tenere assieme i brandelli della sua faccia. Anche il fianco doleva, dove la maledetta lo aveva sforacchiato.
Bagascia infame. Come aveva potuto... La ricordava a malapena, non era che una serva... Figlia di contadini... La volgare gleba che si alza fino a lordare il viso dei grandi uomini. Ecco a cosa aveva portato la rivoluzione.
Sput, digrign i denti. Alz lo sguardo sulla donna e il bambino e vide che non erano soli. Al loro fianco, sotto i coriandoli bianchi di quel carnevale di spettri, c'erano altre figure. Riconobbe il viso angelico di Nole. Quello volitivo di Juliette. E anche una bambina, che non conosceva, ma i cui occhi erano familiari.
Erano li per vederlo morire, ma non avrebbe mai dato loro questa soddisfazione.
Non lui. Si mosse, ma scivol sull'impasto di neve e mota di una canaletta di scolo, finendo per terra. Con uno sforzo sovrumano si rimise in piedi, lordo e sanguinolento. Fece un passo, due, ritrov le gambe. Prov a sollevare il delfino, ma non ci riusc. Il fallimento aveva il sapore del sangue e del freddo che gli inondava la bocca. Si accorse che il delfino aveva ripreso i sensi e lo guardava. Come tutti gli altri.
Yvers sput ancora un grumo per terra, poi spar nel buio del vicolo, inseguito dai fantasmi.


13.

Marie sfil il guanto artigliato e pass una mano tra i capelli bagnati di Bastien, che la guardava con gli occhi di chi vede una persona per la prima volta.
- Ti avevo detto di stare con Treignac, - disse lei. - Ed  quello che devi fare da qui in avanti. Prometti.
Il ragazzino annu, senza ritrovare la voce.
- Prometti, - insistette Marie.
- Promesso, - riusci a dire Bastien nella strozza. Sopraggiunse D'Amblanc, a corto di fiato e con una selva di domande sulla faccia.
Marie indic il delfino, che era ancora seduto per terra, come fosse su un prato spruzzato di inverno, a guardarsi intorno.
-  chi penso che sia?
D'Amblanc annu.
- Non  poi tanto diverso dal mio Bastien, - disse lei con la voce roca.
Orphe d'Amblanc si avvicin con cautela a Luigi Carlo. Si stup di trovarlo cos calmo.
Per chiss quale ragione gli torn in mente la voce di Hbert che mille mesi prima gli diceva: " opportuno che usiate il "tu"".
Era opportuno? S, anche se i motivi erano ormai completamente diversi.
- Coraggio, ti aiuto a rialzarti.
Lui gli porse la mano e D'Amblanc lo rimise in piedi. Quattro sguardi si fissarono nel fondo buio del vicolo in cui era scomparso Yvers.
- Chi era quell'uomo, mamma? - chiese Bastien.
Marie non ebbe bisogno di cercare una risposta, perch giunse dall'altro ragazzino.
- Io l'ho riconosciuto. Era l'uomo della merda.
D'Amblanc senti sciogliersi la tensione nello stomaco e dovette ricacciare gi una lacrima che aveva fatto capolino all'occhio destro.
- Parla perfino come Bastien! - comment Marie. E rifil una mezza scoppola al figlio.
- Ehi! - si lament quello.
Marie mostr il guanto con gli spilloni.
- Non te l'ho data con questo. Ricordati che hai promesso.
-  meglio andare a casa, - disse D'Amblanc tenendo ancora per mano Luigi Carlo.
- Mi riportate al Tempio, signore? - chiese lui.
D'Amblanc lo guard senza sapere cosa rispondere. Pens a Jean, che a casa non sarebbe pi tornato. Poi una voce dall'accento tedesco torn a consigliarlo.
Non puoi fare pi niente per i morti. Pensa a cosa puoi fare per i vivi.
Fu Marie a toglierlo dall'imbarazzo, mentre in lontananza si alzavano grida di sbirri.
- Dov' finito Lo?
D'Amblanc scrut dalla parte opposta, dove uno sparuto lampione resisteva alle tenebre e illuminava la bufera di stracci ghiacciati.
- Sono convinto che se l' cavata.
Si incamminarono nella notte, costeggiando il muro. Quando entrarono nel fascio di luce, Bastien si ferm. Tir fuori dalla tasca il pezzo di carboncino e tracci una scritta sbilenca. La contempl soddisfatto, appena un'occhiata prima di raggiungere gli altri.
VIVA SCARAMOUCHE.

 Atto quinto 
Come va a finire
 

 1. Sui sanculotti e sul quartiere di Saint-Antoine.

Nella primavera del 1795 la plebe parigina insorse contro il potere termidoriano. Il primo episodio si verific il 12 germinale (I aprile), quando una folla di popolani occup la Convenzione al grido di "Pane e costituzione dell'anno I". In poco tempo le guardie sgomberarono l'aula. Nei giorni seguenti i capi dell'insurrezione vennero condannati a morte e i deputati montagnardi che li avevano appoggiati furono destinati alla deportazione nelle colonie d'oltreoceano. Questo non fece che inasprire gli umori dei ceti popolari, che infatti poco tempo dopo diedero l'ultimo colpo di coda.
La mattina del I pratile (20 maggio) Parigi si svegli tappezzata di manifesti che incitavano il popolo all'insurrezione. I primi a sollevarsi furono i quartieri di Saint-Antoine e Saint-Marceau, seguiti dagli altri. Gli insorti cinsero d'assedio le Tuileries, rompendo il cordone di guardie e muschiatini che difendevano il palazzo, e fecero irruzione nell'aula con picche, coltelli e vecchi schioppi. Il deputato Fraud, un ex girondino che aveva partecipato all'arresto di Robespierre il 9 termidoro ed era il responsabile dell'annona di Parigi, affront i sanculotti cercando di impedire loro l'ingresso. Venne freddato da un colpo di pistola. Il cadavere fu decapitato, la testa issata su una picca e mostrata al presidente dell'assemblea, che fu costretto a chinare il capo in omaggio alla giustizia del popolo. Dopodich una giovane popolana, Aspasie Carlemigelli, pest il macabro trofeo con gli zoccoli fino a ridurlo a una poltiglia sanguinolenta.
Nelle ore che seguirono, i deputati montagnardi superstiti fecero approvare forzatamente all'assemblea l'amnistia per i loro compagni deportati e una serie di provvedimenti che avrebbero messo fine al potere termidoriano. Verso sera per la folla inizi a tornare ai quartieri d'appartenenza. Nel cuore della notte tre deputati, tra cui Frron, riuscirono a scappare dal palazzo e a raggiungere alcuni reparti dell'esercito fedeli alla Convenzione che poi guidarono sulle Tuileries. La folla venne scacciata dai soldati, aiutati da gruppi di muschiatini, e i deputati montagnardi furono arrestati.
Il mattino dopo, 2 pratile (21 maggio), gli insorti occuparono il palazzo del comune. Frron intanto spedi bande di muschiatini a sloggiare la folla che andava raccogliendosi vicino alla Convenzione. Il giorno successivo arriv in citt un contingente di truppe regolari per ristabilire l'ordine e disarmare i "terroristi". Il 4 pratile l'esercito occup il quartiere di Saint-Antoine e il giorno dopo liquid definitivamente gli ultimi focolai di rivolta.
La repressione che segui fu durissima. Gli arresti di massa investirono soprattutto il quartiere di Saint-Antoine e coinvolsero indiscriminatamente coloro che avevano appoggiato Robespierre. Sei deputati montagnardi condannati a morte si suicidarono in carcere.
Il 12 pratile (31 maggio) venne soppresso il tribunale rivoluzionario.
Aspasie Carlemigelli, detta la Furia della Ghigliottina o anche l'Ultima Tricoteuse, venne ghigliottinata insieme ai capi dell'insurrezione, all'et di ventitr anni.
L'alleanza fra termidoriani e realisti produsse la stagione del Terrore Bianco che da Parigi si estese a tutta la Francia. A Lione, Aix, Marsiglia, i giacobini vennero massacrati nelle carceri. La ghigliottina seguit a funzionare a pieno ritmo. Il potere termidoriano si consolid con l'instaurazione del direttorio, al quale avrebbe posto termine solo il colpo di stato del 18 brumaio, anno VIII (9 novembre 1799), per opera del generale Napoleone Bonaparte. Bisogner attendere il luglio del 1830 per vedere di nuovo il popolo parigino sulle barricate.


 2. Su Leonida Modonesi.

Il nome di Lo Modonnet (circa 1759-?) di professione attore, compare nei verbali di polizia relativi alle insurrezioni sanculotte di germinale e pratile dell'anno III. Gli agenti di sicurezza Vidal, Clairmont e Figuier lo citano tra molti altri nelle loro vane indagini circa l'identit "del criminale mascherato detto Scaramouche". L'interrogatorio di tal Grard Mignon, facchino, abitante di Saint-Antoine,  l'ultimo documento in lingua francese che contenga il nome di Lo Modonnet o Madonais o Madonn (5 messidoro, anno III - 23 giugno 1795).
Tuttavia, la raccolta della "Gazzetta di Bologna", conservata nella biblioteca dell'Archiginnasio, restituisce il nome di Leone Madonnesi in un elenco di attori, impegnati al Teatro Comunale per la stagione estiva 1805.
La cronologia di tutti gli spettacoli rappresentati nel Gran Teatro Comunale di Bologna, dalla solenne sua apertura il 14 maggio 1763 a tutto l'autunno del 1880, riporta il seguente cartellone:

ESTATE 1805
anno IV della Repubblica italiana
Si rappresenteranno due Balli e una Commedia

I Balli saranno d'invenzione e direzione del Cittadino Antonio Muzzarelli bolognese, il primo dei quali Eroico e Grande avr per titolo:

IL RATTO D'ELENA
L'altro da destinarsi.

Ballerini di Concerto n. 24.
Con n. 60 Figuranti.
Maestro al Cembalo e Direttore dei Cori, Tommaso Marchesini.
Primo Violino e Direttore d'Orchestra, Francesco Rastrelli.
II vestiario, propriet dell'impresario, sar d'invenzione di Luigi Uccelli
Il macchinismo sar di Carlo Sarti.

La Commedia avr per titolo
CHI LA FA L'ASPETTI
o sia La burla restituita in cambio
del Grande Maestro Goldoni.

Attori: Maestro Gottardo, linaiuolo, Leone Madonnesi - Placida, sua moglie, Rosa Pinetti - Maestro Agapito, Paolo Ferrari - Pandolfo, mercante, Felice Pellegrini - Costanza, figlia di Pandolfo, Teresa Belmonte - Roberto, amante di Costanza, Paolo Capelli - Leandro, amico di Roberto, Luigi Lollini - Bernardo, oste, Giuseppe Tomasini.
L'abbonamento per dette recite sar di scudi 4 moneta, escluso rame, da pagarsi met all'atto d'abbonarsi, l'altra met terminata la prima opera.

Impresario, Luigi Antonini.

Il compilatore della cronologia, Felice Romani, aggiunge a pi di pagina questa nota:

N. B. Il 21 giugno 1805, giunse in Bologna S. M. l'imperatore Napoleone I, e nella terza sera fu dato in suo onore un Gran Veglione, con la rappresentazione della Burla e dei Balli. Quindi si apr l'arco retrostante al teatro, unendosi cos il giardino del Guasto, splendidamente illuminato, locch faceva un sorprendente effetto.

Il celebre agronomo Filippo Re, nel suo Giornale della mia vita, racconta cos la festa bolognese in onore di Napoleone:

La sera del 23 giugno vi furono gran fuochi di gioja sulla piazza del Mercato, ove in una elegante Galleria intervennero le Loro Maest, e dopo andarono al Gran Teatro per assistere alla messa in scena di una commedia del Goldoni. L'imperatore ne fu a tal punto divertito che volle di persona complimentarsi con il primattore.


 3. Su Bernard la Rana.

Di Bernard Macchia, detto Bernard la Rana, le cronache non registrano che la sua attivit di maestro d'arme. Il cognome, se non si tratta di un soprannome, potrebbe indicare un'origine italiana, o corsa. Negli anni successivi,  ricordato in diversi elenchi come uno dei protagonisti di quella che molti considerano la fase "classica" delle savate, in contrapposizione alla fase "romantica", ottocentesca, che vedr l'introduzione delle tecniche di pugilato inglese e, alla fine del secolo, dei guantoni. Della sua biografia successiva, come di quella precedente, non si conosce niente di preciso. Interessante il fatto che un Macchia compaia nell'entourage di Charles Charlemont, uno dei maestri pi importanti del xix secolo, e venga ricordato per una tecnica assai simile al "colpo della rana" che aveva reso famoso Bernard. Ipotizziamo che possa trattarsi di un discendente.


 4. Su Claire Lacombe, Pauline Lon e Jean-Thophile Leclerc.

Claire Lacombe (1765-?), arrestata il 2 aprile 1794, pass per le prigioni parigine di Port-Libre, del Plessis e di Sainte-Plagie per poi finire a quella del Luxembourg, dove ritrov i suoi amici Pauline Lon (1768-1838) e Jean-Thophile Leclerc (1771-?). I due si erano sposati nel novembre del 1793 (il contratto di matrimonio porta la data del 22 brumaio). In quell'occasione, Pauline dichiarava di aver ripreso l'attivit di famiglia, cio la produzione e il commercio di cioccolata. Poco pi tardi, Thophile aveva ricevuto la chiamata alle armi e si era trasferito a La Fre, nell'Aisne, sede di una famosa scuola di artiglieria. Qui lo raggiunse la moglie. I due vennero arrestati il 3 aprile e condotti al carcere del Luxembourg tre giorni dopo.
In seguito alla caduta di Robespierre, Pauline e Claire scrissero diverse lettere e petizioni per chiedere la grazia, anche a nome dei loro ottocento compagni di galera, firmandole rispettivamente "Cittadina Lon, donna Leclerc" e "Cittadina Lacombe, donna libera".
Nella richiesta di rilascio scritta da Claire Lacombe e datata 24 termidoro, si legge:
La mia condotta  stata quella di una donna onesta e degna della libert che ho sempre difeso. Ho sacrificato alla nazione tre anni della mia vita; e non avendo n figli n marito, considerer motivo di felicit il servirla ancora.
Trascorsa una settimana da queste parole, Thophile e Pauline varcano il cancello del carcere e le loro sagome si perdono tra la folla. Sappiamo solo, da una lettera in favore del fratello incarcerato, che nel 1804 Pauline viveva a Parigi come istitutrice e che, probabilmente, suo marito era vivo (infatti si firma ancora: "donna Ledere"). Nel 1835, troviamo il suo nome tra gli eredi del fratello morto, e possiamo cos localizzarla nel villaggio di Bourbon-Vnde, domiciliata in casa della sorella. Infine, nei volumi dello stato civile del comune di Bourbon-Vende (oggi La Rochesur-Yon), l'atto di decesso n. 215 del 1838 riguarda Anne-Pauline Lon, vedova Ledere, morta il 5 ottobre all'et di settantanni.
Claire Lacombe, al contrario dei coniugi Ledere, non riusc a farsi rilasciare altrettanto rapidamente.
L'unica testimonianza che la riguarda durante il periodo di detenzione  contenuta in uno scritto di Joachim Vilate, agente del comitato di salute pubblica e giurato del tribunale rivoluzionario. Finito in carcere come "robespierrista", l'autore tent di scagionarsi con vari scritti. Tra questi: I misteri della madre di Dio svelati, terzo volume delle Cause segrete della rivoluzione del 9 e 10 termidoro, pubblicato a Parigi il 27 gennaio 1795.
A pagina 40, scrive Vilate:

Tre giorni fa sono sceso nella galleria di questa casa d'arresti, per acquistare, come tutte le sere, una candela. La gente ignora chi sia la bottegaia, esempio sorprendente dei colpi imprevisti della rivoluzione. Ci si ricorda piuttosto la celebre Lacombe, attrice rinomata, e presidente della societ fraterna delle amazzoni rivoluzionarie, ed  lei che s' messa a fare la commerciante, per i minuti piaceri dei prigionieri di stato, suoi compagni di sventura. Strano effetto delle volgari idee di merce e profitto! Prima che prendesse questa decisione, la si poteva immaginare, sulla scena, pronta a interpretare il suo ruolo, la testa alta, lo sguardo fiero, l'incedere maestoso; ora invece semplice, gentile con i clienti, non  pi che una piccola borghese modesta, tirata a quattro spilli, esperta nel vendere la sua mercanzia al prezzo pi alto. Incarta, per cortesia, la candela in un fazzoletto di carta che vale da solo i cinquanta soldi ai quali la vende; tocca pagare, ogni sera, questa somma, senza contare il prezzo di qualche piccola mela renetta, che vende a sette soldi l'una.

Due dossier, conservati nell'archivio nazionale di Francia a nome Lacombe, registrano il fatto che la donna usc di prigione il primo fruttidoro, anno terzo  (18 agosto 1795) e che tre mesi pi tardi era in cartellone nei teatri di Nantes, dove trov ingaggio come attrice per recitare nei ruoli di "regina, nobildonna e gran maliarda". Torn a Parigi nel pratile dell'anno sesto (1798), ma pochi mesi dopo fece perdere ogni traccia di s. Non si conoscono n il luogo n la data di morte. L'ultimo documento che la riguarda  la nota di un informatore di polizia, datata 16 settembre 1798, conservata in uno dei due dossier summenzionati. In essa si legge che Claire Lacombe lasci la capitale in compagnia di una donna che lei stessa aveva fatto assumere come sarta di scena in uno dei teatri dove recitava. Di costei non  menzionato il nome.


 5. Su Marie Nozire.

Il nome di Marie Nozire (1767-?) compare nell'elenco dei centocinquantadue arrestati al quartiere Saint-Antoine dopo l'insurrezione di pratile dell'anno terzo (1795), ma non in quello dei giustiziati o dei deportati. Se ne pu dedurre che venne rilasciata, come accadde ad altri.
Il 7 fruttidoro, anno IV (24 agosto 1796), una cittadina Nozire compare tra i testimoni dell'incendio avvenuto al Gran Teatro di Nantes, durante la rappresentazione dell'opera Zmire et Azor (archivio municipale di Nantes, dossier Grand-Thetre).

Deposizione della cittadina Nozire.
Io sottoscritta, sarta di scena del Gran Teatro della Repubblica, dichiaro che mentre era in corso il terzo atto, le macchine che dovevano sollevare la gabbia di Azor cedettero di colpo, si ruppe un cavo, e in quel momento vidi lo scenario trasparente dell'appartamento di Zemira prendere fuoco insieme a un altro telo. Qualcuno cercava di tranquillizzarci gridando: "Non  niente", ma io ho alzato gli occhi e ho visto le fiamme che erano gi sul soffitto. Allora sono corsa verso il foyer degli attori, che gi bruciava, e quindi nel gabinetto delle armi, che gli sta di fianco, e dove s'erano rifugiate diverse persone. Subito dietro di me arrivava il direttore, e grazie a lui abbiamo incitato la gente che era l a prendere le spade e le armi di scena e a far saltare le serrature di una porta che ci teneva prigionieri. Eravamo appena usciti, quando sentimmo il frastuono del lampadario che crollava sul parterre.

In seguito, non esistono altri documenti che possano illuminare la sorte di Marie Nozire. Tuttavia, negli archivi dipartimentali dell'Alta Loira (Alvernia), il suo nome compare pi di una volta, tra gli atti dello stato civile del comune di Saint-Julien-des-Chazes. Si tratta senza dubbio di diversi casi di omonimia, ma in particolare dovrebbe essere lei la Marie Naugre (scritto cos e corretto a margine), figlia di Antoine Nozire e Josphine Reboux, nata il 17 luglio 1767. Questo fa della nostra Marie la pro-pro-pro-prozia (sorella del quadrisavolo) di Violette Nozire, famosa patricida degli anni Trenta del xx secolo, ritratta in film e romanzi, icona dei surrealisti francesi e per questo celebrata dagli Area nella canzone del 1978 Hommage  Violette Nozires [sic].


 6. Su Bastien e Treignac.

Septime Passounaud detto Treignac, commissario di polizia a Saint-Antoine dal 1792 al 1794, di professione ciabattino, scompare dalle cronache dopo il colpo di stato del 9 termidoro. Il censimento napoleonico del 1801 registra un "Passounaud, ciabattino" residente a Saint-Antoine.  l'ultima notizia che si ha di lui.
Nell'elenco degli arrestati dopo l'insurrezione di pratile, compare invece il nome di "Bastien Nozire, figlio di Marie Nozire e di padre ignoto". Se l'arresto della madre potrebbe essere dovuto ai suoi trascorsi con le cittadine repubblicane rivoluzionarie, risulta difficile immaginare l'arresto di Bastien senza un suo coinvolgimento diretto nelle giornate convulse del maggio 1795. Anche Bastien venne scarcerato, probabilmente in quanto minorenne. Qui cessano le notizie su di lui.
Tuttavia, resta da rilevare che un "Bastien Passounaud" compare tra i nomi degli insorti durante la rivoluzione di luglio del 1830. Si tratta di uno dei rivoltosi che guidarono l'assalto dei parigini alle Tuileries, tra il 28 e il 29 luglio, sbaragliando le truppe reali e occupando il palazzo. Non  dato sapere se possa trattarsi della stessa persona. A quella data Bastien avrebbe avuto quarantasette anni.


 7. Su Armand Chauvelin.

La prima notizia che abbiamo di Armand Chauvelin (1755-?), dopo le vicende qui raccontate, risale al 10 vendemmiaio, anno IV, quando egli invia alla Convenzione un rapporto riservato riguardo ai preparativi di rivolta orchestrati dai monarchici. Questo rapporto, insieme ad altri simili, permetter alle truppe parigine, guidate anche da Napoleone Bonaparte, di prendere rapide contromisure e di difendere la Repubblica dall'assalto di circa venticinquemila insorti.
Poco pi tardi, nel frimaio dello stesso anno, Chauvelin  tra i primi aderenti alla riunione degli amici della Repubblica, meglio nota come "club del Panthon". Qui ascolta i discorsi di Gracco Babeuf e di Filippo Buonarroti, convinti sostenitori di un ritorno alla costituzione giacobina dell'anno I, al fine di raggiungere la perfetta uguaglianza e la felicit comune. Il club viene chiuso l'8 ventoso dell'anno IV, per ordine del comandante in capo dell'esercito dell'interno, cio ancora una volta Napoleone Bonaparte.
Ritroviamo Armand Chauvelin l'11 maggio 1796, incarcerato nella prigione del Tempio, in compagnia di Babeuf, Buonarroti, Amar, Rossignol, Darth e dei principali esponenti della congiura degli eguali, una cospirazione che intendeva rovesciare il direttorio, abolire la propriet privata e collettivizzare le terre. Condotto di fronte all'alta corte di Vendme, viene scagionato un anno pi tardi, l'8 pratile, anno IV (27 maggio 1797), mentre la ghigliottina si abbatte su Francis Nol detto Gracco Babeuf.
In seguito le sue tracce si perdono, finch il 15 nevoso dell'anno IX (5 gennaio 1801) la polizia lo arresta con l'accusa di aver attentato alla vita di Napoleone Bonaparte, tramite un carretto esplosivo piazzato in rue Saint-Nicaise alla vigilia di Natale. Il complotto si sarebbe rivelato di matrice monarchica, ma sulle prime le indagini si indirizzarono negli ambienti degli ex e neogiacobini, e furono un buon pretesto per colpirli. Tra gli imputati, insieme a Chauvelin, figura anche il generale Jean-Antoine Rossignol, gi implicato nella congiura degli eguali. Entrambi vengono condannati senza processo, insieme ad altri sessantotto, e deportati nelle isole Seychelles, dove giungono il 22 messidoro (11 luglio 1801) dopo ottantanove giorni di traversata. In seguito a ripetuti incidenti tra i coloni locali e i proscritti, trentadue di questi vengono ulteriormente deportati nell'isola di Anjouan, alle Comore, e qui trattenuti in cambio di un rifornimento di armi per il sultano, in lotta con le trib pagane del Madagascar. Ventuno dei nuovi arrivati si ammalano e muoiono nel giro di pochi giorni. Altri otto fuggono verso la Grande Comore e poi Zanzibar (si veda J.-B.-A. Lefranc, Le sventure di numerose vittime della tirannia di Napoleone Bonaparte, ovvero Rassegna delle disgrazie di 71 francesi deportati senza giudizio alle isole Seychelles, in seguito all'attentato con la macchina infernale del 3 nevoso anno IX (24 dicembre 1800). Da parte di una delle due sole vittime sopravvissute alla deportazione, Veuve Lepetit, 1816). Il nome di Armand Chauvelin non figura n tra i compagni del fuggitivo Lefranc, n tra i decessi di Anjouan, mentre risulta che Jean-Antoine Rossignol mori di dissenteria, ad Anjouan, il 27 aprile 1802.
La notizia della sua banale scomparsa venne accolta con grande incredulit a Parigi, e in particolare al faubourg Saint-Antoine, il quartiere natale di Rossignol. Nacquero sul suo conto e su quello dei suoi compagni numerose leggende, culminate con la pubblicazione, nel 1817, di un romanzo in quattro tomi di A.-P.-F. Mngault, intitolato Il Robinson del quartiere di Saint-Antoine; ovvero relazione delle avventure del generale Rossignol e del sig. A. C***, suo segretario. Deportati in Africa all'epoca del 5 nevoso; contenente nuove nozioni sull'interno dell'Africa, e dettagli sugli sviluppi di una repubblica fondata da Rossignol presso il Monomotapa, e della quale egli era ancora presidente nel 1816.
 difficile resistere alla tentazione di immaginare che la sigla A. C*** sia la traccia romanzesca lasciata dal nome di Armand Chauvelin, sebbene della Repubblica fondata da Rossignol nelle terre degli attuali Mozambico e Zimbabwe non vi sia alcun riscontro storico.


 8. Su Franz Anton Mesmer.

Franz Anton Mesmer (1734-1815), "scopritore" del magnetismo animale, bench considerato un ciarlatano dagli scienziati del suo tempo, fu in effetti molto probabilmente lo scopritore dell'ipnoterapia. Al contrario di Puysgur, non volle per mai rivelare pubblicamente le proprie tecniche, ammantandosi di un'aura misteriosa ed esoterica fino alla fine dei suoi giorni. Dopo la partenza da Parigi, nel 1786, si dice abbia iniziato a praticare l'alchimia, in una localit presso Avignone, sotto la guida di un ex monaco benedettino, alla ricerca dell'elisir di lunga vita. Per interpretare gli enigmatici messaggi dell'ex monaco, Mesmer comp svariati viaggi attraverso l'Europa centrale. Pare che nel 1794, a Schaffhausen, in Svizzera, riuscisse infine a distillare l'elisir che gli restituiva vigore e giovinezza. Nel 1799 pubblic le proprie memorie: Mmoire de Franz Anton Mesmer, docteur en mdecine, sur ses decouvertes. Nel 1802 una zingara gli predisse la data e la causa della sua morte. Tredici anni dopo, riconoscendo i segni di quella profezia, si prepar al trapasso. Di li a poco ebbe un attacco di apoplessia, in seguito al quale spir il 5 marzo 1815.


 9 . Sul marchese di Puysgur.

Nel tomo quinto della Biographie des hommes vivants, pubblicata a Parigi nel 1819 da L.-G. Michaud, si dice che Armand-Marie-Jacques de Chastenet, marchese di Puysgur (1751-1825),

adott di buon grado, ma con moderazione, i principi della rivoluzione e successivamente fu comandante della scuola d'artiglieria di La Fre e maresciallo di campo. Diede le dimissioni nel 1792. Rientrato al focolare, fu accusato di corrispondere con i fratelli emigrati e trattenuto in prigione per due anni a Soissons, con la moglie e i figli. Divenuto, dopo il colpo di stato del 18 brumaio 1799, sindaco di Soissons, diede le dimissioni nel 1805.

In maniera molto simile, al limite del calco, nel secondo volume della loro Histoire de Soissons, pubblicata nel 1837, Martin e Lacroix scrivono:

allo scoppio della rivoluzione, non segu l'esempio dei fratelli e della gente del suo rango: non emigr; ma, avendo ritenuto di doversi dimettere [dall'esercito] dopo il 10 agosto, divenne sospetto al governo repubblicano: venne accusato di corrispondere con i due fratelli emigrati; fu arrestato; detenuto due anni a Soissons con la moglie e i figli, ebbe la fortuna di non finire davanti al tribunale rivoluzionario. Chiamato da Napoleone a reggere la citt che era stata testimone delle sue disgrazie, rivesti l'incarico di sindaco per cinque anni, poi si ritir, dopo il 1805, nella sua tenuta di Buzancy.

Queste notizie hanno generato la convinzione molto diffusa che il marchese di Puysgur venne incarcerato durante il Terrore giacobino, che infatti aveva scarsa simpatia per i magnetisti, gli aristocratici e i nobili emigrati. Tuttavia, nel tomo quarto della Biographie moderne, pubblicata da P.-J. Besson a Lipsia nel 1806 - e dunque anteriore alle due opere sopra citate - si afferma che Puysgur

si pronunci in favore della rivoluzione e ne adott i principi di buon grado, ma si condusse con moderazione. Nondimeno, dopo la morte di Robespierre, le autorit costituite di Soissons diedero l'ordine di andare al suo castello di Buzancy, e di disarmarlo come terrorista. Dopo la rivoluzione del 18 brumaio 1799, fu nominato sindaco di Soissons.

Il tomo terzo di un' altra Biographie moderne (Parigi 1816) descrive pressappoco gli stessi avvenimenti con le stesse parole.
A rafforzare quest'ultima versione, contribuisce anche la carriera di drammaturgo del nostro sonnambulista. Dai giornali parigini, infatti, si evince che l'opera comica in un atto L'intrieur d'un mnage republicain, firmata dal cittadino Armand de Chastenet, venne rappresentata per la prima volta al Thtre des Italiens il 4 gennaio 1794, ed ebbe quarantasei repliche. Pare difficile che, sotto il Terrore, si permettesse a un autore imprigionato per tradimento, di riempire i teatri con le sue pice. Il seguito, intitolato Paul et Philippe, and in scena nel 1795 e fece quattro repliche.
Non a caso, dopo quell'anno, la prima opera di Puysgur che viene rappresentata a Parigi  Le juge bienfaisant, messa in scena il 15 ottobre 1799 al Teatro Feydeau, poi al Teatro del Marais. Totale: sei repliche. Sembra dunque pi verosimile che la prigionia di Puysgur sia da collocare nel periodo termidoriano o del direttorio, tra il 1796 e il 1799.
La lettera firmata Jean Courier che riportiamo in questi epiloghi (vedi oltre), sembra essere la conferma definitiva di quest'ultima datazione, in attesa di ulteriori riscontri documentali.
Dopo le dimissioni da sindaco di Soissons, il marchese si dedic alla pubblicazione di una serie di saggi basati sulla propria esperienza di sonnambulista. Del 1807  il trattato Del magnetismo animale considerato nei suoi rapporti con le diverse branche della fisica generale; del 1811 Ricerche, esperimenti e osservazioni fisiologiche sull uomo nello stato di sonnambulismo naturale e nel sonnambulismo provocato dall'azione magnetica; del 1812 Forse i pazzi, gli insensati, i maniaci e i frenetici non sono che sonnambuli turbati?; del 1813 Appello ai saggi osservatori del secolo decimonono riguardo alla decisione presa dai loro predecessori contro il magnetismo animale, e fine del trattamento del giovane Hbert.
Negli ultimi due trattati, Puysgur descrive le cure che riserv a un ragazzino di dodici anni, Alexandre Hbert (nessuna parentela con il rivoluzionario parigino), preda di attacchi nervosi, deliri, esplosioni di rabbia e crisi autolesioniste. Durante il trattamento, il marchese intu il grande potere terapeutico della semplice relazione tra medico e paziente. Il giovane Hbert verr condotto a Parigi da Puysgur, per farlo visitare al pi noto alienista della sua epoca:

Dopo aver descritto al signor Pinel la malattia del piccolo Hbert, gliel'ho presentato. Egli ha palpato la sua testa e riconosciuto la cicatrice dell'operazione che ha subito; allora ho magnetizzato il bambino, che ha ripetuto le sue solite risposte, e in particolare che nell'operarlo per un ascesso in testa gli avevano asportato per sbaglio un pezzo di cervello. Io non so, mi ha detto Pinel, fino a che punto posso aggiungere fede alle visioni sonnambule di questo ragazzino, [...] ma posso assicurarvi che gli studi anatomici di Tizio e Caio (non ricordo i nomi degli anatomisti che mi ha citato) dimostrano che un uomo pu vivere anche senza una parte di cervello, e tanto peggio per i sistemi che non s'accordano con questo fatto acciarato. Il signor Pinel mi ha invitato, per quest'inverno, quando torner a Parigi, a visitare i pazzi e gli alienati del suo ospedale, al fine di provare su alcuni di loro il potere dell'influenza magnetica.

Puysgur  sepolto nella cripta della chiesa di Buzancy, nell'Aisne.
A partire dal 1884 i suoi scritti vennero riscoperti da Charles Richet (in seguito premio Nobel per la Medicina), che riconobbe in lui uno dei pionieri dell'ipnoterapia. A tutt'oggi, Puysgur  annoverato tra i precursori delle scienze psicologiche.


 10. Su Philippe Pinel e Jean-Baptiste Pussin.

Philippe Pinel (1745-1826)  considerato uno dei principali artefici della riforma illuminista che port al "trattamento morale" dei pazienti psichiatrici.
Il 14 ventoso dell'anno terzo (4 marzo 1795), una delibera del soccorso pubblico lo nomina medico in capo all'ospedale della Salptrire, incarico che mantenne per il resto della vita. Nel 1801, ottenne che Jean-Baptiste Pussin (1746-1811) lo raggiungesse come sorvegliante degli alienati.
Sebbene Pinel abbia sempre riconosciuto, nei suoi scritti, di aver appreso da Pussin molti elementi della sua pratica terapeutica, l'importanza di quest'insegnamento  rimasta offuscata per quasi due secoli. Solo nel 1978, con il ritrovamento delle Osservazioni del cittadino Pussin sugli alienati, si cominci a capire quanto il "sindaco" di Saint-Prix avesse gi sperimentato e ottenuto prima dell'arrivo di Pinel a Bictre. Tuttavia, bisogna considerare che queste Osservazioni portano la data del 21 dicembre 1797, e sono pertanto una ricostruzione postuma, successiva all'incontro tra Pinel e Pussin:

Il lavoro mi pare grandemente necessario, non solo perch costituisce un esercizio fisico, ma anche perch offre una distrazione. Il lavoro, infatti, appartiene a quella categoria di rimedi psicologici sulla quale insisto particolarmente. Pertanto, dev'essere senza dubbio per ignoranza o per errore che il liceo delle arti, in una delle sue sessioni pubbliche, ha presentato l'ospizio di Avignone come l'unico luogo in Francia dove si pratica tale terapia degli alienati, quando io non ne ho avuta nessun'altra, a mia disposizione, negli ultimi tredici anni.

Oggi, di fronte all'ingresso dell'ospedale della Salptrire, si erge una grande statua in bronzo di Philippe Pinel.
Il filosofo Michel Foucault, nel suo fondamentale Storia della follia nell'et classica (1961), considera il dottor Pinel non tanto l'iniziatore di una cura "pi umana" per gli internati di Bictre, quanto piuttosto il responsabile del passaggio dalla loro coercizione fisica a una pi nascosta, ma non meno invasiva, coercizione mentale.


 11. Sull'alienato rinchiuso a Bictre con il nome di "Auguste Laplace".

Nel diario-giornale di Philippe Pinel compare, in data 27 febbraio 1795, una nota circa un internato, che risulta essere al secondo soggiorno a Bictre, registrato col nome di Auguste Laplace. A quanto riporta Pinel, il paziente presentava orribili cicatrici sul volto. Il naso era stato strappato, asportato quasi di netto. Al paziente era stata applicata una protesi di cuoio, che contribuiva, stando all'estensore del diario, a conferirgli "un'aria tetra e trista".
Pinel descrive il delirio di questo soggetto in una pagina di singolare efficacia:

Il paziente non pare conservare memoria di s, se non per quanto riguarda alcuni eventi dell'infanzia, e non ricorda n il suo precedente periodo di internamento, n alcuno degli episodi che si riferiscono ai nostri precedenti rapporti. Non pare consapevole, per la maggior parte del tempo, della sua mutilazione e del suo aspetto ripugnante. Solo quando coglie il proprio riflesso in un vetro, in uno specchio o in una pozza d'acqua, la consapevolezza della menomazione, in tutta la sua evidenza, si affaccia alla coscienza e determina crisi violente.
In particolare, il soggetto attraversa lunghe fasi affabulatorie, in cui racconta degli avvenimenti che occorrono in quella che parrebbe la corte di qualche sovrano orientale. Queste fasi possono durare giorni e giorni.
Il paziente parrebbe identificarsi con un personaggio storico e si rivolge al sottoscritto con il nome del sovrano "Cosroe" o "Re dei Re". Esorta gli altri pazienti a schierarsi con tutte le forze dalla parte del bene, che personifica in una divinit degli antichi Persiani,   Ormazd. Nei suoi deliri, pare riferirsi a figure della vita pubblica di anni recenti. In particolare, si riferisce a Robespierre e a Saint-Just alle volte come manifestazioni di Ahriman, che definisce come "l'avversario", o semplicemente "il male". Alle volte per gli stessi personaggi vengono citati o presentati come "Arcangeli" di  Ormazd. Viene generalmente evitato e temuto dagli altri pazienti, se si fa eccezione per una piccola cerchia alla quale assegna immaginari compiti e doveri d'etichetta nel contesto delirante che abbiamo descritto.

Nelle pagine seguenti del diario scompare ogni riferimento a questo paziente, che peraltro Pinel smetter di visitare dal 29 aprile, giorno del suo effettivo trasferimento alla Salptrire.
Nei registri di Bictre non  riportata la data dell'eventuale dimissione, n quella della morte dell'alienato Laplace.


 12. Su Orphe d'Amblanc.

Del dottor Orphe d'Amblanc (1758-?), attivo a Parigi negli anni della rivoluzione, si perde ogni traccia a partire dal gennaio del 1795. Il suo nome non compare pi in alcun elenco degli esercitanti la professione medica in citt, nelle segnalazioni di polizia, nelle liste dei coscritti o dei giustiziati di quegli anni. D'Amblanc  uno dei tanti personaggi "minori" della grande storia risucchiato nei meandri del tempo.
A fronte di questa sparizione,  possibile rinvenire un indizio, ma non gi una prova, circa la sua sorte. Lo si trova nell'epistolario del marchese di Puysgur, conservato nell'archivio di stato di Soissons, e consiste in una lettera datata 21 dicembre 1799 indirizzata a Puysgur da un certo Jean Courier, residente a Fontainebleau, dipartimento della Senna e della Marna:

Caro amico,
concedetemi la familiarit di chiamarvi cos, non soltanto per quanto abbiamo condiviso negli anni, ma soprattutto per la gioia che mi invade alla notizia della Vostra ritrovata libert. Leggere il nome del mittente sulla Vostra lettera dopo tanto silenzio mi aveva gi lasciato sperare nelle migliori nuove, ma le parole che avete scritto hanno superato ogni mia aspettativa.
Vero  che il ritorno a casa, agli affetti e alla vita non ripara il torto che Vi  stato fatto, giacch niente potr risarcirvi. Eppure capisco cosa intendete quando mi scrivete che nessuno in quest'epoca di rivolgimenti e rivoluzioni pu dirsi propriamente innocente. Non lo siamo, ne convengo, ognuno ha fatto la propria parte, attore o spettatore poco importa. Ad altri e non gi a Voi  toccata una sorte assai diversa, sulla pubblica piazza. Di essere ancora qui, dunque, possiamo rallegrarci, anche se non siamo pi gli stessi di un tempo e percorriamo la strada con un altro passo. Diverso il mio dal Vostro, come abbiamo avuto modo di scoprire, e ciononostante, lo voglio credere, in un'unica direzione.
Sono lieto di sapere che la Vostra salute non ha risentito della reclusione e che siete impaziente di rimettervi all'opera. Quanto alla mia attivit di cui mi chiedete con grande premura, sappiate che in questi due anni, cos come nei due precedenti, le terapie sono proseguite con regolarit e profitto da parte del mio giovane paziente. Egli fa progressi di giorno in giorno. Tuttavia sono giunto alla conclusione che la migliore terapia sia la felicit e la serenit di una crescita equilibrata, ottenute tramite vita sana e buone relazioni d'affetto. La prima  garantita al giovane dalla benevolenza della Signora che ci ospita; le seconde stanno nascendo con il trascorrere del tempo insieme. La stessa padrona di casa ha maturato una grande simpatia nei confronti del giovane. E se non fosse cos poco avvezza a trattare con i fanciulli, non avendo avuto figli, si potrebbe ipotizzare che nutra per lui un affetto parentale.
Quanto alla sua educazione, io stesso, come sapete, nei limiti delle mie forze e capacit, mi sono incaricato di impartirgli lezioni nelle principali materie: Filosofia, Matematica, Storia, Letteratura, potendomi avvalere della non piccola biblioteca di questa casa. Cos ho la pretesa di coltivare e fare sbocciare in lui quei principi morali e quelle virt che hanno ispirato le migliori gesta della nostra epoca. Se non lo ritenessi possibile, se dovessi pensare che il sangue e la nascita - e non gi la buona educazione e la buona vita - determinano il nostro destino, dovrei allora sconfessare ci in cui ho sempre creduto. Mi riferisco all'irriducibile fiducia che nutro nella capacit dell'Uomo di trascendere la bestialit, per realizzare fino in fondo la propria natura di animale politico. Se non credessimo questo, se non pensassimo la libert, l'uguaglianza e la fratellanza tra gli uomini un destino a cui improntare le nostre azioni, allora nessuna delle sfide che abbiamo lanciato alla storia, e con esse nessuno dei nostri sbagli, avrebbe avuto senso. Che questo giovane possa crescere come un cittadino libero tra eguali e un individuo virtuoso rappresenta ai miei occhi la vittoria della Luce e della Ragione sugli avversari di sempre, Tenebre e Brutalit. Se oggi mi si dovesse chiedere se ritengo questo un buon motivo per avere agito come ho agito, assumendo anche il rischio pi estremo, ebbene risponderei che esso non  soltanto buono, ma invero anche l'unico. Giacch le rivoluzioni passano, restano gli uomini, che portano sulle spalle l'avvenire.
Pi volte, in questi anni, ho rivolto a me stesso il quesito che incombe su quelli come Voi e me, ma si potrebbe dire su ogni altro essere vivente, ogni giorno che trascorre sulla terra. Come possiamo sapere quando facciamo il bene e quando invece, finanche al di l della nostra volont e intento, agiamo in senso contrario? Ebbene, la verit  che non lo sappiamo. Possiamo soltanto cercare di illuminare la notte che ci circonda con il piccolo lume che reggiamo tra le mani, senza mai desistere.
Ecco dunque, amico mio, o mein Freund, come avrebbe detto il nostro comune Maestro, l'augurio per chi ha ritrovato la propria libert. Possiate non perdere mai l'intenzione di perseguire la strada della conoscenza e della cura del mondo e di coloro che lo abitano.
Il Vostro leale
nunc et semper

Jean Courier


 13. Su Ccile Girard.

Della vedova Girard (1760-1831) si sa che visse nella sua casa presso la foresta di Fontainebleau fino alla fine dei suoi giorni, senza mai risposarsi. Negli archivi del comune non risultano infatti atti di matrimonio che la riguardino. Alla sua morte, in assenza di eredi diretti, le sue propriet passarono a un nipote, figlio di suo fratello. Non c' conferma che la "Signora" citata nella lettera di Jean Courier a Puysgur fosse Ccile Girard, n, eventualmente, si sa cosa possa essere stato dei suoi "ospiti".


 14. Su Luigi Carlo Capeto, delfino di Francia.

Da pi di due secoli circolano voci, leggende e teorie del complotto sull'evasione del delfino di Francia e sulla sua sostituzione con un altro ragazzino. Queste storie, nate dalla fantasia popolare, non sono suffragate da nessuna prova, a parte le solite "strane coincidenze" che si citano in certi casi. Nel corso degli anni, schiere di storici hanno cercato di rintracciare indizi e testimonianze, mentre i romanzieri si divertivano a inventare complicit, minacce, nascondigli e magie.
Negli archivi non vi  traccia di quanto avvenne al Tempio nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1795. Se, come qui raccontiamo, il prigioniero fu liberato in quel frangente, per ovvie ragioni le autorit termidoriane ne tennero nascosta la fuga. E forse gi l'indomani, nella Torre fu rinchiuso un sostituto.
Proprio il 22 gennaio 1795 (3 piovoso, anno terzo) il deputato Cambacrs fa rapporto alla Convenzione su "gli individui della famiglia Capeto, attualmente in Francia". Il rapporto - "sul modo di purgare il suolo della libert dall'unica vestigia regale che vi resta" -  stato richiesto da Lequinio meno di un mese prima.

Finora - dichiara Cambacrs dalla tribuna - la prudenza aveva messo da parte tale questione. Oggi le circostanze sembrano esigere ch'essa venga esaminata, sia per confutare speranze criminali e sventare perfide manovre, sia per fissare definitivamente l'opinione del popolo, manifestando le diverse considerazioni che possono rischiararla.
Non vi sono che due partiti da prendere riguardo a tali individui: o bisogna espellerli dal territorio della Repubblica, oppure bisogna trattenerveli in cattivit.
Trattenendoli, si pu temere che essi siano una fonte inesauribile di disordini e agitazioni, che la loro presenza serva da pretesto ai malintenzionati per calunniare la Convenzione e dividere il popolo. Al contrario, se questi individui venissero banditi, non significherebbe mettere nelle mani dei nostri nemici un lascito funesto, che pu divenire eterno motivo d'odio, di vendetta e di guerra? Non sarebbe offrire un centro e un punto di raccordo ai vigliacchi disertori della patria?
Se l'ultimo dei re fosse riuscito nei suoi disegni, se avesse potuto portare le sue speranze e la sua famiglia in terra nemica, e se il caso o il successo delle nostre armi avessero messo nelle vostre mani il suo erede, che avreste fatto di questo rampollo di una razza impura? Lo avreste restituito? Certo che no. Un nemico  meno pericoloso in nostro potere che nelle mani di coloro che ne sostengono la causa.
Supponiamo ancora che l'erede di Capeto si trovi in mezzo ai nostri nemici: presto verreste a sapere che egli  presente ovunque le nostre armate devono combattere; e anche quando la sua esistenza sar terminata, lo si ritrover ovunque, e questa chimera servir per nutrire a lungo le speranze dei Francesi traditori.
Vi  dunque poco pericolo a tenere in cattivit gli individui della famiglia Capeto, mentre ce n' molto a espellerli. L'espulsione dei tiranni ha quasi sempre preparato il loro ristabilimento, e se Roma si fosse tenuta i Tarquini, poi non avrebbe dovuto combatterli.

Cinque mesi pi tardi, il 9 giugno 1795 (21 pratile, anno terzo), i dottori Dumangin, Pelletan, Jeanroy e Lassus firmano la seguente dichiarazione:

Arrivati tutti e quattro alle undici del mattino alle mura esterne del Tempio, siamo stati ricevuti dai commissari che ci hanno introdotto nella torre. Giunti al secondo piano, siamo entrati in un appartamento, nella seconda stanza del quale abbiamo trovato sul letto il corpo di un infante che ci  sembrato di circa dieci anni e che i commissari ci hanno detto essere quello del figlio del defunto Luigi Capeto, e che due di noi hanno riconosciuto essere l'infante al quale indirizzavano le loro cure da qualche giorno. I suddetti commissari ci hanno dichiarato che quest'infante era morto la vigilia, verso le tre del pomeriggio.

I quattro dottori procedono dunque all'autopsia, durante la quale Pelletan - stando alle sue dichiarazioni del maggio 1814 - sottrae il cuore del piccolo cadavere. Quindi concludono il documento dichiarando che

tutti i disordini dei quali abbiamo fatto dettaglio sono evidentemente l'effetto di un vizio scrofoloso, che persiste da lungo tempo, e al quale si deve attribuire la morte dell'infante.

I due medici che "riconoscono" nel corpo del defunto quello del bambino che curavano "da qualche giorno", sono Pelletan e Dumangin. Quest'ultimo aveva ricevuto l'incarico soltanto il giorno prima del decesso. Il primo, invece, si occupava del prigioniero da circa una settimana, in seguito alla morte del dottor Pierre-Joseph Desault, avvenuta il primo giugno, dopo aver curato il bambino nel mese di maggio.
Lo stesso 9 giugno, il deputato Sevestre informa la Convenzione della morte del "figlio di Capeto, incomodato da qualche tempo da un gonfiore al ginocchio destro e al gomito sinistro".
Il cadavere venne inumato il 10 dello stesso mese nel cimitero di Sainte-Marguerite, dopo un rito funebre molto discreto e senza alcuna lapide o stele di riconoscimento.
Da allora, le ipotesi di un'evasione del delfino e di una sua sostituzione si moltiplicarono e acquistarono sempre pi credito.
Nel 1800, la pubblicazione del romanzo Il cimitero della Maddalena, di Jean-Joseph Regnault-Warin, diede ulteriore diffusione e notoriet alla leggenda. L'autore, in questo caso, attribuisce l'azione e il complotto a Franois-Athanase Charette de La Contrie, capo indiscusso della rivolta di Vandea.
Il grande successo del libro apr la strada a una serie di presunti delfini, che credettero di trovare nelle sue pagine una base verosimile per i loro racconti di fuga, clandestinit e intrigo. Il primo di questa lunga lista, che comprende almeno quaranta nomi, fu Jean-Marie Hervagault, un inveterato impostore, che riusci a radunare una discreta schiera di partigiani. Condannato il 17 febbraio 1802 per truffa, furto d'identit e vagabondaggio, venne imprigionato a Soissons, poi a Bictre, dove mori l'8 maggio all'et di trentuno anni.
Il pi celebre e riconosciuto di questi pretendenti al trono di Francia  senz'altro Karl Wilhelm Naundorff, un orologiaio prussiano. Giunto a Parigi nel 1833, mentre si teneva il processo contro un altro sedicente delfino - il duca di Richemont - Naundorff si spinse fino a denunciare Maria Teresa per essersi impadronita di alcune sue propriet. Per questo motivo venne arrestato ed espulso e termin la sua vita nei Paesi Bassi. L'epitaffio sulla sua tomba recita: "Qui giace Luigi diciassettesimo, re di Francia", mentre nel certificato di morte  nominato come "Carlo Luigi di Borbone, duca di Normandia". Ancora oggi, i suoi discendenti si fregiano dell'appellativo "di Borbone" e gestiscono il sito dell'Istituto Luigi diciassettesimo.
Un altro caso da segnalare  quello di lazar Williams, missionario cristiano presso la nazione irochese degli Oneida, nello stato di New York, nonch traduttore in lingua mohawk del Libro delle preghiere comuni della chiesa episcopale americana. Williams era riuscito a convincere gli Oneida e altri gruppi di nativi a trasferirsi in Wisconsin, dove il governo degli Stati Uniti offriva loro le terre intorno alla Green Bay. Si dice che il missionario intendesse mettersi a capo di un "impero indiano", ma dopo una decina d'anni, nel 1832, gli Oneida lo respinsero, sostenendo che non si prendeva abbastanza cura dei loro interessi, spirituali e no. Nel 1842, infine, il vescovo degli episcopali gli proib di rappresentare quella chiesa. A quanto pare, in quell'anno Williams aveva riportato un grave incidente - un albero gli era cascato in testa - e da quel momento aveva cominciato a farneticare, sostenendo, tra le altre cose, di aver incontrato su un traghetto a vapore, proprio l'anno prima, il principe di Joinville, terzo figlio di Luigi Filippo I, il re della cosiddetta "monarchia di luglio". In quell'occasione, il principe gli avrebbe rivelato che lui, lazar, altri non era che il delfino di Francia, liberato dalla prigione del Tempio e affidato ai Mohawk di Kahnawake. Williams infatti era cresciuto in quel villaggio, figlio di un capo meticcio, Tehorakwaneken detto Thomas, e di una donna irochese, Mary Ann Konantewanteta. Tuttavia, a causa della sua carnagione molto chiara e dei capelli biondi, si poteva pensare che fosse un figlio adottivo della coppia, secondo l'antica consuetudine irochese. Il reverendo sostenne anche che il principe cerc di fargli firmare un foglio che attestava la sua abdicazione, in cambio di una cifra ingente. L'incontro tra i due  storicamente accertato, ma non ne esistono verbali n testimonianze dirette.
Tornato a vivere tra i Mohawk di Akwesasne, Williams si fece costruire una fattoria-castello che ancora oggi porta il nome di Lost Dauphin Cottage, cos come in Wisconsin esistono una Lost Dauphin Road, un Lost Dauphin State Park e un Lost Louie's Restaurant.
Nel 1854, John Halloway Hanson pubblic un libro dal titolo Il principe perduto, fatti tendenti a provare l'identit di Luigi diciassettesimo di Francia e del reverendo lazar Williams, missionario tra gli indiani del Nordamerica.  probabile che il sedicente "Looy the Seventeen", figlio di "Looy the Sixteen and Marry Antonette" che compare nelle Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain sia ispirato alla figura e alle pretese del reverendo Williams.

Tutte queste teorie sembrano aver ricevuto il colpo di grazia all'alba del terzo millennio, quando la scienza, grazie alla prova del Dna, ha dimostrato che il cuore dell'infante morto al Tempio, e sottratto dal dottor Pelletan durante l'autopsia, ha una grande compatibilit genetica con i discendenti di Maria Antonietta.
Resta tuttavia da dimostrare che il cuore analizzato sia effettivamente quello del prigioniero morto nella Gran Torre l'8 giugno 1795.
Quel cuore, infatti,  stato protagonista di incredibili peripezie. Rubato, ritrovato, saccheggiato, inseguito, raddoppiato, passato per la Spagna e l'Italia, soltanto nel 1975  approdato alla cripta reale della basilica di Saint-Denis, alla periferia di Parigi.
Per di pi, Luigi Carlo aveva un fratello, Luigi Giuseppe, morto di tubercolosi a otto anni, nel 1789. Anche il suo cuore venne conservato in un'urna, com'era tradizione per i re di Francia. Profanato durante la rivoluzione insieme ad altre reliquie, viaggi per Parigi come un raffreddore.
Nel 1815 Luigi diciottesimo, nuovo monarca di Francia, progettava di riunire i due piccoli cuori nella basilica di Saint-Denis, ma rifiut quello "di Pelletan" e fini per farsi scappare anche quello di Luigi Giuseppe, del quale si perdono le tracce nel 1817. Nessuna scienza pu dimostrare che i due cuori non siano stati scambiati l'uno per l'altro. D'altra parte, nessuna prova di compatibilit genetica  stata operata tra il cuore "di Pelletan" e le ossa trovate nel cimitero di Sainte-Marguerite, esumate ormai in tre occasioni, senza che mai se ne trovassero di compatibili con l'et del delfino (dieci anni).
Dopo due secoli di bare scoperchiate, scavi di fosse comuni, romanzi, tricoscopie, processi, esami del Dna mitocondriale, cuori imbalsamati o sotto spirito, l'enigma del Tempio sembra tutt'altro che risolto, a dispetto della cerimonia funebre con la quale, l'8 giugno 2004, il cuore "di Pelletan"  stato sistemato nella cappella dei Borboni della basilica di Saint-Denis.


 15. Sull Armata dei Sonnambuli.

Se nella prima fase del potere termidoriano, confusa nella variopinta folla della jeunesse Dore, fu attiva una banda controrivoluzionaria che ricorreva a tecniche di controllo mentale, nei documenti sono rimaste poche tracce del suo passaggio, e nessuna posteriore al 2 di piovoso dell'anno terzo. Gli indizi pi significativi della sua esistenza sono i misteriosi accenni fatti da Louis-Marie-Stanislas Frron sul n. 58 del suo giornale "L'Orateur du peuple", diffuso a Parigi il 3 nevoso dell'anno secondo: "Criminali mesmerizzati [mandati] a incendiare, terrorizzare i foborghi [...] nuovi o vecchi fedeli del prerivoluzionario credo mesmeriano".
Nessuno ha ancora trovato le basi fattuali del patrimonio di leggende popolari - rimasto vivo nelle classes dangereuses di Parigi per buona parte del XIX secolo - su "gecchi strani che li picchiavi e non andavano gi", e sul giorno in cui un manipolo di "uomini con gli occhi spenti" incendi l'osteria La Grande Pinte. Non mancano nemmeno i riferimenti a "scritte che nessuno le capiva", fiorite sui muri della citt nell'estate e autunno del 1794. Queste storie, inevitabilmente, sono intrecciate a quelle su Scaramouche. Chi volesse partire da questi indizi per volare con l'immaginazione, pu cominciare dal testo di douard Thierry, Dell'influenza del teatro sulla classe operaia: conferenze tenute il 22 e il 29 giugno 1862 agli incontri dell'Associazione politecnica, Panckoucke, Parigi 1862.
Si dice che Peter Hammill, cantante e leader dei Van der Graaf Generator, scrisse la canzone The Sleepwalkers (1975) dopo che un amico parigino gli aveva raccontato alcune leggende del faubourg Saint-Antoine: "La notte, quest'armata senza mente, le schiere non spezzate da dissensi |  mossa all'azione e il suo incedere non rallenta. | Al passo, con grande precisione, questi danzatori della notte | avanzano contro le tenebre. Quant' implacabile il loro potere!"
Pi avanti, Hammill ricorre alla precisa espressione "the army of sleepwalkers". L'Armata dei Sonnambuli.


 16. Su Scaramouche.

A partire dal 4 pratile dell'anno terzo, le guardie setacciarono per giorni il quartiere di Saint-Antoine, ma non trovarono traccia di Scaramouche. Pi di un funzionario e ministro termidoriano sospett di aver pescato nella rete l'alter ego dell'eroe. "Forse non lo sapremo mai", scrisse Frron al suo collega Tallien.
In ogni caso, i "terroristi" erano vinti e sottomessi. Le scritte "Viva Scaramouche" furono coperte e le autorit termidoriane smisero di preoccuparsi dell'ultimo paladino dei sanculotti.
Nel periodo del direttorio (1795-99) e per tutta l'avventura napoleonica non si registr pi alcuna azione di Scaramouche, e ci parve dare ragione a chi credeva che l'uomo sotto la maschera fosse morto.
L'eroe non riapparve nemmeno nella congiura degli eguali al fianco di Babeuf, Buonarroti, Darth e Chauvelin. Tuttavia, lo si trova menzionato nel discorso della pubblica accusa al processo contro "Babeuf e altri", riferimento che sembra dirla lunga su quale turbamento avesse seminato nei poteri costituiti. Il discorso fu letto dal cittadino Bailly durante le sedute dell'alta corte di giustizia del 7, 8 e 9 fiorile dell'anno v (26-28 aprile 1797). Ecco il passaggio dove fa capolino il nostro eroe:
Si, la Francia non sarebbe che un deserto orrendo se la Convenzione, liberata il 9 termidoro, non avesse precipitato Robespierre e il suo abominevole comune nella voragine che essi stessi avevano scavato.
Ma non tutti i faziosi erano periti con lui; sembra che egli abbia lasciato la sua anima in eredit alla coorte che trainava al proprio seguito, e la sua cenere sia destinata a riprodurre, per la sventura dell'umanit, tutti i flagelli di cui siamo stati testimoni.
Questa coorte, che alimenta i vizi e le furfanterie,  tanto feconda di capi quanto lo  di misfatti;  stata opera loro la lugubre farsa di "Scaramouche", lo spregevole assassino di cui si fece apologia sui muri di Saint-Antoine e Saint-Marceau! Ed  stata opera loro il I di pratile: ricordiamo che il grido d'adunata era "Pane e la costituzione del '93", ma il vero fine era impedire alla Convenzione di dare alla Francia una costituzione repubblicana che fosse saggiamente organizzata.
Nella celebre ricostruzione di Buonarroti Storia della cospirazione per l'uguaglianza, detta di Babeuf, seguita dal processo al quale diede luogo, pubblicata a Bruxelles nel 1828, si legge:
Una numerosa forza pubblica sorvegliava il tribunale; ciascun imputato era tra due gendarmi. La sala era vasta, e il settore riservato al pubblico fu sempre gremito di un popolo che sovente applaud gli accusati, giammai gli accusatori, fatta eccezione per un batter di mani sarcastico quando [Bailly] qualific Scaramouche, l'eroe mascherato di Saint-Antoine, come "spregevole assassino", vibrando d'indignazione per le scritte che l'avevano celebrato sui muri di quel foborgo.
Mentre Buonarroti scriveva queste frasi, non poteva sapere che di li a poco lo spettro di Scaramouche sarebbe riapparso.
Durante le "Tre gloriose" (27, 28 e 29 luglio 1830), mentre il popolo di Parigi si scontrava coi soldati di Carlo X, si impadroniva del municipio e costringeva il monarca ad abdicare, i muri della citt si riempirono di scritte quali " tornato Scaramouche", "Scaramouche  con noi", e la pi significativa di tutte: "Scaramouche siamo noi".
Nel 1848 il popolo insorse contro un altro monarca, Luigi Filippo d'Orlans. La mattina del 24 febbraio, dopo ventiquattr'ore di rivolta e una notte di sparatorie e violente repressioni, fra gli insorti prese a circolare in migliaia di copie la stampa di una vignetta incendiaria. Vi era raffigurato Scaramouche - maschera a becco, mantello e berretto frigio - intento a cacciare al di l della Manica, con una poderosa pedata nelle terga, un pingue Luigi Filippo. La didascalia recitava: "Va te branler ailleurs!" [Vai a farti delle seghe altrove]. Poco dopo, la folla prese d'assalto le Tuileries e cacci dalla Francia l'ennesimo re.
Ma per il proletariato di Parigi la rivoluzione non and come sperato. Il 22 giugno i lavoratori degli Ateliers Nationaux si sollevarono contro il nuovo governo borghese. La rivolta fu duramente repressa, i morti furono circa quattromila, e altrettanti prigionieri furono deportati in Algeria. L'ultima barricata a cedere all'assalto nemico fu quella del quartiere Saint-Antoine. Alcuni dei suoi difensori indossavano maschere da Scaramouche.
Ventitr anni dopo, un foglio della Comune di Parigi si chiam "Le Scaramouche". Non ne sono sopravvissute copie. Sappiamo della sua esistenza soltanto perch lo nomina Prosper-Olivier Lissagaray nella sua Storia della Comune del 1871, nel paragrafo del capitolo xxv intitolato Passeggiata attraverso Parigi:
Partiamo dalla Bastiglia. Gli strilloni sfondatimpani vendono il "Mot d'ordre" di Rochefort, "Il Pre Duchesne", il "Cri du peuple" di Jules Valls, "Le Vengeur" di Flix Pyat, "La Commune", il "Tribun du peuple", l'"Affranchi", lo "Scaramouche" [...]. Il "Cri du peuple" tira centomila copie.  il primo a uscire: canta insieme al gallo [...]. Non comprate pi di una volta "Il Pre Duchesne", bench tiri sessantamila copie. Non ha niente di quello di Hbert. Pi echeggiante quest'ultimo  lo "Scaramouche", col suo linguaggio sfrontato, i modi di dire degli operai di Saint-Antoine [...]. La testata  un omaggio al famoso Ammazzaincredibili del '94, di cui si dice fosse un attore italiano. Di chiunque si trattasse, nella rivoluzione di oggi affiora anche il suo ricordo.
Colui che converte nel buio...
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FINE.